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Piano di sei Paesi per riaprire Hormuz

Francia, Italia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Giappone. Condizione: la fine dei combattimenti. Trump a Netanyahu: basta raid sui siti petroliferi

Il perimetro si stringe e nascono i volenterosi di Hormuz. Parigi, Londra, Berlino, Roma, l’Aja (in pratica i big della difesa europei) più Tokyo si dicono pronti a “contribuire alle iniziative volte a garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto” e accolgono “con favore” l’impegno dei Paesi “che stanno avviando i preparativi”. Un comunicato congiunto emesso mentre il Consiglio Europeo è in pieno svolgimento. Il diavolo però, come sempre, sta nei dettagli. È essenziale che i combattimenti prima finiscano – ed è una posizione immutata, nonostante la nota glissi sul punto. L’Iran, non a caso, minaccia: chi aiuterà Stati Uniti e Israele si renderà “complice” dell’aggressione. Con tutte le conseguenze del caso.

La situazione più che complessa è drammatica. Dunque si stanno intrecciando le iniziative, su diverse direttrici. Il presidente francese Emmanuel Macron, arrivando al vertice Ue, ha bollato come “sconsiderata” l’escalation che vede coinvolte “per la prima volta” le infrastrutture di produzione del gas in Iran e altri Paesi limitrofi.

“Noi – ha dichiarato – difendiamo l’idea di una moratoria sulle infrastrutture civili e sui civili, nonché di una rapida de-escalation. La regione entra in un periodo di festività religiose: tutti dovrebbero calmarsi e i combattimenti dovrebbero terminare almeno per qualche giorno per cercare di dare una nuova possibilità ai negoziati”.

In pratica un cessate il fuoco a cavallo tra la fine del Ramadan e la Pasqua. I sei, nel comunicato, ricordano peraltro che la libertà di navigazione è “un principio fondamentale” del diritto internazionale, anche ai sensi “della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare” ed esortano “tutti gli Stati” a rispettarla e a difendere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionali. Macron si è anche sentito con il britannico Keir Starmer e il segretario generale della Nato Mark Rutte e tutti e tre hanno evidenziato la necessità di “un piano sostenibile” per riaprire Hormuz.

L’ex premier olandese sta sudando sette camicie per ricomporre la frattura con Donald Trump, furente per quello che considera un tradimento della Nato. “Sono fiducioso che gli alleati, come sempre, faranno tutto il possibile a sostegno del nostro interesse comune e quindi troveremo una via d’uscita”, ha assicurato. Il tycoon, dal canto suo, ha riconosciuto che “gli alleati stanno diventando più disponibili” nel loro impegno sullo stretto di Hormuz anche se, ha aggiunto sprezzante: “Ora è troppo tardi”. Ma si sa, il presidente Usa è mobile nei suoi giudizi.

Resta il fatto che il dossier Iran è altamente divisivo e nella cornice dell’Unione europea, dunque a 27, trovare un punto d’incontro – tenendo insieme ad esempio l’iperpacifista Pedro Sanchez e il massimalista Viktor Orban, unico a bloccare le sanzioni contro i coloni violenti israeliani – è una missione quasi impossibile. La sfida ora è di riportare nell’alveo della cooperazione internazionale l’intera crisi. È una strada molto stretta ma è, appunto, una delle direttrici su cui si sta lavorando dietro le quinte, riesumando magari un’istituzione data per defunta: l’Onu. “Se i Paesi del Golfo presentano una bozza di risoluzione scritta nel modo giusto non sarebbe impossibile ottenere l’ok del Consiglio di Sicurezza”, spiega una fonte diplomatica. E questo darebbe la cornice giuridica per un intervento internazionale nelle acque di Hormuz, a patto però che le ostilità cessino. “È tempo che la diplomazia prevalga, è tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza”, ha esortato il segretario generale Antonio Guterres proprio dalle sale del Consiglio Europeo.

Washington: no alle truppe di terra

Donald Trump bacchetta Benjamin Netanyahu per gli attacchi al gas e al petrolio iraniano. “Gli ho detto di non farlo”, ha assicurato il presidente alla Casa Bianca accanto alla premier giapponese Sanae Takaichi, dando voce a una frustrazione già espressa su Truth dove, con un messaggio infuocato in tarda serata, aveva smentito che gli Stati Uniti fossero stati informati del raid al giacimento di South Pars. Le dichiarazioni del presidente contraddicono quanto fatto trapelare da Israele, secondo cui l’attacco era stato coordinato e approvato dall’amministrazione Usa. Con Netanyahu “andiamo d’accordo, ma in qualche occasione fa qualcosa. E se a me non piace gli dico che noi non la facciamo”, ha poi precisato, cercando di mostrare un fronte compatto fra i due alleati nonostante – come ammesso dalla direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard – gli obiettivi dei due Paesi siano diversi.

“Non ci saranno ulteriori attacchi da parte di Israele contro questo importantissimo giacimento” a meno che Teheran non attacchi il Qatar, ha aggiunto Trump. Gli attacchi nel Golfo però continuano senza sosta e un F-35 americano è stato colpito e costretto a un atterraggio di emergenza, il commander-in-chief ha anche cercato di rassicurare sull’invio di soldati americani. “Non stiamo dispiegando truppe da nessuna parte. Se lo stessi facendo, comunque non lo direi”, ha precisato rispondendo a chi gli chiedeva delle indiscrezioni sull’invio di migliaia di soldati in Medio Oriente.

Secondo la Cnn ci sono 5’000 marines in viaggio verso il Medio Oriente. Fonti hanno invece riferito a Reuters che l’amministrazione sta valutando l’invio di migliaia di soldati che potrebbero essere impiegati sull’isola di Kharg, oppure lungo le coste dell’Iran per assicurare il passaggio sicuro dello Stretto di Hormuz. “Vedremo se Kharg alla fine sarà un asset americano”, ha detto il segretario al Tesoro Scott Bessent, lasciando trapelare l’interesse americano per l’isola finita nel mirino di Trump.

I prezzi del greggio

Nuova bufera sui mercati. Gli attacchi di Usa e Israele alle piattaforme petrolifere e del gas dell’Iran della vigilia, a cui ha risposto Teheran colpendo piattaforme in Qatar, hanno spinto alle stelle il greggio e il gas, generando una tempesta perfetta con un effetto domino sulle borse, sui titoli di Stato e sulle valute. Sul fronte del greggio le quotazioni dei cargo in partenza dall’Oman hanno chiuso oggi a 166,8 dollari al barile, quando fino allo scorso 26 febbraio viaggiavano intorno ai 70 dollari. Il petrolio Usa si è mantenuto invece intorno ai 98 dollari, mentre il Brent ha oscillato tra un massimo di 119 e un minimo di 97 dollari.

ESTERO / SVIZZERA

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2026-03-20T07:00:00.0000000Z

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