‘Dividere i lavoratori significa salari più bassi’
Il corteo del Primo Maggio torna a Lugano. Nel mirino, diritti, dignità e sicurezza ‘indipendentemente dall’origine, dal contratto o dal settore economico’
di Vittoria De Feo
Sicurezza sul lavoro, salari giusti e condizioni contrattuali forti. Il corteo del Primo Maggio torna a Lugano, «sede di una certa destra, capitale economica e teatro negli ultimi mesi di manifestazioni di chiaro stampo razzista. Per noi è importante esserci». E sarà sotto lo slogan ‘Né sfruttati, né divisi: lavoro e dignità senza confini!’ che l’Unione sindacale svizzera Ticino e Moesa scenderà in strada venerdì 1° maggio. Ritrovo alle 16 a Campo Marzio direzione piazza Manzoni, dove dalle 17.30 si terranno i discorsi ufficiali, seguiti da cena e concerti. Ed è uno slogan «più che mai attuale» quello scelto per il corteo di quest’anno, rimarca in occasione della presentazione dell’evento alla stampa Renato Minoli, presidente dell’Uss regionale. «In un mondo del lavoro sempre più frammentato e precario, il rischio principale è la divisione su cui si costruisce lo sfruttamento. Senza diritti uguali per tutti, indipendentemente dall’origine, dal contratto o dal settore economico, non c’è giustizia sociale. Dividere significa abbassare i salari, aumentare la precarietà e aprire le porte allo sfruttamento», evidenzia. La risposta per Minoli deve quindi essere un’altra: «Più diritti, più controlli, più solidarietà. Il dumping non è inevitabile, ma è una chiara scelta. Senza unità non c’è futuro».
‘Forza e solidarietà: se si attacca uno, la situazione peggiora per tutti’
Una cosa è chiara per il segretario regionale di Unia Giangiorgio Gargantini: «I lavoratori devono sempre dimostrarsi forti e solidali tra loro, perché quando vengono attaccati i diritti di uno, sono quelli di tutti che peggiorano». E sono quattro gli assi che occupano Unia in questi mesi: il primo: la sicurezza sul lavoro. «Lo scorso 3 aprile ancora una volta una persona è morta lavorando», ricorda Gargantini riferendosi all’agente di sicurezza investito mentre stava gestendo il traffico a Cadenazzo. «È il terzo decesso di un agente di sicurezza negli ultimi due anni in Ticino. E ogni volta si arriva alla conclusione che le normative di sicurezza sono state rispettate. Qualcosa non va: se nel rispetto delle normative di sicurezza abbiamo riscontrato tre decessi nella stessa professione un problema c’è. Il tutto – deplora – nel silenzio totale delle istituzioni cantonali». Il secondo: le aperture domenicali dei negozi, «che impegneranno i sindacati con un referendum al netto del parere favorevole del Consiglio federale sull’iniziativa cantonale di Zurigo che vuole portarle da quattro a dodici». Il terzo: le «difficili e tese» trattative in corso sul contratto cantonale delle professioni del gesso. Il quarto: la negoziazione a livello nazionale del contratto collettivo nel settore orologiero. «In Ticino i salari del Ccl orologiero – osserva il sindacalista – sono di 800 franchi più bassi rispetto al resto della Svizzera, cartina al tornasole di quanto ancora occorra lavorare su questo fronte».
In piazza le federazioni dell’Uss – tra cui Unia, Vpod, Ssm, Syndicom e Sev – porteranno anche un chiaro ‘no’ all’iniziativa dell’Udc in voto il prossimo 14 giugno che vuole limitare a 10 milioni la popolazione svizzera, «ennesimo attacco razzista e xenofobo», commenta Gargantini che è anche vicepresidente regionale dell’Uss. E aggiunge: «Un’iniziativa subdola perché pone problemi reali, come il traffico, il sovraffollamento dei mezzi pubblici o la carenza e i prezzi degli alloggi, ma incolpando gli stranieri, quando invece sono proprio gli ambiti della destra economica i primi responsabili».
