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La sinistra impallina l’iniziativa ‘del caos’

Scendono in campo Ps, Verdi e sindacati. Il loro messaggio: un sì pregiudicherebbe salari e pensioni e farebbe salire ancor di più i premi di cassa malati

L’iniziativa popolare dell’Udc ‘No a una Svizzera da 10 milioni!’ genererebbe il caos; se accolta, significherebbe la condanna a morte degli accordi bilaterali con l’Unione europea. A suonare l’allarme sono stati i partiti della sinistra e i sindacati: le conseguenze sarebbero nefaste per gli svizzeri, i loro salari e le loro pensioni, hanno sostenuto in una conferenza stampa a Berna Unione sindacale svizzera (Uss), Travail.Suisse, Ps e Verdi. Si vota il 14 giugno. L’iniziativa ‘No a una Svizzera da 10 milioni!’, detta anche Iniziativa per la sostenibilità, esige un controllo rigoroso dell’immigrazione affinché la popolazione residente permanente non superi i 10 milioni entro il 2050. Consiglio federale e Parlamento dovrebbero adottare misure – in particolare negli ambiti dell’asilo, del ricongiungimento familiare e dell’ammissione provvisoria – non appena la popolazione supera i 9,5 milioni. Se queste misure non fossero sufficienti, Berna dovrebbe rescindere i trattati internazionali, incluso l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Ue. Le conseguenze sarebbero quasi immediate, ha osservato il copresidente del Ps Cédric Wermuth.

Secondo gli oppositori, «questa iniziativa è distruttiva». Fissare un tetto massimo rigido costituirebbe un attacco al potere d’acquisto. «Costerebbe molto alla società», ha affermato il capoeconomista dell’Uss

Daniel Lampart. In caso di ‘sì’, inoltre, la carenza di manodopera peggiorerebbe. La Svizzera dipende dal personale straniero in molti settori, in particolare nel sistema sanitario. «Il personale è già esausto. Senza i professionisti delle cure medico-sanitarie provenienti dall’estero, non sarà più possibile garantire un’assistenza di qualità, sia negli ospedali, che nelle case di riposo o nelle cure a domicilio», ha avvertito

Adrian Wüthrich, presidente di Travail.Suisse.

Rendite e premi compromessi

Anche la previdenza per la vecchiaia ne risentirebbe. È presto detto: meno persone attive significa meno entrate per l’Avs e per le casse pensioni. Un circolo vizioso che colpirà anche i premi delle casse malati, destinati ad aumentare per mancanza di assicurati che pagano i loro premi, ha fatto notare Lampart. I diritti dei lavoratori sarebbero limitati, ha dichiarato la presidente di Unia Vania Alleva, per la quale il diritto al ricongiungimento familiare sarebbe abolito. Anche la protezione dei salari è a rischio. Senza questa protezione, legata alla libera circolazione delle persone, si aprirebbe la strada al dumping salariale. L’iniziativa ha come unico scopo di «reintrodurre lo statuto disumano dello stagionale», ha affermato la presidente dei Verdi Lisa Mazzone. Passate regolamentazioni discriminatorie permettevano di sfruttare persone senza passaporto svizzero e senza diritti, pagando loro salari inferiori per il medesimo lavoro, ha criticato Alleva. «È un piano perfido».

L’iniziativa pregiudicherebbe le nostre relazioni con l’Ue e i bilaterali. Per giunta in un periodo di forte incertezza, dove c’è più che mai bisogno di stabilità. Per l’economia elvetica orientata all’export, una disdetta dei bilaterali avrebbe conseguenze drammatiche, è stato detto. Quasi la metà delle esportazioni svizzere è destinata all’Ue, ha ricordato Wüthrich. Un accesso limitato al mercato europeo frenerebbe gli investimenti e spingerebbe le imprese a delocalizzarsi.

BILATERALI III Esperti divisi sul tipo di referendum

La questione del referendum facoltativo o obbligatorio sul pacchetto di accordi Svizzera-Ue è complessa, secondo tre professori di diritto. Sull’obbligatorietà può sussistere un conflitto tra accordi e Costituzione. È quanto è emerso da un’audizione pubblica. Cinque esperti di diritto europeo sono stati ascoltati per ore dalla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati (Cip-S). Di norma, tali audizioni si svolgono a porte chiuse. L’occasione rappresentava quindi un’eccezione. La questione su quale tipo di referendum applicare ai trattati internazionali è stata al centro della mattinata. La Cip-S non ha ancora preso alcuna decisione al riguardo.

Per Astrid Epiney, professoressa di diritto europeo all’Università di Friburgo, i cosiddetti Bilaterali III non rappresentano un’adesione a un’organizzazione sovranazionale. Non richiedono quindi un referendum obbligatorio. A suo avviso, un referendum facoltativo è giuridicamente ammissibile. Quanto al ‘referendum obbligatorio sui generis’ in materia di trattati internazionali, che riguarda il diritto costituzionale non scritto, la professoressa vi si oppone. Ciò aprirebbe la porta a un’incertezza giuridica e a un rischio di pregiudizio se si evidenziasse il carattere di «importanza particolare» di un accordo per giustificare il referendum obbligatorio.

Andreas Glaser, professore di diritto pubblico e amministrativo all’Università di Zurigo, è favorevole al referendum obbligatorio. Il pacchetto Svizzera-Ue ha una portata quasi costituzionale, include un recepimento dinamico del diritto europeo, un meccanismo di arbitrato con la Corte di Giustizia dell’Ue e talune disposizioni che potrebbero entrare in conflitto con la Costituzione federale.

Stefan G. Schmid, professore di diritto costituzionale all’Università di San Gallo, condivide entrambe le opinioni. La scelta di un referendum obbligatorio non si fonda su basi solide poiché il criterio di «importanza politica» non è giuridicamente determinante. Una soluzione giuridicamente possibile, ma politicamente delicata, sarebbe modificare la Costituzione integrando direttamente l’approvazione degli accordi, tramite disposizioni transitorie. Ciò richiederebbe la doppia maggioranza del popolo e dei Cantoni.

Altri due professori, lo storico Oliver Zimmer e il politologo Adrian Vatter, hanno sottolineato in particolare le conseguenze della scelta del tipo di referendum sulla fiducia popolare, l’equilibrio federalista e la legittimazione democratica.

Il 13 marzo il Consiglio federale ha adottato il messaggio sui Bilaterali III e lo ha trasmesso al Parlamento. Basandosi su un parere legale, si è espresso a favore del referendum facoltativo. L’ultima parola sul tipo di votazione spetta alle Camere federali.

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2026-03-28T07:00:00.0000000Z

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