Cure infermieristiche, attuazione ultralight
No a una riduzione della durata massima settimanale di lavoro. La Camera bassa annacqua il progetto governativo. Sinistra con le pive nel sacco
La durata massima settimanale del tempo di lavoro del personale infermieristico non va ridotta. Lo ha deciso il Consiglio nazionale, che ha respinto questo e altri miglioramenti delle condizioni di lavoro proposti dal Consiglio federale. Per la maggioranza borghese, che teme anche effetti controproducenti, non bisogna perdere di vista i costi e lasciare più spazio al partenariato sociale.
Le divergenze di vedute in merito alla legge d’applicazione dell’iniziativa popolare concepita per trattenere gli infermieri nel settore e ridurne la carenza, approvata il 28 novembre 2021, sono emerse già all’inizio dei dibattiti, con l’Udc e il Plr che hanno presentato due proposte per rinviare il dossier al governo. Secondo il Plr, il progetto andrebbe coordinato con l’introduzione del finanziamento uniforme delle cure (Riforma Efas) e con trattative tariffarie. Le proposte sul tavolo causeranno un aumento dei premi del 2-4%, ha sostenuto Diana Gutjahr (Udc/Tg). Per la turgoviese è quindi necessario avere una discussione sul catalogo delle prestazioni. Non è possibile quantificare con precisione le conseguenze finanziarie, ha replicato la consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider sostenendo che l’inazione costerebbe ancora di più. Le richieste di rinvio, ha aggiunto, comporterebbero inoltre un ritardo inaccettabile nell’attuazione dell’iniziativa: “Né il personale sanitario, né i datori di lavoro, né i pazienti ne trarrebbero beneficio”, ha sostenuto la ‘ministra’ della sanità. Respinte le due proposte di rinvio del dossier all’esecutivo, il Nazionale ha iniziato a discutere dei due aspetti più controversi della nuova legge: la durata del lavoro delle infermiere e degli infermieri e le compensazioni salariali.
Mantenute 50 ore anziché 45
Il Consiglio federale nel suo messaggio ha chiesto di ridurre a 45 ore la durata massima settimanale del lavoro. Quella normale dovrebbe scendere a 40-42 ore. Per la maggioranza, tuttavia, le proposte governative costituiscono un’ingerenza eccessiva nei rapporti di lavoro e comportano costi sproporzionati. Il relatore commissionale Benjamin Roduit (Centro/Vs) ha poi sottolineato un altro aspetto: la diminuzione delle ore potrebbe paradossalmente accentuare la carenza di manodopera qualificata ed esercitare una pressione maggiore sul settore. Ciò andrebbe contro l’obiettivo principale dell’iniziativa accettata dal popolo.
Per abbassare le ore al livello proposto dal governo, ha aggiunto Rémy Wyssmann (Udc/So), servirebbero migliaia di posti di lavoro a tempo pieno, ma l’attuale carenza di personale sanitario lo rende irrealizzabile. Già oggi, infatti, i posti vacanti sono 14mila. Per chi resta, ha sottolineato il solettese, ciò significherebbe più carico di lavoro, meno qualità e meno sicurezza. “Riconosciamo che le condizioni di lavoro nel settore delle cure sono difficili: gli orari irregolari, il lavoro notturno e gli straordinari gravano sul personale. Tuttavia, dobbiamo legiferare con misura, poiché ogni norma ha conseguenze dirette sull’organizzazione di ospedali e servizi di assistenza domiciliare”, ha aggiunto Cyril Aellen (Plr/Ge). Con 110 voti contro 84, il Nazionale ha così deciso di mantenere a 50 ore la durata massima settimanale del lavoro. Con 117 voti a 72, la camera ha poi deciso di portare la durata ordinaria della settimana lavorativa a 42 ore. Altra decisione: gli straordinari dovranno essere compensati con tempo libero di pari durata o con un supplemento salariale del 25%. Su questo punto, contrariamente a quanto proposto dal governo, il Nazionale ha stralciato dalla legge la priorità del recupero con tempo libero rispetto a un pagamento. “Occorre concedere flessibilità organizzativa ai datori di lavoro, ai dipendenti e soprattutto alle parti sociali”, ha affermato Aellen.
Durante le discussioni la sinistra e il Pvl non hanno mancato di esprimere la loro delusione in merito alle decisioni adottate dal plenum. Confermando le 50 ore settimanali, tagliando le compensazioni e precarizzando condizioni già insostenibili, il progetto non raggiunge i suoi scopi, ha affermato Brigitte Crottaz
(Ps/Vd). Non bisogna poi stupirsi se il personale abbandona la professione, ha aggiunto la vodese. La nuova legge prevede anche un supplemento salariale di almeno il 25% (il governo proponeva il 50%) per chi lavora la domenica o durante i giorni festivi. Le pause, dal canto loro, conteranno come tempo di lavoro retribuito. Al Consiglio federale viene poi data la competenza di stabilire come vadano compensati i servizi di reperibilità e di picchetto. I piani di lavoro dovranno essere comunicati con un preavviso di almeno quattro settimane. In caso di cambiamenti comunicati meno di un mese prima, il dipendente ha diritto a una compensazione di tempo o finanziaria pari al 25% (25-50% secondo le proposte iniziali del governo).
Critiche sull’incertezza dei costi
Il finanziamento delle misure era un altro aspetto importante della riforma. L’incertezza sulle ripercussioni finanziarie è stata fortemente criticata, in particolare da parte dei Cantoni, che devono sostenere una buona parte dei costi. Il Consiglio federale non prevede di istituire un fondo. I costi aggiuntivi dovranno essere sostenuti dagli assicurati, dai Cantoni e dai Comuni. I deputati hanno deciso di prevedere disposizioni transitorie per garantire il finanziamento fino all’introduzione del finanziamento uniforme delle prestazioni ambulatoriali e stazionarie (Efas) nel 2032.
Il disegno è stato approvato con 95 voti contro 61 e ben 39 astenuti. I ‘no’ sono giunti principalmente dai democentristi, mentre le astensioni dalla sinistra. Lunedì, alla vigilia del dibattito, gli infermieri avevano consegnato una petizione con quasi 190mila firme per chiedere l’attuazione integrale dell’iniziativa. Il dossier passa ora all’esame del Consiglio degli Stati. Ritenendo che la volontà popolare sia stata “calpestata” dal Nazionale, la Coalizione del personale sanitario invita la Camera dei Cantoni ad agire per correggere il progetto di legge.
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