La palla passa poi nel campo del servizio pubblico e del settore sociosanitario. «Categorie lavorative – rileva la cosegretaria regionale della Vpod Giulia Petralli – spesso definite privilegiate, ma non è così. Da anni questi ambiti stanno vivendo grandi attacchi di cui vediamo giornalmente le conseguenze: effettivi ridotti, aumento della precarietà e carichi di lavoro insostenibili. Il tutto porta a un grande malessere, specialmente e paradossalmente tra i lavoratori dei servizi sanitari e sociali». Sul tavolo della Vpod, anche le condizioni di lavoro nel settore universitario, in particolare del corpo intermedio. «Parliamo di contratti precari con salari da fame su cui verranno presumibilmente operati nuovi tagli nel quadro dell’implementazione delle due iniziative sulle casse malati votate in settembre», indica Petralli. Che sancisce: «Queste politiche preoccupano profondamente. Quando si indebolisce il servizio pubblico a rimetterci è tutta la popolazione».
Per l’Ssm, il Sindacato svizzero dei media, il suo segretario regionale Riccardo Mattei ricorda come, «nonostante il forte sostegno ricevuto alle urne, la pressione sul servizio pubblico radiotelevisivo non sia calata. Al contrario si moltiplicano gli attacchi e questo si traduce già oggi in licenziamenti, riorganizzazioni e grande incertezza per i lavoratori. La politica, in particolare il Consiglio federale, sembra non voler prendere atto della volontà espressa dalla popolazione e non mostra nessuna intenzione di fare dei passi indietro» sulla riduzione progressiva del canone a 300 franchi. Sempre parlando di media, il segretario regionale di Syndicom Nicola Morellato sottolinea come «la situazione sia preoccupante, dato che è dal 2004 che non c’è un contratto collettivo di lavoro. Qualcosa si sta muovendo in questi mesi verso una sorta di accordo settoriale subordinato al consenso delle parti coinvolte. Questo potrebbe essere un primo passo per colmare un vuoto contrattuale di vent’anni». Sul fronte Posta e logistica, prosegue, «continua la progressiva chiusura degli uffici postali. Se gli esuberi sono stati per il momento assorbiti con dei prepensionamenti, il quadro resta comunque impegnativo. Per questo motivo chiediamo alla Posta che confermi gli impegni presi e che mantenga i suoi posti di lavoro. Allo stesso tempo riteniamo necessario un aumento dei salari e delle percentuali di impiego». A ciò si aggiunge il settore delle telecomunicazioni che «ha aperto il 2026 con una serie di licenziamenti collettivi in molte aziende, come Sunrise o Swisscom». Il segretario sindacale del Sev Ticino Thomas Giedemann si focalizza invece «sull’imperdonabile errore strategico di Ffs Cargo che, attraverso il progetto Genesis annunciato lo scorso anno, sopprimerà centinaia di posti di lavoro e che mette a rischio la futura esistenza dell’azienda e quindi tutti i suoi duecento posti di lavoro in Ticino. Motivo per cui il Sev «rivendica che da subito ulteriori tagli di posti di lavoro vengano bloccati».
Sempre sul tema buste paga, sulla base degli ultimi dati della Rilevazione svizzera della struttura dei salari, l’Ustat conferma anche per il 2024 che il salario mensile lordo mediano dei residenti in Ticino rimane superiore a quello dei frontalieri di circa il 19%. Nel periodo 2020-2024 l’Ufficio statistico osserva tuttavia una lieve contrazione del differenziale. Non solo. Dai risultati emerge inoltre come le disparità non siano uniformi lungo la distribuzione salariale: il divario tende infatti ad ampliarsi all’aumentare dei livelli retributivi.
FRONTALIERI-RESIDENTI Stipendi, il divario rimane costante
CANTONE
it-ch
2026-04-24T07:00:00.0000000Z
2026-04-24T07:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281565182352431
Regiopress SA