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Rider lasciati a casa con lo zaino vuoto

Smood verso la chiusura. Coinvolti oltre quattrocento lavoratori, una cinquantina in Ticino

di Vittoria De Feo

Smood, tra le principali aziende svizzere di consegna a domicilio, ha annunciato di voler cessare la propria attività e la conseguente apertura di “una fase di consultazione con il proprio personale e di negoziazione di un piano sociale”. L’azienda, fondata nel 2012 a Ginevra e attiva nelle venticinque più grandi città della Svizzera (comprese Locarno, Bellinzona, Lugano e Mendrisio), nella relativa nota diramata ai media fa riferimento a “un mercato concorrenziale particolarmente rigido e contrassegnato da una concentrazione di operatori a livello internazionale”. Situazione che, nonostante l’avvio di un’analisi della propria attività a inizio 2024 che ha portato a una serie di misure di ristrutturazione, ha comportato negli ultimi mesi risultati finanziari “inferiori agli obiettivi fissati, senza prospettiva di ripristino della redditività”. Ed è in questo contesto che il Consiglio di amministrazione ha aperto, come detto, una fase di consultazione presso i propri collaboratori e avviato le trattative per un piano sociale in conformità al quadro giuridico. “Tale processo – scrive l’azienda, di cui l’azionista unico di maggioranza è Migros Genève – consentirà di esaminare le possibili opzioni e di ascoltare le proposte dei rappresentanti del personale e dei sindacati. Al termine della procedura si stabiliranno misure dettagliate”.

Il sindacato: ‘A pagare il prezzo più alto sono i lavoratori’

La chiusura annunciata di Smood, avverte dal canto suo il sindacato syndicom, “comporterebbe la soppressione di oltre quattrocento posti di lavoro nel settore del recapito in tutta la Svizzera, occupati principalmente da corrieri con bassi tassi di occupazione”. In Ticino, afferma da noi contattato il segretario regionale Nicola Morellato, i collaboratori di Smood toccati dalla paventata cessione delle attività sono una cinquantina. Per syndicom, il quadro è chiaro: “Questa decisione segna un’ulteriore fase drammatica nella lunga serie di fallimenti, chiusure aziendali e licenziamenti che stanno colpendo i lavoratori del settore del recapito e delle consegne in Svizzera”. Oltre a Smood, viene infatti ricordato nel comunicato, “è l’intero settore a essere in difficoltà. Dopo Quickpac, Quickmail, Dmc, notime e Familie Wiesner Gastronomie (Fwg), Smood diventa l’ultimo simbolo di un mercato in fase di brutale consolidamento, dove a pagare il prezzo più alto sono i lavoratori”. E rende attenti il sindacato: “Dietro ai numeri si celano vite precarie che vengono stravolte. Questi licenziamenti gettano centinaia di persone nell’incertezza, spesso prive di riserve finanziarie, in un contesto lavorativo segnato dall’aumento della disoccupazione e da una pressione costante”. La richiesta è quindi una: il sindacato “esige trattative immediate e chiede a Migros di assumersi appieno le proprie responsabilità sociali”.

«La decisione di Smood di andare verso la chiusura – ci spiega Morellato – è stata comunicata alla nostra centrale nella tarda serata di lunedì. Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) si è tenuto un incontro informativo con il personale e nel pomeriggio ci sono state una serie di assemblee online organizzate da syndicom». E rimarca: «Fondamentalmente la nostra rivendicazione è di cercare di fare tutto il possibile per mantenere i posti di lavoro e per scongiurare questa decisione, chiedendo a Migros di assumersi la propria responsabilità sociale, cercando alternative alla chiusura».

‘Il coltellino svizzero delle consegne a domicilio’

Tornando all’azienda, che online si definisce “il coltellino svizzero delle consegne a domicilio” con oltre 2mila negozi e ristoranti partner, nella nota viene chiarito che per ora Smood proseguirà con lo svolgimento delle sue attività continuando a garantire i suoi servizi alla clientela: “Gli obblighi contrattuali saranno rispettati fino all’eventuale cessazione definitiva dell’attività, fermo restando che Smood farà tutto il possibile per assistere i suoi partner nella ricerca di una soluzione alternativa dopo l’eventuale cessazione delle attività”, assicura.

‘Uberizzazione’ nel mirino

Per Morellato, se Smood dovesse chiudere, sarebbe una batosta per l’intero settore. Nel 2021 l’azienda aveva infatti firmato un contratto collettivo di lavoro, decidendo peraltro di retribuire i propri rider all’ora. Una cessazione dell’attività, evidenzia quindi il sindacalista, «sarebbe un messaggio devastante». Pur trattandosi di un’occupazione spesso precaria, negli anni si è sempre puntato al miglioramento. Tant’è, ricorda Morellato, che «di recente era stato trovato un accordo di rinnovo del contratto collettivo che prevedeva anche leggeri miglioramenti». Ragione per cui, secondo il segretario regionale, si tratta di una «situazione molto spiazzante». E parla anche di responsabilità Morellato. «Nonostante due sentenze del Tribunale federale – sottolinea –, nessuno si è preso la responsabilità di fare i dovuti controlli». Il sindacalista fa riferimento a due decisioni del Tribunale federale emesse nel 2022 secondo cui gli autisti di Uber devono essere considerati come dipendenti e non come lavoratori autonomi. Vanno quindi versati loro gli oneri sociali. Per syndicom, dunque, la chiusura di Smood si inserisce in un quadro più ampio: “Le piattaforme multinazionali, Uber in primis, hanno imposto modelli basati sul finto lavoro indipendente e sull’elusione degli oneri sociali, distruggendo progressivamente il mercato delle consegne”, si denuncia nella nota.

«È un modello – sostiene Morellato – che in Svizzera non dovrebbe esistere, ma che, per via dell’inerzia dei Cantoni, tra cui anche il Ticino, prolifera creando una concorrenza sleale nei confronti di chi invece si sta impegnando per applicare delle condizioni di lavoro regolamentate». E continua: «Ci sono due sentenze del Tribunale federale che stabiliscono che questi servizi non possono operare in questi termini. Ciononostante non si controlla a livello cantonale e non si interviene per limitare i danni legalizzando anzi l’abusività». Insomma, «le responsabilità politiche sono importanti e non vanno trascurate». Di più. «Non contrastandolo, questo modello politico si impone e mette in difficoltà chi invece cerca di garantire migliori condizioni di lavoro, con la conseguenza di una chiusura dopo l’altra. Sono anni che la situazione è nota e si chiede al Cantone di intervenire, ma non si intravedono cambiamenti».

‘Mercato del lavoro disastrato, la corsa al ribasso è spesso inevitabile’

Il mercato del lavoro ticinese, poi, non è dei più floridi. Per Morellato è addirittura «disastrato. Sappiamo che purtroppo domanda e offerta sono in difficoltà, nel senso che non ci sono grandi aspettative», indica. Tra i principali problemi, i salari bassi. «Un mercato del lavoro poco attrattivo – osserva ancora Morellato – porta inevitabilmente a una corsa al ribasso: pur di accaparrarsi e mantenere un posto di lavoro, lo si accetta anche se mal retribuito e senza avere la possibilità di rivendicare i propri diritti. Non possiamo più permetterci di perdere altri posti di lavoro in Ticino».

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