Ottimismo negoziale, pessimismo economico
Donald Trump apre a nuovi colloqui a breve. L’Fmi evoca lo spettro della crisi petrolifera del 1974. Discussioni ‘costruttive’ tra Libano e Israele
Qualcosa “si sta muovendo”. Chiuso lo Stretto di Hormuz, dalla guerra prima e dal blocco navale di Donald Trump poi, il presidente americano annuncia un possibile nuovo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran “nei prossimi due giorni”. Non più in Pakistan, che pure si era offerto di ospitarli ancora, dopo il primo giro andato a vuoto. “Abbiamo in mente un altro luogo”, ha detto il tycoon al ‘New York Post’, senza fornire ulteriori dettagli sulla sede del prossimo incontro né sul livello delle delegazioni. Fonti di stampa ipotizzano che possano tenersi domani a Ginevra, ma non si escludono Turchia ed Egitto, gli altri due Paesi mediatori. Il tutto mentre si sono conclusi i primi colloqui a Washington tra gli ambasciatori israeliano e libanese negli Stati Uniti, con il segretario di Stato Usa Marco Rubio. “Discussioni costruttive”, si legge in una nota congiunta. Le parti avrebbero concordato di avviare negoziati diretti in data e luogo da stabilirsi.
La diplomazia è in fermento anche perché più il conflitto si prolunga, più cresce il rischio di una crisi economica globale. Martedì il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha tagliato al 3,1% le stime della crescita globale per il 2026. Uno 0,2% in meno rispetto alle stime di gennaio, accompagnato da un’inflazione in rialzo al 4,4% sulle pressioni dei prezzi dell’energia. E quella tracciata dal World economic outlook è la migliore delle ipotesi, basata su una “previsione di riferimento” che la guerra abbia “durata, intensità e portata limitate”. Ma se in Iran e in Medio Oriente le cose dovessero andare male o molto male, con una guerra che si trascina a lungo, la crescita potrebbe frenare dal 3,4% del 2025 al 2,5% o addirittura al 2%, a un passo dalla recessione globale, con un’inflazione in volo al 6%. Il rischio è di finire nella «più grande crisi energetica dei tempi moderni», in «uno shock comparabile con quello del 1974», ha osservato il capo economista del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas.
Un piano cinese
Intanto scorre il conto alla rovescia verso la fine dell’attuale cessate il fuoco prevista per il 21 aprile. Sul tavolo delle trattative restano le potenzialità di Teheran di dotarsi dell’arma nucleare che Stati Uniti e Israele vogliono impedire a tutti i costi: secondo il ‘New York Times’, Trump ha respinto la proposta iraniana di sospendere per cinque anni al massimo l’arricchimento dell’uranio, contro i 20 richiesti da Washington. La stessa fonte ha aggiunto che gli Usa chiedono la rimozione dell’uranio già altamente arricchito (circa 450 chili) utile a produrre la bomba atomica, ma che gli iraniani insistono perché resti nel Paese offrendo però di diluirlo in modo significativo. Dal canto suo, la Repubblica islamica preme inoltre per la revoca delle sanzioni e lo sblocco degli asset congelati all’estero.
In questo quadro crescono le pressioni internazionali affinché riprendano i negoziati e, soprattutto, si sblocchi lo Stretto di Hormuz, cruciale per il commercio e l’economia globali. La Cina, che ha giocato un ruolo nella decisione di Trump di stabilire il cessate il fuoco di 15 giorni, ha di nuovo presentato una sua proposta per la pace e la stabilità in Medio Oriente e nel Golfo. Il presidente Xi Jinping ha illustrato al principe ereditario degli Emirati, Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, in un incontro a Pechino, un piano in quattro punti che comprendono la coesistenza pacifica nella regione, il rispetto della sovranità nazionale, quello del diritto internazionale e il coordinamento tra sviluppo e sicurezza.
Il tratto di mare che porta al Golfo Persico resta chiuso, o quasi. Il Comando centrale americano ha riferito che nelle prime 24 ore di blocco sei navi mercantili sono state costrette a invertire la rotta e tornare nei porti iraniani, dopo essersi imbattute nelle forze Usa. Oltre 10mila militari americani e 12 navi della Us Navy sono impegnati nel blocco che, ha ricordato Centcom, viene attuato “nei confronti di navi di tutte le nazioni” in entrata o in uscita dai porti dell’Iran. Secondo i dati di tracciamento marittimo visionati da Bbc Verify, tuttavia, di quattro navi che avevano attraversato lo Stretto, tra cui due sanzionate dagli Stati Uniti e altre dirette o provenienti dagli scali iraniani, almeno due sembrano aver invertito la rotta per tornare indietro. Più di 20 navi commerciali avrebbero attraversato lo Stretto nelle ultime 24 ore, secondo il ‘Wall Street Journal’. Respinto l’appello di Trump a partecipare al blocco, Francia e Gran Bretagna hanno preso l’iniziativa convocando per venerdì una Conferenza, presieduta da Emmanuel Macron e Keir Starmer, dei Paesi “non belligeranti pronti contribuire” a “una missione multilaterale e puramente difensiva”.
ESTERO / SVIZZERA
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