‘L’Iran è un cancro, la tregua è finita’
Ripresi i bombardamenti. Trump sfida anche gli alleati Nato, poi frena
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Tornano i raid incrociati sul Golfo, che indeboliscono la già fragile tregua e riducono le speranze di trasformare il memorandum d’intesa del 17 giugno in un accordo di pace permanente per porre fine alla guerra tra Usa e Iran. Con Donald Trump che dà per “finita” l’intesa preliminare, pur senza chiudere del tutto la porta, e minaccia nuovi attacchi, promettendo contemporaneamente che “la guerra non ricomincerà nuovamente” ma, anzi, “finirà presto”. Intanto il petrolio torna a salire e le Borse a scendere, con il rischio anche di un nuovo blocco dei porti iraniani ventilato dallo stesso tycoon.
La nuova escalation è scaturita dalle recenti incursioni iraniane nello Stretto di Hormuz contro tre petroliere, di cui una del Qatar e l’altra dell’Arabia Saudita – entrambi Paesi alleati degli Usa – che stavano seguendo una rotta non concordata con la Repubblica islamica. Una “violazione della tregua”, secondo gli Usa, che hanno reagito prima reintroducendo le sanzioni sul petrolio di Teheran, poi con massicci bombardamenti notturni che, secondo il Centcom, hanno colpito oltre 80 obiettivi: in particolare sistemi di difesa aerea, reti di comando e controllo, postazioni radar costiere, capacità missilistiche antinave e oltre 60 piccole imbarcazioni dei pasdaran Trump ha rivelato che il Pentagono ha attaccato anche il principale terminal petrolifero iraniano sull’isola di Kharg, ammonendo nuovamente che le forze americane potrebbero assumerne il controllo. Teheran, che ha denunciato la morte di otto suoi militari nei raid Usa, ha replicato prendendo di mira con missili e droni “85 installazioni militari Usa in Bahrain e in Kuwait” e abbattendo un drone americano che avrebbe tentato di interferire nell’operazione. Secondo un dirigente Usa, non ci sarebbero state vittime né danni rilevanti alle basi.
‘Non credo più ai leader di Teheran’
Nel summit Nato ad Ankara The Donald ha parlato più volte dell’Iran, inciampando anche in una gaffe quando lo ha definito “la Repubblica islamica del Giappone”. Il commander in chief ha difeso come un “enorme successo militare” la sua gestione del conflitto, che a suo avviso ha “decimato le capacità militari di Teheran”, mandato alle stelle l’inflazione del Paese e decapitato due gruppi di leader facendo spazio a un terzo che credeva “più ragionevole” ma che invece “non serve gli interessi del popolo”. “Sono feccia. Persone malate. Sono un cancro. Per quanto mi riguarda, trattare con loro è una perdita di tempo”, ha detto, precisando: “Naturalmente lascerò che i nostri eccellenti negoziatori continuino a parlare, se lo desiderano, ma io non ci credo. Non mi piacciono queste persone”. “Se raggiungessimo un accordo con l’Iran, non sono sicuro che verrebbe rispettato, li considero persone molto disonorevoli”.
Una fonte a conoscenza dei colloqui di Ankara ha riferito che Trump non ha ripetuto le sue dichiarazioni sulla fine dell’accordo provvisorio con l’Iran durante l’incontro dei leader della Nato, ma in seguito ha avvertito dell’imminenza di probabili nuovi attacchi nella notte, a titolo di “avviso”.
Rutte sta con la Casa Bianca
L’unico che ad Ankara ha approvato apertamente i raid americani è stato il segretario generale della Nato, Mark Rutte: “Assolutamente necessari”. Silenzio dagli alleati Nato, che The Donald – nonostante fosse a cena con loro – non aveva informato ma di cui ha continuato a lamentare il mancato appoggio in Iran.
