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Oleodotto saudita ko, petrolio alle stelle

Il Brent vicino ai 110 dollari al barile. La Casa Bianca si muove su più tavoli, dall’Iran all’Ucraina, per far scendere il prezzo in tempo per le elezioni di Midterm

Il nuovo balzo dei prezzi di petrolio e gas si abbatte sui mercati finanziari globali, a partire dai microchip. Mentre l’oleodotto saudita East-West, attaccato da droni la scorsa settimana, è l’ultimo capitolo di una crisi sempre più complicata: resterà in gran parte fuori servizio per diverse settimane a causa delle riparazioni necessarie. Il Wti e il Brent, di riflesso, salgono di oltre il 2%, attestandosi, rispettivamente, a 102 e a 107 dollari al barile.

L’oleodotto fermo

L’infrastruttura colpita attraversa il Regno ed è fondamentale nelle strategie di Riad per spostare l’export di greggio verso il mar Rosso allo scopo di scavalcare lo Stretto di Hormuz, dove gli attacchi iraniani pesano sul traffico marittimo. La chiusura comporta un carico fino a 7 milioni di barili di petrolio al giorno in meno fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, su cui preme la minaccia degli Houthi. Il segretario all’Energia Usa, Chris Wright, ha provato a rassicurare sui flussi di petrolio dopo lo stop dell’East-West: “La tendenza a sette giorni è in crescita e continuerà a salire”, ha affermato Wright, parlando dei piani di ‘normalizzazione’ di Hormuz. Il primo settembre, ha aggiunto, si è registrato un picco di 18 milioni di barili transitati in un solo giorno. I prezzi del gas naturale in Europa, inoltre, hanno avuto un’altra impennata: a 82,17 euro al megawattora, in rialzo del 3,33%.

Il ricnaro dei prezzi dell’energia ha alimentato i timori sull’inflazione e spinto al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato alla vigilia della riunione in cui il presidente della Fed, Kevin Warsh, dovrà affrontare il nodo del possibile aumento dei tassi, l’esatto contrario di quello che vorrebbe Trump. Ma anche in Europa si registrano aumenti sui titoli governativi, in una giornata peraltro di emissioni da parte di Francia e Germania.

Washington dà la colpa a Kiev e Mosca

Intanto Trump annuncia che Ucraina e Russia hanno concordato di non colpire le rispettive infrastrutture energetiche, all’indomani del rimbrotto all’indirizzo di Kiev lanciato dal suo campo da golf irlandese di Doonbeg per aver preso di mira con insistenza le raffinerie di Mosca. “L’Ucraina ha accettato di non colpire obiettivi energetici russi. La Russia ha accettato di fare lo stesso!”, ha scritto il tycoon in un post su Truth, convinto che “l’aumento del prezzo del diesel a livello mondiale” sia stato “causato principalmente dalla guerra tra Russia e Ucraina, non dall’Iran”. Le elezioni di midterm incombono, e The Donald ha fatto sua la lettura già esposta nei giorni scorsi dal segretario al Tesoro Scott Bessent sull’aumento dei prezzi dei carburanti negli Usa come conseguenza degli attacchi ucraini agli impianti russi di raffinazione del greggio. Il diesel in America ha toccato la media di 6,23 dollari al gallone, un’enormità rispetto ai 3,8 dollari circa relativi a fine febbraio, poco prima che Usa e Israele attaccassero l’Iran.

Kiev però non è del tutto pronta alla tregua, o meglio chiede garanzie perché, ha spiegato Volodymyr Zelensky su Telegram, “non è sicura che la Russia abbia la volontà di rispettare qualsiasi accordo”. Nei giorni scorsi Zelensky aveva chiesto lo stop degli attacchi alle infrastrutture energetiche in vista dell’inverno: la Russia aveva respinto la proposta. “Naturalmente, non possiamo che accogliere con favore qualsiasi richiesta al regime di Kiev di interrompere gli attacchi contro le infrastrutture economiche pacifiche”, ha commentato questa volta il portavoce di Putin, Dmitry Peskov. Fonti vicine al Cremlino, scrive il Financial Times, affermano però che lo zar è riluttante a raggiungere un accordo prima dell’inverno, ritenendo che gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine potrebbero aumentare la pressione su Kiev affinché faccia delle concessioni.

Il caos mediorientale

La tensione intanto resta alta nel Golfo con i nuovi raid incrociati fra gli Houthi e l’Arabia Saudita e lo scontro a distanza fra Iran e Stati Uniti all’Aiea. Teheran ha infatti accusato Washington di aver escluso dal vertice a Vienna il capo dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, Mohammad Eslami, e ha convocato l’incaricato d’affari austriaco per protestare contro la mancata concessione dei visti agli iraniani. L’incidente conferma le difficoltà persistenti nel cercare di riavviare un dialogo che porti a una fine della guerra in corso da più di sei mesi.

“L’Iran, un Paese in crisi, vuole concludere un accordo, in fretta e male. Deciderò io se gli Stati Uniti sceglieranno o meno di avviare un confronto, un’ipotesi a cui siamo aperti”, ha detto Trump mostrandosi quantomeno possibilista su una riapertura dei colloqui. Se e quando accadrà è tutto da vedere. Così come è da verificare la disponibilità di Teheran.

I nodi delle trattative restano gli stessi, da Hormuz al nucleare. Sullo Stretto il pressing americano è elevato. Trump vuole vedere scendere i prezzi del petrolio prima delle elezioni di metà mandato. “Crolleranno non appena finirà il conflitto militare con l’Iran, e non ci vorrà molto”, ripete da settimane rivendicando che il “petrolio scorre a Hormuz” e ventilando la possibilità di chiedere rimborsi ai Paesi che usano il petrolio in transito nello Stretto. Il tutto mentre ieri sera il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica parlava di una petroliera che avrebbe preso fuoco dopo aver urtato delle mine nello Stretto di Hormuz.

Ma Hormuz non è l’unico cruciale passaggio in pericolo in Medio Oriente. Con i raid degli Houthi, a tremare è anche lo stretto di Bab el-Mandeb, una delle rotte mondiali più importanti per il trasporto di petrolio dal Golfo verso il Mediterraneo. Un mix fatale per il mercato: l’instabilità in Medio Oriente fa infatti temere per le scorte globali e fa volare le quotazioni del greggio. Gli Houthi stanno continuando con la loro offensiva. Dopo aver conquistato due isole nel Mar Rosso, hanno nuovamente lanciato attacchi contro obiettivi militari in Arabia Saudita, per rappresaglia contro i raid aerei di Riad.

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