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Trump, l’ultima minaccia ‘Sparirà un’intera civiltà’

Ennesimo ultimatum scaduto alle due di notte. Il Pakistan insiste per un cessate il fuoco. Raid su Qoms, dove si troverebbe la Guida suprema, e Kharg

Scaduto alle due di notte l’ultimatum agli ayatollah. I mediatori pakistani rilanciano per una tregua in extremis: ‘In due settimane si può fare un accordo’.

La guerra in Medio Oriente ha vissuto un’ennesima drammatica giornata, con la comunità internazionale sospesa sull’ultimatum di Donald Trump a Teheran per Hormuz, scaduto quando in Svizzera erano le due di notte. Nel frattempo una serie di raid sulle infrastrutture civili iraniane, come ponti e autostrade, è scattata diverse ore prima della deadline posta dal presidente americano. Mentre il Pakistan insegue con ottimismo una tregua dell’ultim’ora tra Usa e Iran, con Trump che risponde: ‘Nessun commento, siamo in una fase di accese trattative’.

Toni apocalittici

“Un’intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile”, ha rincarato il commanderin-chief con un post su Truth dai toni apocalittici, per dare un ultimo avviso agli ayatollah. Una minaccia al popolo iraniano che il Papa ha definito “inaccettabile”. “Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale, ma molto di più. È una questione morale per il bene del popolo intero. Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente a tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti, che sarebbero anche loro vittime di questa escalation”, è stato l’appello di Leone XIV. Le bombe di Israele e Usa sono intanto tornate a cadere sull’isola di Kharg e su Qoms, dove si starebbe curando un silente Mojtaba Khamenei, nuova Guida suprema, ormai “in stato di incoscienza” secondo l’intelligence di Tel Aviv.

Le ritorsioni dei pasdaran

La Casa Bianca ha negato di considerare l’opzione arma atomica, ma gli ultimi segnali rischiano comunque di destabilizzare ulteriormente l’economia globale, se si guarda anche al proclama dei pasradan: “La moderazione è finita” e se gli americani e i loro alleati “superano le linee rosse vi colpiremo privandovi per anni del petrolio e del gas della regione”. “Possiamo distruggere l’Iran in una notte”, aveva detto Trump dopo aver dato ulteriore tempo alla teocrazia per riaprire lo Stretto di Hormuz. Nel frattempo i caccia americani e dell’Idf si sono alzati in volo per colpire target specifici in territorio iraniano. Le autorità locali hanno segnalato raid su un’importante autostrada che collega la città di Tabriz a Teheran e che è stata chiusa. Ancora, attacchi alle linee ferroviarie, con tutti i treni da e per Mashhad, seconda città del Paese, cancellati per precauzione dopo un avvertimento israeliano che esortava i civili a non viaggiare su rotaie. Benjamin Netanyahu ha riferito che i ponti e le ferrovie colpiti erano utilizzati dalle Guardie Rivoluzionarie “per trasportare materie prime per armi, armamenti e i loro operativi che attaccano noi, gli Usa e altri Paesi della regione”. Non c’è stata nessuna azione mirata contro la popolazione, ha puntualizzato, come a voler confermare che si è trattato di un ultimo avvertimento ai mullah prima di “scatenare l’inferno” evocato da Trump, ossia la distruzione della rete di approvvigionamento energetico dell’Iran.

Uno spiraglio lasciato aperto

Trump, invece, nel consueto lessico che alterna brutalità e messaggi concilianti il tycoon ha lasciato aperto uno spiraglio: “Ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale – in cui prevalgono menti diverse, più acute e meno radicalizzate – forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario”. In effetti la diplomazia non si è mai interrotta. JD Vance ha detto che si sarebbero tenuti “molti negoziati” prima della scadenza dell’ultimatum e fonti pakistane hanno confermato il “duro lavoro” di Islamabad per ottenere una “svolta”. Gli stessi media statali di Teheran, dando conto di un’interruzione dei messaggi diretti con Washington, hanno fatto sapere che i contatti indiretti sono proseguiti. Secondo il premier pakistano Sharif servirebbe un “cessate il fuoco di due settimane” per arrivare a una soluzione diplomatica.

Infine, fonti americane e israeliane, pur restando scettiche sulla possibilità di un’intesa al fotofinish, hanno parlato di “molti progressi fatti nelle ultime 24 ore”. Senza escludere la possibilità di un’ulteriore proroga. La stessa Casa Bianca non si sbilancia sulle prossime decisioni dell’amministrazione: Trump, è stata l’ammissione, è “l’unico” a sapere cosa fare. Mentre sono diversi, tra i repubblicani e nel mondo Maga, che vorrebbero un’inversione a U del presidente. Tra queste Marjorie Taylor Greene, ex fedelissima del tycoon.

Caro petrolio e Borse nervose

Vola e poi scende il prezzo del petrolio, appeso anche lui agli ultimatum-non ultimatum di Trump, mentre le Borse oscillano in preda al nervosismo.

Non si è visto ancora un vero ‘panic selling’ ma la tensione sale. Nelle ultime ore il greggio Wti del Texas ha toccato i 117 dollari al barile (+5%) mentre le quotazioni del Brent sono salite dell’1,58% a 111 dollari per poi riscendere sotto i 110 tra voci contraddittorie di progressi e chiusure sui negoziati tra Usa e Iran.

I timori che un’escalation del conflitto possa aggravare la crisi dei carburanti e mettere a rischio l’economia hanno interrotto la serie positiva delle Borse. La peggiore è stata Zurigo (1,48%), seguita da Francoforte (-1,06%), ma tutti i listini hanno perso terreno, Londra lo 0,84%, Parigi lo 0,67%, Milano lo 0,47 per cento. A Wall street gli indici viaggiano in negativo.

Gli investitori restano in allerta e la volatilità resterà alta fino a quando non ci sarà un esito chiaro. Gli analisti non si sbilanciano, restano cauti davanti all’elevata sensibilità alle notizie dei mercati, ma soprattutto per l’incoerenza delle dichiarazioni.

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