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Alla ricerca di una nuova era

Di Aldo Sofia

Fu Vladimir Putin a dare slancio a una Conferenza internazionale, quella di Monaco di Baviera sulla sicurezza, che da anni si muoveva lungo i binari di una diplomazia senza scossoni, erede prima del patto di Helsinki del 1975 (confronto senza scontro, lungo la cortina di ferro della Guerra fredda) e poi del crollo dell’Unione Sovietica, che sembrò erroneamente sigillare l’inappellabile vittoria del modello liberalcapitalista occidentale (la nota e illusoria “fine della storia”).

Poi, appunto, quel 10 febbraio del 2007: quando l’uomo del Cremlino, ormai coronato dai pieni poteri, decise la svolta, denunciando proprio a Monaco, con un discorso polemico di cinquanta minuti, l’inaccettabilità “di un mondo con un solo padrone, un solo sovrano”, cioè il nuovo mondo “unipolare” imposto dagli Stati Uniti. Era l’inizio della nuova predicazione strategica dello zar, non abbastanza soppesata alla Casa Bianca, fino all’annessione unilaterale della Crimea, poi all’invasione, quattro anni fa, di tutta l’Ucraina. Per questo, nell’ultimo ventennio, Monaco è stato un appuntamento seguito con più attenzione. E infatti fu ancora nella città bavarese che, col ritorno di Donald Trump ai vertici del potere americano, lo scorso anno divenne definitivamente chiaro all’Europa che una fessura irrimediabile si era prodotta in casa propria, fra le due sponde dell’Atlantico. Ci pensò il vicepresidente statunitense J.D. Vance a pronunciare un discorso umiliante per i leader del Vecchio Continente, accusati senza mezzi termini di essere illiberali, anti-democratici e prigionieri di una suicida politica immigratoria. “Mantra”, nell’ultimo anno, di un trumpismo sempre più simile a un regime dispotico e distopico, da guerra civile interna, promotore della guerra dei dazi, delle rivendicazioni extraterritoriali (Groenlandia, sue materie prime, e controllo delle vie artiche), dell’incedere imperiale (Venezuela, più sue fonti energetiche), e della furbesca guerra guerreggiata in Medio Oriente (paciere armato più che combattente). E rieccoci alla Monaco di questo 2026. Sorpresa. Stavolta è stato il padrone di casa, il cancelliere Merz, sponda democristiana, la più filo-statunitense d’Europa, a prendersi la scena. Con un intervento categorico sulla fine della Nato, sulla “ribellione intellettuale” nei confronti degli Usa, sull’inaccettabile nostra subalternità, con una affermazione senza possibili equivoci fra la incolmabile distanza del pensiero politico europeo e quello populista “Maga” americano. Discorso inaspettato per la sua fermezza, tanto da spingere il successivo oratore, il ministro degli Esteri statunitense Marco Rubio, a toni sobri e addirittura celebrativi sui “legami indistruttibili tra Usa e Ue”. Parole mai udite da Trump.

A chi, e a cosa, credere? L’impressione è di un gioco in cui nessuno dei protagonisti è ancora sicuro di aver imboccato la strada giusta o definitiva. Tutti un po’ indecisi, contraddittori, rabdomanti. Usciti da un’era, e non ancora approdati nell’era nuova. Sempre che ci sarà. Comunque tempo pericolosamente sospeso. Soprattutto per gli europei. Che tempo non ne hanno. Che da questa crisi potranno uscire più uniti, o definitivamente persi nelle loro incertezze. E nella loro inconsistenza politica. Che, se tale rimanesse, diventerebbe anche economica. E perciò totale.

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2026-02-16T08:00:00.0000000Z

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