Via ai negoziati tra silenzi e minacce
L’Iran tace e si divide sulla delegazione da mandare a Islamabad, Trump insiste sull’apertura di Hormuz. Netanyahu non vuole fermarsi in Libano
La vigilia dei negoziati tra Iran e Usa è carica di incognite e di tensioni, che tengono in bilico la tregua di due settimane. Donald Trump ha già messo in chiaro che le cose non sono partite bene, perché Teheran continua a bloccare Hormuz, tra mine e pedaggi. Posizione ribadita da JD Vance, a capo della delegazione Usa in Pakistan, che ha chiesto alla controparte di non preparare tranelli. A complicare il quadro c’è la postura di Israele in Libano, che bersaglia Hezbollah senza alcuna intenzione di fermarsi. Un oltranzismo che alimenta la protesta del governo di Beirut e soprattutto il nervosismo di Teheran, con il rischio che la trattativa salti prima di iniziare.
Una Islamabad blindata si prepara ad accogliere le due delegazioni. Prima di salire in aereo Vance, che sarà affiancato Steve Witkoff e Jared Kushner, ha detto di aspettarsi un “esito positivo” dei colloqui, ma ha avvertito i mullah di “non prendere in giro” gli Stati Uniti. Il principale motivo di diffidenza per Washington riguarda Hormuz, dove il traffico mercantile resta in larga parte consentito soltanto alle navi iraniane.
Le navi restano ferme
Gli Emirati ad esempio hanno oltre 200 petroliere ferme in attesa di salpare, hanno fatto sapere le autorità della compagnia nazionale, denunciando una situazione di “coercizione”. Dal cessate il fuoco appena 15 navi hanno attraversato lo Stretto, contro le 140 al giorno prima del conflitto.
Trump di questa situazione non è affatto contento: “L’Iran sta gestendo in modo pessimo il transito, questo non è l’accordo che avevamo”, il post di fuoco su Truth, con la richiesta di non imporre “pedaggi” o comunque di “smettere subito” di farlo, perché “non hanno altre carte in mano”. Altrimenti, se non ci sarà un’intesa, gli attacchi riprenderanno “con intensità maggiore” e “armi e munizioni migliori di prima”.
Confusione a Teheran
Dal fronte opposto, riguardo al negoziato, i segnali sono poco nitidi. Il network di opposizione Iran International ha dato conto di una spaccatura nel regime sulla composizione e il mandato della delegazione da mandare in Pakistan. Secondo questa ricostruzione il capo delle Guardie Rivoluzionarie, Ahmad Vahidi, vorrebbe limitare il peso nei colloqui dello speaker del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, per puntare di più sul successore di Ali Larijani, Mohammad Bagher Zolghadr, considerato più affine alla linea dura.
Nel merito dei temi, Teheran insiste che la base di discussione sarà la sua lista di 10 condizioni. Tra queste c’è l’arricchimento dell’uranio, su cui le parti sarebbero ancora distanti: gli Usa vogliono tutte le scorte fuori da Paese, il regime rivendica il diritto all’arricchimento per scopi civili. Altro dossier, gli americani detenuti. Il team di Trump chiederà il loro rilascio.
Per sedersi al tavolo la teocrazia ha posto due precondizioni: lo sblocco dei suoi asset congelati e un cessate il fuoco in Libano, ma Israele ha opposto un muro. “Siamo in stato di guerra” con Hezbollah, ha chiarito il capo di Stato maggiore Eyal Zamir. Benjamin Netanyahu, dopo essere stato invitato da Trump a non compromettere il dialogo con l’Iran, nel corso di una telefonata definita “tesa” dalla Cnn, ha respinto l’ipotesi di una tregua in Libano ma ha aperto all’avvio di negoziati con le autorità di Beirut fino all’annuncio in serata di un negoziato separato, martedì. Il premier Nawaf Salam è atteso a Washington nei prossimi giorni, mentre gli ambasciatori hanno iniziato a preparare il terreno, ma fonti della presidenza della Repubblica hanno fatto sapere di aspettarsi una pausa delle ostilità prima di avviare un dialogo diretto con lo Stato ebraico.
A sostegno interessato di questa linea c’è la leadership del Partito di Dio: il governo smetta di fare “concessioni gratuite”, l’appello di Naim Qassem, sempre costretto a nascondersi per sfuggire alle bombe dell’Idf.
Pakistan contro Israele
Intanto Pakistan e Israele si affrontano in un durissimo scontro verbale. Un duello dalle chiare implicazioni politiche che vede i due governi sfidarsi a colpi di aspre dichiarazioni online. E, quel che più conta, proprio alla vigilia dei possibili colloqui di Islamabad.
Ad accendere gli attriti un post pubblicato nella notte sull’account X del ministro della Difesa pachistano, Khawaja Asif, ma poi cancellato in fretta e furia. Il messaggio non è più disponibile sul social, ma i giornali internazionali riferiscono che, dopo aver accusato le forze israeliane di “commettere un genocidio” in Libano, il ministro pachistano ha usato parole di fuoco nei confronti dello stesso Stato di Israele, definendolo “canceroso” e “una maledizione per l’umanità” e condannandone persino la creazione dicendo di augurarsi che i fondatori “brucino all’inferno”. Non si è fatta attendere la risposta del governo israeliano, che ha replicato mettendo in dubbio il ruolo di mediatore del Pakistan.
Aeroporti Ue: sta finendo il carburante
Ancora tre settimane, poi gli aerei rischiano di restare a terra. Alla vigilia dei negoziati, gli aeroporti d’Europa scoprono le carte di una crisi che potrebbe rivelarsi tra le più disastrose della storia recente. In una lettera inviata alla Commissione Ue, l’associazione degli scali europei – Aci Europe – ha messo nero su bianco che, sui rifornimenti di cherosene, non c’è più tempo da perdere. “Se il transito attraverso lo Stretto di Hormuz non riprenderà in modo significativo e stabile entro tre settimane, la carenza sistemica di carburante per aerei è destinata a diventare una realtà per l’Ue”, è stato l’alert annotato nella missiva. La lettera di Aci Europe – rivelata dal Financial Times – dipinge un quadro davvero a tinte fosche, dove rischiano di finire nel caos vacanze estive e prenotazioni dei voli.
ESTERO / SVIZZERA
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