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Giornalismo d’inchiesta disturba. Anche in Ticino

di Ruben Rossello, comitato Atg

Quanto capitato al collega Sigfrido Ranucci, il giornalista di Report vittima di un attentato alla bomba che poteva costargli la vita, preoccupa ma non sorprende. Se l’attentato fosse riuscito Ranucci sarebbe diventato l’ultimo di una lunga lista di giornalisti italiani uccisi per aver pubblicato inchieste scomode o anche solo per aver cominciato a indagare su affari e potere. Secondo ‘Ossigeno per l’informazione’, il portale promosso dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Federazione della stampa, 30 giornalisti italiani sono stati ammazzati dal dopoguerra a oggi da mafie, terrorismo e guerre; oltre 2’800 hanno subito minacce, mentre 15 vivono sotto scorta. Quello praticato da Ranucci è schietto giornalismo d’inchiesta. Basta scorrere la lista degli argomenti di cui Report si è occupata per capire contro quali e quanti interessi si son messi lui e la sua squadra, facendo semplicemente il loro lavoro: i terreni del termovalorizzatore di Roma, il dietro le quinte dell’energia eolica, il dossier della Albanese su Gaza, infiltrazioni mafiose eccetera.

Senza nulla togliere a chi, spesso con bravura, si dedica alla cronaca cittadina o internazionale, al giornalismo culturale o economico, bisogna pur riconoscere che cimentarsi con il giornalismo d’inchiesta – soprattutto in casa propria – vuol dire assumersi una serie di possibili e non banali conseguenze. Indagare, scoprire e divulgare aspetti nascosti su affari lucrosi e intrecci di dubbia legalità, significa mettersi contro l’interesse di chi vorrebbe che nulla venga alla luce. Se il giornalismo ha sempre bisogno di uno sguardo analitico e critico, nel giornalismo d’inchiesta esso diventa capacità di scoprire fatti, nessi e legami che solo con tempo e continue verifiche possono essere accertati e capiti. Che tutto ciò disturbi e possa generare reazioni, ça va sans dire.

È anche per questo che il Premio di giornalismo della Svizzera italiana (cerimonia di premiazione sabato 25 ottobre alle 17 al Palacinema di Locarno) ha istituito una categoria apposta per il giornalismo d’inchiesta. Dedicandola alla memoria di un collega che questa forma di giornalismo l’ha onorata con capacità e grande fiuto: il direttore dello scomparso settimanale Il Caffè, Lillo Alaimo. Pur non arrivando alle conseguenze patite dai colleghi italiani, anche in Ticino il giornalismo d’inchiesta può portare a grossi guai, persino a minacce. Come non ricordare il lungo processo del 2018 intentato da una clinica proprio contro Alaimo e tre altri colleghi del Caffé per diffamazione e concorrenza sleale; alla fine tutti assolti, ma per mesi gli autori degli articoli contestati ebbero contro un collegio di avvocati che avrebbe intimorito e convinto molti a non riprovarci. La stessa dinamica la visse un collega di Falò per un’inchiesta sul Casinò di Lugano: accuse di diffamazione e richiesta di risarcimento milionaria finite in nulla davanti ai giudici, ma con mesi di apprensioni.

Toute proportion gardée, anche in Ticino il giornalismo d’inchiesta esige sangue freddo e la consapevolezza che le reazioni non tarderanno a manifestarsi. Naturalmente le inchieste devono fondarsi su un chiaro interesse pubblico, molto rigore e non essere frutto della vanità del giornalista o di altri interessi, magari partitici, come era merce comune un tempo nelle battaglie tra giornali. Nel lungo elenco delle inchieste che hanno fatto la storia recente del giornalismo ticinese vanno ricordati i retroscena legati al caso Thermoselect, scoperti una ventina di anni fa da laRegione. Un’altra inchiesta clamorosa fu quella di Falò sul silo per la costruzione del calcestruzzo all’interno delle Bolle di Magadino, protetto politicamente per decenni, benché in flagrante violazione di numerose norme a protezione dell’ambiente. Quando finalmente lo scandalo venne a galla – questo è scopo delle inchieste, rendere pubblico ciò che è nascosto – la Confederazione intimò immediatamente al Cantone di chiudere il silo. L’inchiesta aveva visto giusto, nonostante pressioni e minacce subite dall’autore: il silo venne fatto spostare, nessuno perse il posto di lavoro e la Fondazione Bolle di Magadino poté finalmente ripristinare un’area di fondamentale importanza ambientale.

La storia urbanistica del cantone offre il fianco a numerose inchieste. Ma si tratta di un ambito molto sensibile, visti i forti interessi in gioco. Anni fa Falò indagò sulla distruzione di ville e giardini storici, inghiottiti dalle ruspe della speculazione. La vicenda più nota era quella della Romantica di Melide, abbattuta nonostante le norme di Pr che la tutelavano; la Neue Zürcher Zeitung dedicò al lavoro di Falò un’intera pagina di plauso a firma del prof. Bernhard Furrer, colui che aveva messo in salvo e valorizzato il centro storico di Berna: “Villensterben im Tessin”. E di esempi ce ne sarebbero ancora molti altri. Per chi ha a cuore il giornalismo tout court e in particolare il giornalismo d’inchiesta, appuntamento sabato a Locarno per il Premio di giornalismo.

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