laRegione

Ali Khamenei fa la voce grossa, ma arrivano segnali di trattative

A Teheran rilasciato il giovane simbolo delle proteste

Gli Stati Uniti sono pronti a un incontro per negoziare un accordo. Il messaggio è stato inviato “tramite canali multipli” da Washington a Teheran e, secondo Axios, Turchia, Egitto e Qatar lavorano a un colloquio fra l’inviato Steve Witkoff e alti funzionari iraniani ad Ankara già alla fine della prossima settimana. I primi segnali della trattativa in corso per evitare l’escalation sono già arrivati: Teheran ha smentito le esercitazioni militari nello strategico stretto di Hormuz annunciate sabato dalla Tv di Stato e, soprattutto, il giovane simbolo delle proteste, Erfan Soltani, è stato rilasciato.

Soltani, 26 anni, era stato arrestato l’8 gennaio. Inizialmente ne era stata annunciata la condanna a morte per propaganda contro lo Stato, poi ritrattata dalle autorità. Gli Usa avevano più volte messo in guardia Teheran rispetto a una sua esecuzione, minacciando di attaccare se fossero stati giustiziati i dimostranti. Domenica la buona notizia: Erfan è stato rilasciato dietro cauzione.

Intanto l’ufficio del presidente dell’Iran Masoud Pezeshkian ha pubblicato sui media statali un elenco di 2’986 persone uccise nelle proteste. Manifestazioni che, ha ribadito il supremo leader, l’ayatollah Ali Khamenei, sono paragonabili a un colpo di Stato. L’anziano leader teocratico ha anche minacciato gli americani che un eventuale conflitto non resterebbe confinato all’Iran, ma sfocerebbe in “una guerra nella regione”. Parole minacciose, ma Donald Trump si mostra ottimista: “L’Iran parla con noi seriamente, speriamo di negoziare qualcosa di accettabile”. Dietro alle schermaglie di parole si intravede però il lavoro dei mediatori. Egitto, Qatar e Turchia cercano di disinnescare la crisi. Il premier del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, è volato sabato a Teheran per incontrare il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza iraniano, Ali Larijani. Anche la Turchia gioca un ruolo. Secondo l’israeliano ‘Haaretz’, l’attacco americano potrebbe infatti attendere l’esito di un nuovo round diplomatico guidato proprio da Ankara.

In quest’ottica Recep Tayyip Erdogan potrebbe proporre di custodire l’uranio arricchito iraniano, impegnandosi a non restituirlo mai a Teheran. Trattative che trovano eco nelle parole concilianti delle figure iraniane di maggior peso: dal presidente Masoud Pezeshkian (“la guerra non sarebbe nell’interesse dell’Iran o degli Usa”), a Larijani (che ha parlato di “progressi” nei “negoziati”) fino ad Araghchi che si è detto “fiducioso di poter raggiungere un accordo”. Gli Usa però non hanno ancora escluso un’azione militare. Trump ha chiesto opzioni per attacchi rapidi per evitare una guerra prolungata in Medio Oriente che gli nuocerebbe sul fronte interno.

SVIZZERA / ESTERO

it-ch

2026-02-02T08:00:00.0000000Z

2026-02-02T08:00:00.0000000Z

https://epaper.laregione.ch/article/281526527483288

Regiopress SA