Kks ne fa una questione di responsabilità
Karin Keller-Sutter si appella al Parlamento dopo che la commissione degli Stati ha varato un ‘compromesso’ sui fondi propri. L’esperto: decisione politica
La proposta della Commissione dell’economia e dei tributi degli Stati (Cet-S) di non imporre alle banche di rilevanza sistemica una copertura al 100% delle partecipazioni estere tramite fondi propri «non migliorerebbe la situazione». A dirlo è la ministra delle Finanze Karin Keller-Sutter, che invita il Parlamento ad assumersi le sue responsabilità sul tema. Stando alla commissione, le grandi banche (ma in pratica si tratta soltanto di Ubs) non devono finanziare interamente le controllate estere con fondi propri di base di prima classe (CET1), come invece proposto in aprile dal Consiglio federale nel quadro della revisione della legge sulle banche. Ubs dovrebbe coprirne soltanto la metà con fondi propri e l’altra metà con le cosiddette AT1 (Additional Tier 1), ovvero obbligazioni con caratteristiche ibride che offrono un rendimento elevato e che possono essere convertite in capitale proprio oppure dichiarate prive di valore in caso di difficoltà, come avvenuto nella vicenda di Credit Suisse. L’attuale regime prevede il 45% di CET1 e il 15% di AT1.
Questa via di mezzo (sulla quale il plenum si pronuncerà nel corso della sessione autunnale, al via lunedì 14 settembre) non piace a Keller-Sutter: per la sangallese, raggiunta da Keystone-Ats, la proposta non corrisponde, oltre che a quella del governo, alla posizione della maggior parte degli esperti, della Banca nazionale svizzera e di altre istituzioni.
«Tutti nutrono forti perplessità e ritengono che sia giuridicamente incerta e non necessariamente applicabile nella pratica», ha commentato la consigliera federale. «Le obbligazioni AT1 sono e rimarranno capitale di terzi», ha ricordato. Una consistente minoranza in seno alla commissione è peraltro favorevole a una copertura con fondi propri del 90%, ha proseguito Keller-Sutter. Una versione che non si discosta di molto da quella avanzata dall’Esecutivo. «Negli ultimi anni tutto è stato annacquato», ha poi ribadito la responsabile delle Finanze in risposta alla domanda se le norme sul capitale proprio avrebbero dovuto essere disciplinate in un’ordinanza anziché a livello di legge. Soprattutto alla luce delle richieste delle Commissioni parlamentari d’inchiesta (Cpi) che hanno indagato sulla débâcle di Credit Suisse, le Camere dovrebbero assumersi le loro responsabilità, ha insistito Keller-Sutter, pronta a difendere la proposta governativa nei dibattiti sotto la Cupola.
Priorità agli interessi degli azionisti
Anche il noto giurista Peter V. Kunz stronca il ‘compromesso’ della Cet-S. “Non è una decisione giusta, ma politica”, sostiene. E avverte: il rischio che la banca diventi troppo grande per essere salvata è concreto. “C’era da aspettarselo, più o meno”, afferma il docente di diritto economico all’Università di Berna in un’intervista all’agenzia Awp. “In definitiva, però, la responsabilità ricade sul Consiglio federale, poiché ha evitato di prendere una decisione e ha passato la palla al parlamento, cosa che dal punto di vista giuridico non era necessaria”.
“Le obbligazioni AT1 sono sempre meno forti rispetto al capitale proprio effettivo”, commenta Kunz. “Dal punto di vista della sicurezza, si tratta di un netto indebolimento della proposta del governo”. L’inasprimento dei requisiti patrimoniali – chiede il giornalista – rende comunque più sicura la piazza finanziaria elvetica? “No, certamente no”, risponde l’esperto. “Finché la Svizzera tollererà le banche di importanza sistemica, i rischi rimarranno sempre. Se Ubs dovesse trovarsi coinvolta nella prossima grande crisi – cosa che sarà solo una questione di tempo – le misure preventive non serviranno a nulla. Rispetto alla situazione attuale, la piazza finanziaria avrebbe bisogno, in particolare, di migliori possibilità di liquidazione per una grande banca”.
Ubs diventa più resistente alle crisi? “No. Almeno non viene penalizzata rispetto ad altre grandi banche straniere. Gli interessi degli azionisti di Ubs hanno avuto un peso maggiore rispetto agli interessi nazionali della Svizzera. Si profila il rischio che l’istituto possa diventare ‘too big to be rescued’”, troppo grande per essere salvato.
Secondo il 61enne, quanto successo alla commissione degli Stati è chiaramente una vittoria parziale per la banca guidata da Sergio Ermotti. “Congratulazioni al dipartimento di lobbying di Ubs, che da tre anni dipinge lo scenario apocalittico del trasferimento della sede all’estero”.
Parere negativo di Ubs
Dal canto suo, Ubs riconosce il lavoro svolto dalla Cet-S, ma esprime un parere negativo sulla proposta concreta: essa comporterebbe infatti un notevole aumento dei costi a carico dell’azienda, argomenta il gruppo. Le raccomandazioni della commissione obbligherebbero la banca a costituire capitale Tier 1 aggiuntivo per circa 13 miliardi di dollari (10 miliardi di franchi), che potrebbe essere coperto da capitale AT1, si legge in un comunicato diffuso martedì. A ciò si aggiungerebbero i 2 miliardi supplementari di capitale CET1 che la società deve detenere a causa delle modifiche a livello di ordinanza annunciate dal Consiglio federale.
Inoltre, come già noto, dall’acquisizione di Credit Suisse Ubs deve avere capitale CET1 aggiuntivo pari a circa 15 miliardi di dollari, in conformità con le norme vigenti. Complessivamente l’istituto dovrebbe quindi costituire circa 30 miliardi di dollari di capitale Tier 1. Allo stesso tempo però le modifiche a livello di ordinanza annunciate all’inizio di quest’anno dovrebbero comportare, a livello di gruppo consolidato, un alleggerimento di 4 miliardi di capitale CET1. “Apprezziamo gli sforzi della commissione volti a valutare alternative alle proposte estreme del Consiglio federale”, si legge inoltre in un post su LinkedIn del Ceo di Ubs Sergio Ermotti. Viene anche menzionato positivamente il fatto che la Cet-S intenda allineare maggiormente gli strumenti AT1 elvetici alla prassi internazionale, migliorandone così la capacità di assorbimento delle perdite in una fase iniziale della crisi.
Ermotti e il presidente del consiglio di amministrazione Colm Kelleher si sono inoltre già rivolti ai collaboratori con lo stesso messaggio. Nei prossimi mesi il dibattito pubblico dovrebbe rimanere intenso, si legge nella comunicazione. La dirigenza “continuerà a garantire che Ubs contribuisca in modo costruttivo al dibattito”.
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