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Una flottiglia per un’altra Dunkerque

Di Aldo Sofia

Per il secondo anniversario del 7 ottobre, primo pogrom antisemita del dopoguerra, Netanyahu ha promesso agli israeliani di sradicare definitivamente Hamas da Gaza. A tutti i costi. Come se “tutti i costi” non siano già nei nostri occhi. I morti, le distruzioni, gli effetti della fame imposta, le pallottole contro le code di chi pretende di avvicinarsi senza autorizzazione ai centri di soccorso alimentari organizzati e controllati dagli occupanti, gli ultimi giornalisti locali ancora in grado di testimoniare che vengono abbattuti con precisione chirurgica, insieme a quel che resta di strutture ospedaliere semidistrutte e soccorsi medici già sfondati da qualche missile. In una enclave disperata dove, secondo il governo di Gerusalemme, non ci sarebbe nulla di quel che viene denunciato: né decine di migliaia di morti né stragi né carestia né genocidio. Genocidio, la parola fino a qualche mese fa impronunciabile e che anche grandi scrittori ebrei hanno ora ‘sdoganato’ con doloroso coraggio. Ma nulla sembra poter fermare le armi del “governo messianico”, nemmeno i dubbi dei suoi vertici militari. Si procede dunque all’ultimo assalto contro Gaza City, con obbligo di evacuazione per centinaia di migliaia di civili palestinesi, già sfiancati, spesso rassegnati a rimanere intrappolati piuttosto che subire l’ennesimo trasferimento forzato in quell’enclave insanguinata, che menti eccelse vorrebbero trasformare, dopo l’espulsione obbligata dei suoi due milioni di abitanti (ma quando, ma come, ma dove?), in un ricco centro balneare. Coinvolto nel progetto anche l’ex premier britannico Tony Blair, dimessosi dopo il disastro iracheno, ma poi finanziato per anni dall’Onu per trovare una via d’uscita al conflitto israelo-palestinese, appartamento e uffici nell’esclusivo Hôtel “American Colony” di Gerusalemme, e ovviamente zero risultati. Ma oggi c’è Trump, che definisce Netanyahu un “eroe di guerra”. E gli fa un altro regalo, un altro chiodo sulla bara dei “due Stati”: la Casa Bianca impedirà alla delegazione della Palestina all’Onu di sbarcare il mese prossimo a New York, per un’assemblea in cui altri Stati, sotto spinta francese, si assoceranno a quelli (tre quarti dei membri dell’Onu) che hanno già riconosciuto la Palestina come Stato. Decisione irrisa dai filo-trumpiani dell’altra parte del mondo (Svizzera compresa) perché ritenuta inutile o surreale o solo provocatoria. Con qualche ragione, visto che si accusa Israele senza tuttavia rompere accordi economici e militari che consentono allo Stato ebraico di continuare la mattanza a Gaza ed estendere il suo dominio in tutta la regione.

La stessa irrisione che da più parti accompagna la nuova sfida della “Global Sumud Flotilla”, flotta di decine di imbarcazioni private che solcheranno le acque del Mediterraneo. Prua orientata a Gaza, nella speranza di portarvi aiuti alimentari e sanitari. L’immagine ricorda Dunkerque, porto francese reso celebre dall’evacuazione, anche con piccolissime barche, di migliaia di soldati anglo-americani intrappolati dai nazisti. Certo, una Dunkerque degli anni Duemila. Diversa sostanza e simbologia. Ma coi suoi rischi. Un potente esercito attende pacifici “assalitori”. Con le nostre democrazie che evitano di scortarli almeno nelle acque internazionali. Si limitano a guardare.

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2025-09-01T07:00:00.0000000Z

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