Il tycoon ha risposto quindi col solito ritornello: “Teheran non avrà mai l’arma nucleare”. Ma ora, concordano gli analisti, ha lo Stretto di Hormuz, un’arma che si sta rivelando più efficace della minaccia dell’uranio arricchito perché gli consente di controllare gli strategici traffici energetici e commerciali. Appare evidente che il memorandum del 17 giugno non ha retto alla prova dei fatti su questo nodo. Secondo il Ministero degli esteri iraniano, gli Stati Uniti, “nonostante quanto espressamente previsto dall’articolo 5 del memorandum – che riconosce alla Repubblica islamica la responsabilità di stabilire le modalità per il transito sicuro delle navi a Hormuz – hanno messo in discussione questa disposizione e, di fatto, con le proprie azioni unilaterali e con gli attacchi di aggressione contro l’Iran, hanno violato la struttura dell’accordo”. “L’epoca delle prepotenze e delle estorsioni è finita”, “Non ci piegheremo”, ha scritto su X il caponegoziatore iraniano e presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Ghalibaf.
Un summit a due facce
Prima la tempesta e poi la bonaccia. Anzi, di più. Nel corso del vertice Nato di Ankara, Trump avrebbe percepito “l’amore” degli alleati per gli Stati Uniti. E per lui stesso, ovviamente. Il presidente statunitense ha terremotato il summit, attaccando nel mattino – i soliti che non hanno aiutato sull’Iran, specialmente la Spagna, ma anche l’Italia per il mancato uso delle basi – e ricucendo nel pomeriggio. Roma è tornata a essere “buona”. “Quasi tutti sono stati buoni, hanno avuto un momento cattivo”, ha chiosato, per poi affermare che “abbiamo ritrovato l’unità”. Certo, Madrid potrebbe non essere ancora al sicuro. Secondo il Wall Street Journal, il Tesoro Usa “lavorerà con l’ufficio del rappresentante per il Commercio per fornire al presidente una lista di prodotti spagnoli che potrebbero essere soggetti a embargo nei prossimi giorni”, per dar seguito alle minacce d’inizio giornata, lanciate nel corso del suo punto stampa con il segretario generale Mark Rutte, che ha snobbato le polemiche e tirato dritto. “Abbiamo appena concluso un summit di enorme successo”, ha riassunto al termine dei lavori. “Si è respirato un forte senso di unità. Gli alleati hanno accolto con grande favore la leadership del presidente Trump, che sta trasformando questa Alleanza e la sta rendendo più forte. Il messaggio di questo vertice è semplice: la Nato mantiene le promesse”. Dunque tutti compatti verso l’obiettivo del 5% del Pil per l’esercito, costruendo nel mentre il pilastro europeo dell’Alleanza, ovvero la Nato 3.0.
Patriot per Kiev
La dichiarazione finale del summit è stata confermata così come l’avevano approvata gli ambasciatori la settimana scorsa. ribadendo “l’incrollabile impegno all’articolo 5” oltre al sostegno all’Ucraina, che ora viene definita una specie di risorsa per la sicurezza transatlantica”. Tant’è vero che Kiev incasserà l’agognata licenza a produrre gli intercettori Patriot. Ecco, sono particolari come questi che risollevano l’animo degli alleati, benché a volte diplomatici e funzionari rischino l’infarto. Trump ha infatti risollevato la questione spinosa della Groenlandia – “è un problema” – costringendo la premier danese a precisare che difenderà sempre l’integrità territoriale del Regno. Salvo poi non tornarci più su nel corso della conferenza stampa finale. Dedicata appunto alla concordia.
Archiviato il summit di Ankara, già si guarda avanti. Non è chiaro quando si terrà il prossimo – c’è chi vorrebbe interrompere la cadenza annuale –, ma è stata confermata l’Albania come prossimo ospite. Poi vanno messe a terra tutte le decisioni che – a volte sottotraccia e dietro le quinte – sono state prese, ad esempio sul rimpiazzo delle capacità americane. Il percorso è chiaro. L’Europa si farà sempre più carico della sua sicurezza e difesa, al contempo preservando lo spirito transatlantico. Dove a primeggiare è “l’alleato indispensabile”: Washington.
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