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Lo stop dei Paesi arabi a Trump e Netanyahu

Accordo con l’Iran lontano, vago ultimatum americano

Non è stata solo la risposta militare iraniana a frenare una nuova escalation dopo la guerra israeloamericana contro Teheran. A pesare è stata soprattutto la pressione politico-diplomatica delle monarchie del Golfo, decise a evitare che il conflitto travolga economie, energia e rotte commerciali. Secondo analisti regionali, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno mantenuto una linea ufficiale di neutralità, mentre dietro le quinte hanno posto un vero e proprio veto all’azione americana.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, il messaggio è più ampio: le monarchie petrolifere non intendono pagare indefinitamente il prezzo regionale della guerra israeliana e americana contro la Repubblica islamica. Ma il nuovo pragmatismo arabo non nasce da un avvicinamento strategico a Teheran. Punta al contenimento di un Iran indebolito, ma non sconfitto, e alla rinuncia a un “regime change” considerato troppo rischioso e irrealizzabile.

Per Riad, Abu Dhabi e Doha, un Iran controllabile appare oggi meno temibile di una regione in fiamme. La priorità non è più l’eliminazione dell’avversario, ma la difesa di stabilità, export, turismo, finanza e sicurezza delle rotte. Le città costruite per attrarre capitali globali non possono convivere con cieli chiusi, traffici marittimi minacciati, impianti petroliferi vulnerabili e lo stretto di Hormuz bloccato. Per questo la pressione araba su Washington è anche un messaggio indiretto a Israele. Le monarchie del Golfo non vogliono più essere il cuscinetto delle guerre di Netanyahu contro l’Iran e i suoi alleati regionali. Non è una rottura con gli Usa, ma una richiesta di darsi un limite: la sicurezza delle monarchie non può essere subordinata all’agenda israeliana. Donald Trump ha così concesso alcuni giorni a Teheran e avvisa che però potrebbe dover colpire nuovamente, mentre gli ayatollah promettono di aprire nuovi fronti di guerra, se attaccati.

Continuano le minacce reciproche

La ricerca di un accordo prosegue quindi tra reciproche minacce, dopo il pressing del Pakistan nelle sue vesti di mediatore e, come detto, delle monarchie del Golfo. Tanto da partecipare al G7 finanziario di Parigi, dove la dichiarazione congiunta finale mette in guardia sul fatto che sia “imperativo” garantire “il ritorno a un transito libero e sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, alleviare le tensioni sulle catene di approvvigionamento di energia, cibo e fertilizzanti” e trovare “una soluzione duratura del conflitto”.

“Ero a un’ora dal prendere la decisione di intervenire martedì”, ha detto Trump. L’ultimatum ora è a breve termine ma non ben definito: “Beh, intendo dire tra due o tre giorni, forse venerdì, sabato, domenica, o magari la prossima settimana”. “Se potessimo trovare un accordo senza bombardare a tappeto, ne sarei molto felice. Spero non dovremo fare la guerra, ma potremmo dover infliggere loro un altro duro colpo”, ha aggiunto il presidente, che sembra sempre più impantanato nel conflitto senza una chiara ed efficace via d’uscita. Teheran mantiene toni bellicosi, ricordando di avere “il dito sul grilletto”. In caso di nuova escalation, potrebbe lanciare decine o centinaia di missili al giorno, uno scenario che rischia di vedere la guerra allargarsi rapidamente.

Il ministro degli Interni pachistano Mohsin Naqvi si è intanto recato a Teheran per parlare con alti funzionari iraniani. L’ultima proposta di pace iraniana prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano, il ritiro delle forze statunitensi dalle aree vicine all’Iran e risarcimenti per le distruzioni causate dagli attacchi Usa-Israele. Teheran ha inoltre chiesto la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei fondi congelati e la fine del blocco navale Usa. L’unica concessione sarebbe un lungo stop al programma nucleare con la consegna dell’uranio arricchito alla Russia.

ESTERO / SVIZZERA

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2026-05-20T07:00:00.0000000Z

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