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Probabile round negoziale nel weekend in Pakistan

Atteso in Pakistan anche il ministro degli Esteri iraniano

Le delegazioni iraniana e statunitense confluiscono su Islamabad. Per Teheran c’è il moderato Araghchi, ministro degli Esteri. Estesa la tregua fra Libano e Israele.

Sembra riaprirsi la partita dei negoziati tra Washington e Teheran, con possibili incontri nel weekend a Islamabad tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e la coppia di inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, in partenza per la capitale pachistana. Sullo sfondo i contrasti intestini al regime degli ayatollah, mentre la guida suprema Mojtaba Khamenei, amputato e sfigurato in volto, sembra incapace di tenere le redini del Paese.

Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf si è dimesso da capo della squadra negoziale iraniana dopo essere finito nel mirino dei falchi per la sua linea aperturista, in particolare per aver tentato di includere la questione nucleare nei colloqui con gli Usa. Ma il suo posto è stato assunto non da figure intransigenti. In Pakistan è arrivato Araghchi, un diplomatico che ha avuto un ruolo chiave nei negoziati che portarono all’accordo sul nucleare iraniano nel 2015 e considerato un pragmatico, favorevole al dialogo e alla negoziazione con l’Occidente. Questo potrebbe significare che prosegue il braccio di ferro tra l’ala oltranzista dei pasdaran, incarnata dal loro generale Ahmad Vahidi, il macellaio delle piazze iraniane, e quella moderata.

La missione di Araghchi è più ampia, e prevede visite non solo a Islamabad (che avrebbe trasmesso all’Iran nuove proposte), ma anche a Muscat – la capitale dell’Oman, Paese mediatore insieme al Pakistan – e a

Mosca: il principale alleato di Teheran, che ha offerto una sponda ai negoziati offrendosi di custodire l’uranio arricchito iraniano. Per ora, comunque, gli iraniani non hanno confermato che incontreranno la delegazione Usa. Ma è difficile pensare che la Casa Bianca annunci la partenza di Witkoff e Kushner per un viaggio a vuoto. Per prudenza però, il vicepresidente JD Vance, che finora aveva guidato il team Usa, resta in panchina: pronto a partire solo se ci saranno progressi nei colloqui, ha precisato la Casa Bianca. Trump non ha fornito una tempistica per la risoluzione della guerra, nonostante il 1° maggio scadano i 60 giorni dopo i quali deve chiedere al Congresso l’autorizzazione in base al War Powers Act. “Non mettetemi fretta”, ha risposto ai reporter che lo incalzavano, spiegando che vuole “un accordo che duri” ed evocando le difficoltà legate ai contrasti interni iraniani. In picchiata nei sondaggi e tenuto sotto scacco diplomatico da Teheran, ora comunque non lancia più ultimatum puntualmente revocati.

Libano, altre tre settimane di tregua

La tregua in Libano estesa (almeno sulla carta) di tre settimane da Donald Trump si consuma tra scontri incrociati proseguiti nella notte e per tutta la giornata con un fulcro di violenza a Bint Jbeil, ex roccaforte Hezbollah e quasi del tutto rasa al suolo da Israele. Mentre il presidente americano annuncia che “entro 15 giorni” incontrerà i leader di Israele e Beirut. Sul terreno, la realtà resta quella di una guerra che continua senza interruzioni. A Bint Jbeil sono in corso violenti combattimenti tra Hezbollah ed esercito israeliano. L’Idf afferma di aver ucciso sei combattenti del movimento filo-iraniano nella stessa area. Nella notte raid israeliani avevano causato almeno tre morti nel sud del Paese. Bombardamenti hanno interessato anche il litorale a sud di Tiro. E si sono registrate esplosioni e demolizioni in diverse località a sud del fiume Litani. Hezbollah ha rivendicato il lancio di droni contro soldati israeliani a Qantara e ha affermato di aver colpito un veicolo militare nella stessa area. Il movimento ha inoltre annunciato di aver abbattuto un drone israeliano nei cieli di Tiro (episodio confermato dall’esercito israeliano). Sul piano politico, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu accusa Hezbollah di voler “sabotare” gli sforzi per una “pace con il Libano”. Dal lato libanese, Hezbollah respinge l’impostazione dell’accordo. Il capo del gruppo parlamentare Muhammad Raad definisce la tregua una “perfida messinscena”. A Gaza intanto si continua a morire. L’agenzia della protezione civile ha affermato che i raid israeliani hanno ucciso venerdì almeno nove persone. Idf e Hamas si accusano a vicenda di aver violato la tregua.

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