L’Udc va alla guerra
di Orazio Martinetti, storico
“L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io”. Ecco che il nostro prode impugna l’alabarda e trafigge con un colpo da maestro... una risma di fogli. L’eroe è lui, fiero e indomito; è il presidente dell’Udc Marcel Dettling, che il 25 ottobre scorso a Wimmis (Be), durante l’assemblea dei delegati, ha infilzato come fossero un tonno gli Accordi bilaterali negoziati con l’Ue, «il trattato della sottomissione».
L’Udc ama puntare sugli effetti speciali per manifestare il suo dissenso. Nessun altro partito sa farlo in modo così plateale ed efficace, nessun altro sa riportare sul proscenio figure e miti del passato ‘eroico’ elvetico, personaggi realmente esistiti o forse no, in fondo non importa. Dettling come Arnold Winkelried, che a Sempach, nel 1386, non esitò ad abbracciare le lance nemiche, così da aprire un varco nei ranghi delle truppe asburgiche… Ora il nemico è rintanato nei palazzi di Bruxelles, nell’emiciclo di Strasburgo, nelle istituzioni e nei tribunali che vorrebbero mettere le mani sulla nostra economia e sul nostro ordinamento giuridico… Per questo è tempo di afferrare l’alabarda e di brandirla contro la vampiresca cricca degli eurocrati. Può risultare curioso che l’Udc, partito della sovranità e dell’orgoglio patriottico, ricorra nella sua propaganda a un’arma… mercenaria, utilizzata fin dall’epoca medievale dai reggimenti svizzeri al soldo delle monarchie di mezza Europa e del Pontefice. Ma questo è un dettaglio. Quel che conta è il sentimento bellicoso con cui ci si appresta ad affrontare lo scontro campale, come ai tempi delle crociate. A tal fine è bene risalire ai secoli del Medioevo e del suo immaginario “intriso di passione guerriera” (Le Goff) e di audaci imprese, con al centro cavalieri senza tema e senza paura.
I secoli in cui prende forma la Lega confederata sono, per l’Udc, un’età dell’oro, segnata dalla lotta per la libertà e l’indipendenza, dall’autogestione (cellula del federalismo) e dalla mentalità marziale degli abitanti. “Liberissimi e armatissimi”, come osservò uno che se ne intendeva, il segretario fiorentino Niccolò Machiavelli. L’altro caposaldo è più recente, ed è rappresentato dalla difesa spirituale, l’articolato dispositivo che sul finire degli anni Trenta del secolo scorso permise di conseguire due obiettivi: da un lato esaltare le peculiarità culturali autoctone e dall’altro contrastare la subdola infiltrazione della propaganda nazifascista. Obiettivi nobili, per quegli anni cupi e minacciosi, ma che poi, al termine del conflitto mondiale, finirono per assumere dimensioni e finalità diverse, non più dettate dalla paura dell’assedio ma da un maccartismo d’accatto. Ma anche qui, sono sottigliezze; quel che importa è arruolare la figura del generale Guisan, lo stratega del ridotto alpino, il comandante in capo che raduna gli ufficiali sul Grütli per il celebre rapporto. Quel che conta è ribadire l’idea dell’autogoverno e dell’autarchia, nessuno osi mettere le mani sul nostro «barattolo di miele» (cit. del presidente). Per riassumere: la vecchia Confederazione, con il suo impianto pre-moderno, con le sue comunità gerarchicamente ordinate, resta il modello sociale di riferimento principale dell’Udc odierna. Simbolicamente: croce cristiana, giuramento, la democrazia diretta della Landsgemeinde, il popolo in armi, e adesso la temibile alabarda. Manca solo il Landamano. Nel suo corredo ideologico non entra invece lo Stato federale del 1848, perché opera dei radicali del ‘Freisinn’, il movimento che scardina definitivamente il vecchio regime per introdurre, attraverso la nuova Costituzione, i diritti proclamati dai rivoluzionari francesi, sia pure tra ritardi e contraddizioni. Dunque una rivalutazione dell’ancien régime fondato sulla forza della tradizione, sulle radici, le famiglie, i Comuni, i Cantoni; non una Federazione di Stati, ma una ‘confoederatio’ com’era stata edificata in età moderna, con le sue élites urbane, le casate patrizie, i territori soggetti (i baliaggi) da governare a turno. Non sappiamo se l’attuale dirigenza democentrista conosca l’ideologo che di questa tesi si fece interprete e divulgatore infaticabile: l’aristocratico friburghese Gonzague de Reynold, soprannominato il ‘conte nero’. Questi nel 1929 pubblicò un saggio intitolato ‘La démocratie et la Suisse. Essai d’une philosophie de notre histoire nationale’ in cui chiamava alla sbarra proprio la Costituzione del 1848, concepita secondo i dettami del liberalismo, corrente che nei decenni successivi, tappa dopo tappa, si era incaricata di comprimere l’autonomia dei Cantoni aprendo le porte “alla centralizzazione reale, e di qui condotto allo statalismo e infine al socialismo”. Risultato: morte della vecchia Svizzera, della sua scala di valori e della sua tradizione storica.
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