Attacchi verbali, stallo diplomatico
Secondo quanto riferito dal Ministero degli Esteri iraniano, gli Stati Uniti hanno risposto alla recente proposta avanzata da Teheran per porre fine alla guerra. Si sta ora esaminando tale risposta, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri Ismail Baghai, secondo quanto riportato dai media iraniani. Baghai inoltre ha dichiarato, stando all’agenzia di stampa Fars, che nel piano iraniano in 14 punti per porre fine alla guerra non figura la questione nucleare. Il programma nucleare dell’Iran e l’uranio arricchito nella Repubblica Islamica sono da tempo uno dei punti centrali delle tensioni con gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito, Teheran vorrebbe affrontare questo tema solo in un secondo momento. Venerdì era trapelata la notizia che l’Iran aveva consegnato una nuova proposta ai mediatori in Pakistan. Lo aveva riferito l’agenzia di stampa statale Irna, senza entrare nel merito dei contenuti. Finora le parti in conflitto non erano giunte a un consenso su nessuna delle proposte trasmesse da una parte all’altra.
Le posizioni di Stati Uniti e Iran restano dunque distanti, apparentemente divergenti, con una raffica di dichiarazioni e minacce che ancora una volta non lasciano prevedere l’esito finale. E continuano a non escludere la possibilità di nuovi venti di guerra. Le parole di Donald Trump non aprono a grandi svolte: “Una proposta inaccettabile”, ha tuonato il commander-in-chief che in giornata è tornato a non escludere un attacco definendolo “possibile”. Un botta e risposta serrato, in una dinamica ormai trasformatasi in un braccio di ferro con gli iraniani che sono passati al contrattacco, almeno dialettico: “Trump deve scegliere tra un’operazione impossibile e un cattivo accordo con la Repubblica Islamica”, hanno detto in segno di sfida.
I dividendi del conflitto
Il cartello dei Paesi produttori di petrolio aumenta la produzione di maggio, anche se si tratta solo di una mossa sostanzialmente simbolica visto che lo Stretto di Hormuz rimane bloccato. La decisione, presa dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, punta più a indicare stabilità che ad avere un’efficacia reale. Il tutto mentre si profila una possibile guerra dei prezzi: con gli emirati che annunciano investimenti e si tengono le mani libere nella produzione; con gli Usa che hanno spedito 250 milioni di barili in nove settimane, superando l’Arabia Saudita e diventando il principale esportatore al mondo. Gli analisti però mettono in guardia: il balzo delle esportazioni avrebbe messo sotto pressione le scorte americane di greggio, che si stanno esaurendo rapidamente.
ESTERO / SVIZZERA
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2026-05-04T07:00:00.0000000Z
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