Una legge quadro ad ampio raggio
Anche il Nazionale ha approvato la mozione Maret, estendendone però il campo d’applicazione. Per i deputati Udc non è uno strumento adeguato
Di Stefano Guerra da Palazzo federale
Il Consiglio nazionale vuole una legge quadro per migliorare la prevenzione e la repressione della violenza domestica, nonché la protezione delle vittime. Martedì ha approvato con 134 contro 61 (tutti del gruppo Udc) una mozione in tal senso. Il campo d’azione è stato esteso alle violenze sessuali e di genere, ragione per cui l’atto parlamentare modificato dovrà tornare al Consiglio degli Stati, che in marzo lo aveva approvato nella sua versione originale. Sempre in tema, la Camera del popolo ha pure accolto (166 voti contro 24 e cinque astensioni) una seconda mozione, firmata dalla ‘senatrice’ urana Heidi Z’graggen: chiede al Governo di adeguare le leggi sull’asilo, sugli stranieri e sulla cittadinanza, definendo il rifiuto della violenza domestica e la protezione di donne e bambini quali criteri d’integrazione vincolanti sin dal primo giorno di soggiorno in Svizzera. La mozione della consigliera agli Stati vallesana Marianne Maret (Centro) incarica invece il Consiglio federale di presentare una legge quadro per impedire la violenza domestica e proteggere le vittime. L’obiettivo è duplice: disciplinare in maniera uniforme in tutta la Svizzera la prevenzione, la protezione delle vittime e le sanzioni; colmare le esistenti lacune giuridiche, organizzative e finanziarie. L’autrice della mozione cita, tra l’altro, divieti uniformi di contatto e di avvicinamento, la sorveglianza elettronica, un accesso garantito e agevole ai centri di accoglienza per donne e ai centri di consulenza specializzati, un diritto legale gratuito alla protezione e alla consulenza in tutta la Svizzera, una definizione legale di femminicidio, misure formative e di sensibilizzazione e una ripartizione dei costi tra Confederazione e cantoni.
Il punto di partenza
Tamara Funiciello (Ps/Be), a nome della commissione preparatoria, ha ricordato qual è «il punto di partenza»: la sentenza del 3 aprile 2025 con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato la Svizzera per violazione del diritto alla vita (articolo 2 dell’omologa Convenzione) nel ‘caso N.D.’. La causa riguarda le violenze subite dalla ricorrente per mano del compagno, del quale non conosceva né i precedenti penali né la reale pericolosità. Dopo avergli comunicato di voler interrompere la relazione, la ricorrente è stata prelevata con la forza dalla sua abitazione. Sequestrata per 11 ore, è stata violentata e maltrattata. Secondo la Corte, le autorità non hanno fatto quanto ci si poteva ragionevolmente aspettare da loro per evitare che il pericolo reale e imminente per la vita della ricorrente si concretizzasse. Per la deputata bernese, co-presidente delle Donne del Ps, la condanna «dimostra ciò che le esperte e le persone coinvolte sostengono da tempo, ovvero che i nostri meccanismi di protezione sono insufficienti e troppo frammentati. Non esistono standard minimi a livello nazionale né diritti di tutela chiari e applicabili, e le competenze tra Confederazione e cantoni sono ripartite in modo poco chiaro».
Le ha fatto eco l’altra relatrice della commissione. Oggi in Svizzera la protezione dalla violenza contro le donne è fatta di «singoli pezzi del puzzle: manca la visione d’assieme. Mancano ancora pezzi del puzzle», ha detto Maya Bally (Centro/Ag). In particolare, «in quanto Stato di diritto non possiamo più permettere che la tutela dell’integrità fisica e psichica di una persona dipenda dal cantone in cui vive». Inoltre, «se limitiamo la protezione al luogo del reato – la propria abitazione –, lasciamo letteralmente allo sbaraglio molte vittime». Il plenum ha così deciso che la legge quadro non dovrà limitarsi alla protezione contro la violenza domestica, bensì estendersi anche alla violenza sessuale e di genere.
Opposizione democentrista
Anche il Consiglio federale sosteneva l’atto parlamentare. Beat Jans (Ps), ‘ministro’ di giustizia e polizia, ha tuttavia fatto notare che per attuare la richiesta della mozione – in particolare per quanto riguarda l’istituzione di un sistema di monitoraggio degli autori di reati – sarà verosimilmente necessario modificare la Costituzione.
Una minoranza ha chiesto di respingere l’atto parlamentare, ritenendo che gli strumenti esistenti siano sufficienti e che il loro ulteriore sviluppo rientri nella competenza dei Cantoni. Manfred Bühler (Udc/Be) non contesta l’obiettivo generale della mozione, né la necessità di adottare misure concrete. Tuttavia, una legge quadro non è lo strumento adeguato. A suo giudizio, basterebbe rendere più sistematica l’applicazione del Codice penale e della Legge sull’aiuto alle vittime. «Le autorità cantonali devono avvalersi dei mezzi a loro disposizione. Le misure provvisionali civili o penali o i divieti di accesso a determinate zone, in particolare, consentono di proteggere le potenziali vittime, ma è necessario applicarle effettivamente. Non occorre una legge quadro per farlo, bastano semplicemente coraggio e lungimiranza». Per giunta, l’estensione alla violenza di genere crea confusione. ‘Genere’ è «un concetto fumoso e puramente soggettivo». «La violenza di genere... vi confesso che non so cosa sia», ha detto il democentrista.
L’iniziativa popolare e il ‘milione’
La mozione modificata riparte ora al Consiglio degli Stati. Sotto la cupola di Palazzo federale, il dibattito sul tema non si esaurirà presto. Le Donne del Ps e lo stesso Partito socialista sono in procinto di lanciare un’iniziativa popolare ‘contro la violenza’, per “lottare finalmente in modo coerente ed efficace contro le violenze di genere e sessuali”. Annunciato da tempo, il testo sarà sottoposto ai delegati in occasione del congresso del partito che avrà luogo a Thun il 17 e il 18 ottobre.
Infine, c’è il famoso ‘milione’ per la protezione delle donne. Un anno fa, in sede di preventivo, l’importo a favore dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo era stato decurtato da 4 a 3 milioni di franchi. Poi le proteste innescate da un post Instagram di Tamara Funiciello (petizione online, manifestazione sulla Piazza federale, raffica di e-mail inviate ai parlamentari) avevano spinto il Parlamento a scendere a miti consigli. E così il milione era stato reinserito nel preventivo 2026. In quello del prossimo anno però non c’è. Sia Funiciello che la ‘senatrice’ Eva Herzog (Ps/Bs) hanno segnalato di recente al ‘Tages-Anzeiger’ di volerne chiedere il ripristino nel preventivo 2027. Vedremo in dicembre come andrà.
SVIZZERA
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2026-09-23T07:00:00.0000000Z
2026-09-23T07:00:00.0000000Z
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