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Uno strumento per allenare lo spirito critico

di Andrea Ghiringhelli

Cosa penso della votazione sul dimezzamento del canone Rsi? Voto no. Non bisogna essere uno specialista della materia per capire il danno che può fare un’iniziativa di quel genere a uno dei pilastri della democrazia matura: la buona informazione per tutti e al di sopra di tutto. Ciò è soprattutto vero in un Paese come il nostro, con tante diversità, dove il collante è rappresentato da una sorta di patriottismo costituzionale, fatto di pragmatismo, di valori condivisi, di rispetto delle differenze, di adesione ai principi del federalismo. È questo lo scopo primo del canone della radiotelevisione. Certo! Ci dicono di votare sì perché occorre tagliare i rami secchi, eliminare gli sprechi che tolgono soldi dalle tasche della gente e tanti programmi costano e hanno poca audience: così dicono gli iniziativisti e in tanti, in buona fede, approvano. Argomenti pretestuosi che, consapevolmente o inconsapevolmente, assorbono il vento ispiratore che viene da lontano: è il vento delle destre poco liberali che vede il servizio pubblico come un costo (...)

(...) e non come una infrastruttura democratica e civica di fondamentale importanza. Là dove il venticello non trova ostacoli fa piazza pulita dell’indipendenza dell’informazione perché lo spirito critico dei cittadini è mal tollerato. Le destre illiberali proclamano il loro pensiero con uno slogan ripetuto all’infinito: il popolo ci ha eletti e chi vince comanda! Il risultato sono i deserti informativi (news deserts) dove i mezzi di informazione sono finanziati e controllati da chi comanda. E il canone va ridotto o addirittura abolito non per dare qualche soldo ai cittadini ma per togliere indipendenza ai mezzi di informazione. Gli esempi li conoscete: in buona metà dei Paesi Ue si sta andando di buona lena in quella direzione. In prima fila le democrazie illiberali conclamate. In sostanza la televisione pubblica non è – per usare il linguaggio di Eduardo De Filippo – un innocuo “elettrodomestico”, bensì uno strumento per allenare lo spirito critico di tutti noi cittadini, perché senza il dissenso quotidiano la democrazia muore. La radiotelevisione pubblica ha il dovere dell’imparzialità: non significa chiamarsi fuori, ma prendere posizione, sempre e in ogni momento, a difesa della Costituzione liberale. “La Costituzione – ce lo ricorda un insigne costituzionalista, Piero Calamandrei – è un pezzo di carta (e) perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno”.

Il vecchio direttore della Bbc indicava le tre funzioni essenziali della radiotelevisione pubblica: informare per consentire di approfondire e capire; educare allo spirito critico perché non si tratta di dare alla gente ciò che la gente vuole ma ciò di cui ha bisogno; intrattenere con garbo e intelligenza. Gli iniziativisti assicurano: ciò che non potrà fare la televisione pubblica lo faranno le radiotelevisioni private. Sciocchezze! La logica delle radiotelevisioni private, grandi o piccine che siano, è imposta dal mercato, dai vincoli di pubblicità e di redditività. Il compito della radiotelevisione pubblica – e su ciò, credo, tutti concordiamo – è di produrre ciò che è socialmente e culturalmente utile a tutta la collettività e anche i piccoli hanno diritto al loro spazio. Per questa ragione la radiotelevisione pubblica è definita tecnicamente un bene meritorio: non deve rincorrere la redditività ma difendere il pluralismo delle voci, anche di quelle più discoste e minoritarie. Quindi la radiotelevisione pubblica non è, e non deve essere mai, al servizio di chi governa lo Stato, bensì al servizio della Costituzione. Lo ribadiva fin dal 1984 Norberto Bobbio: una televisione pubblica debole è una televisione in balìa del potere politico o del mercato. Oggi il fenomeno è in corso e le avvisaglie le avvertiamo anche in Svizzera. L’ambizione è di fare della radiotelevisione pubblica non un’espressione dei principi costituzionali liberali, ma un’emanazione del potere politico e un’espressione di chi comanda. Loro, non ve lo diranno mai, vi spiegheranno che si tratta di razionalizzare, di dare efficienza ed efficacia ai mezzi informativi: in realtà dà fastidio, a questi signori, la dimensione critica della sfera pubblica. Meglio ridurla, contenerla, metterla sotto comando. Esagero ed enfatizzo i pericoli in agguato? Forse. Intanto votiamo no, poi magari diamoci da fare per migliorare la qualità del servizio pubblico, per passare da un buon servizio pubblico a un ottimo servizio pubblico. Ma questa è un’altra faccenda.

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