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Israele diviso, nessuno vince

Paese diviso, senza chiare maggioranze: il partito di Netanyahu è il più votato, ma le stime sono favorevoli al blocco di Eisenkot. Boom dei partiti arabi

Il Likud primo partito, ma il blocco Eisenkot ha più seggi. Boom delle formazioni arabe

A urne chiuse, nessuna maggioranza è emersa dal voto in Israele. Alle elezioni parlamentari, il partito della destra conservatrice del primo ministro Benjamin Netanyahu si è affermato come prima forza politica secondo le proiezioni. Stando agli ultimi exit poll di ieri sera, il Likud è in testa con 25 seggi, mentre Yashar di Gadi Eisenkot si ferma a 21. Tuttavia, il blocco dell’ex capo dell’Idf con 52 seggi su 120 supera quello del premier uscente che si attesta a 50. Un risultato storico e inequivocabile è stato raggiunto dai partiti arabi, con la Lista Unita (raggruppamento di tre fazioni) che ha guadagnato 11 seggi e Ra’am di Mansour Abbas altri 7. La formazione del governo, e chi sarà il prossimo primo ministro, resta quindi del tutto incerta.

Affluenza record

Le prime elezioni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza erano considerate decisive soprattutto sul piano interno. Al centro c’era la questione se Netanyahu e i suoi alleati della destra religiosa sarebbero rimasti al potere, o se si sarebbe trovata una maggioranza per un cambiamento politico. Una svolta profonda nella politica verso i palestinesi appariva invece improbabile anche con un eventuale governo dell’opposizione.

Secondo testimoni oculari, davanti ai seggi di Tel Aviv, ma anche delle città a maggioranza araba, si sono formate lunghe code. Stando ai media, oltre 70’000 israeliani sono rientrati dall’estero per votare. Fin dai primi dati sull’affluenza, pubblicati dalla Commissione elettorale centrale dopo due ore dall’apertura delle urne, è emersa l’imponente partecipazione al voto. Con rilevazioni che ogni due ore hanno segnato il superamento del dato del 1981, del 1977, e del 1973, anno in cui la Commissione ha iniziato a registrare i dati. Altissima la presenza alle urne degli arabo-israeliani, che rappresentano il 18% dell’elettorato del Paese, con le comunità beduine del Negev che hanno fatto registrare una partecipazione più alta che in diverse altre cittadine a maggioranza ebraica o ultraortodossa. Netanyahu ha esortato i suoi sostenitori, sulla piattaforma X, a votare. Come in passate elezioni, il 77enne ha motivato l’appello con una presunta affluenza superiore alla media dei cittadini arabi. Ha parlato di una «chiamata d’emergenza», dato che la partecipazione nel campo della destra sarebbe più bassa. Netanyahu, il primo ministro più longevo della storia di Israele, plasma la politica del Paese da decenni. Il suo sesto governo, formato alla fine del 2022, era considerato il più a destra della storia israeliana. Si reggeva su partiti di estrema destra e ultraortodossi. La riforma della giustizia da esso promossa aveva scatenato nel 2023 mesi di proteste di massa.

Dopo il massacro di Hamas e la guerra a Gaza, Netanyahu è finito sotto forte pressione per i fallimenti degli apparati di sicurezza, per le sue responsabilità politiche e per la gestione della questione degli ostaggi.

Per Netanyahu, sostenuto pubblicamente dal presidente statunitense Donald Trump, la posta in gioco era anche personale. Dal 2020 è sotto processo per corruzione, ma respinge tutte le accuse.

Eisenkot parla di un ‘vento di cambiamento’ Il principale sfidante di Netanyahu, Gadi Eisenkot (66 anni), aveva fondato lo scorso anno il partito di centro Yashar (in ebraico: ‘Dritto’) per proporsi come alternativa al premier. L’ex capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano (20152019) è considerato conservatore in materia di sicurezza e integerrimo, ma anche poco carismatico.

Eisenkot ha annunciato un nuovo stile politico: «In Israele soffia un vento di cambiamento, e questo cambiamento arriverà stasera alle 22». Ha detto di voler guidare il Paese non con «la divisione e l’allarmismo, ma con l’unità e un amore autentico». Dopo il massacro di Hamas, Eisenkot era entrato nel governo d’emergenza di allora, per poi lasciarlo a causa di divergenze con Netanyahu. Padre di cinque figli, nella guerra a Gaza ha perso un figlio e due nipoti, impegnati come soldati. Chiede un’inchiesta statale sulle mancanze legate all’attacco di Hamas e critica le esenzioni dal servizio militare per gli uomini ultraortodossi promosse dagli alleati di Netanyahu.

Eisenkot è contrario sia a un nuovo insediamento israeliano nella Striscia di Gaza sia a uno Stato palestinese. Di recente ha promesso, in caso di elezione a capo del governo, di porre fine al dominio di Hamas su Gaza entro 18 mesi.

Da parte sua, Mansour Abbas, leader del partito arabo Ra’am, che ha ottenuto 7 seggi, ha dichiarato: “Trasformeremo il mandato che abbiamo ricevuto in una nuova realtà nel Paese”. Il leader del partito israeliano Sionismo Religioso, Bezalel Smotrich, ha reagito ai festeggiamenti nelle comunità arabe promettendo di non permetterli: «Pensano di riuscire a invertire la nostra rivoluzione degli insediamenti in Giudea e Samaria. Non ci riusciranno. Insediamenti ebraici sorgeranno a Gaza».

Mancano i voti dei soldati

Come di consueto, i voti di centinaia di migliaia di soldati e riservisti verranno scrutinati solo a partire da oggi. A questa fascia di elettori viene attribuito un forte sostegno ai partiti di destra. I risultati finali provvisori sono attesi per giovedì, quelli ufficiali saranno pubblicati otto giorni dopo il voto. In seguito il presidente Isaac Herzog affiderà l’incarico di formare il governo al candidato che avrà le migliori possibilità di ottenere una maggioranza.

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