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Le poltrone e le persone

Di Daniel Ritzer

L’inverosimile, ogni tanto, può accadere. Non molto spesso, ma a volte la ‘realpolitik’ sfida la logica e perfino il buonsenso per portarci verso degli scenari inimmaginabili fino a poco tempo fa. Così, nonostante i tanti interessi convergenti, tutto lascia presagire che Lega e Udc correranno separate alle elezioni cantonali dell’anno prossimo. O almeno, stando alle varie parole grosse volate negli ultimi mesi, lo strappo tra i due finora alleati dovrebbe consumarsi – si attendono le reazioni dei democentristi – in quanto conseguenza naturale della decisione del consigliere di Stato Claudio Zali (snocciolata in lungo e in largo nelle pagine 2 e 3) di ricandidarsi. Il direttore del Dipartimento del territorio, e con lui il Movimento di via Monte Boglia, sceglie la spavalderia all’ora di comunicare i prossimi passi: «Con il veto ad personam l’Udc segnala di avere paura di confrontarsi con me, temendo l’esito delle urne». Provando a leggere tra le righe, però, si capisce pure altro: i leghisti rilanciano per non soccombere. Sempre Zali: «Correndo da sola la Lega esprime la volontà di non ritrovarsi un giorno fagocitata da un partito che, a livello nazionale, ha una sua rilevanza». Senza figure di ricambio di un certo spessore all’orizzonte, ecco allora che la candidatura degli uscenti (che Gobbi si ripresentasse era chiaro da tempo) diventa nella pratica una mossa difensiva. Come un arrocco.

Fatto sta che il probabile, ma non ancora confermato, strappo tra Lega e Udc – se i democentristi non vogliono perdere del tutto la faccia non si vede ormai come ci possa essere margine per una ricucitura – potrebbe comportare dei riposizionamenti non solo a Bellinzona, ma anche a Berna. Non solo a destra, ma pure altrove. Il direttore del Dt, d’altronde, lo ammette senza troppi fronzoli: per chi non dovesse farcela ad aprile 2027, tra lui e Gobbi, ci sarebbe un piano B(erna): la Camera alta. E a questo punto pure le Comunali del 2028 – Lugano in primis – diventano un grande interrogativo.

C’è però, appunto, un aspetto che trascende i ghirigori della destra ticinese e che riguarda, quasi in maniera speculare, l’altro emisfero della politica cantonale. A sinistra in questo periodo è stato rilanciato il dibattito in merito alla agognata unità. Anche qui: ci sarebbero mille e un motivo per cui il fronte progressista dovrebbe compattarsi e serrare le file per affrontare le prossime sfide elettorali. Succederà? Difficile dirlo con esattezza, ma appare piuttosto improbabile che avvenga. Perché al di là di una presunta convergenza sul piano delle idee, la discussione prima o poi va a sbattere contro un ostacolo molto concreto: la difficoltà a fare combaciare le ambizioni personali con un numero limitato di poltrone. Ancora di più se certe figure di spicco decidono di restare in sella, addirittura con la pretesa di non voler altri nomi di peso nelle liste in grado di proiettare un po’ d’ombra.

È proprio qui dove avviene – a destra come a sinistra, ma pure al centro – la sovrapposizione tra i due piani, il pubblico e il privato. Cioè, una sorta di privatizzazione della carica: si passa a considerare feticisticamente la funzione pubblica un affare privato. L’estrema personalizzazione di un determinato spazio di potere che in verità non appartiene all’individuo, ma alla collettività. Potere al quale i singoli soggetti, una volta eletti, pare facciano parecchia fatica a rinunciare. Finendo così, inevitabilmente, per rinchiudersi nelle varie stanze politiche dei bottoni. Stanze sempre più lontane dalla realtà dei cittadini e viceversa.

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