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‘No a campagne elettorali sul potere giudiziario’

Il presidente uscente del Tribunale d’appello silura la ricetta di Dadò e Speziali per riformare il sistema di nomina di pp e giudici. ‘Nessun coinvolgimento’

Di Andrea Manna

«Mi corre l’obbligo di dire due parole sull’iniziativa parlamentare elaborata presentata negli scorsi giorni da Dadò e Speziali per la riforma del sistema di nomina dei magistrati, di cui agli articoli di giornale». Due parole. Che nella relazione del presidente uscente del Tribunale d’appello Giovan Maria Tattarletti si trasformano in cannonate. Nel mirino del giudice, intervenuto ieri a Lugano alla cerimonia di apertura dell’anno giudiziario 2026/27, le misure proposte da Fiorenzo Dadò e Alessandro Speziali per migliorare, affermano i due deputati e presidenti rispettivamente del Centro e del Plr, l’odierno processo di designazione delle aspiranti toghe, senza stravolgerlo. Sulle modalità di reclutamento di pp e giudici si sono riaccesi riflettori e polemiche in vista dell’elezione (lunedì prossimo) da parte del Gran Consiglio di undici magistrati.

Tattarletti critica metodo e contenuto

Tattarletti critica metodo e ovviamente contenuto. Cominciamo dal primo. «Nel rendiconto del 2024, il Tribunale d’appello – ricorda – aveva scritto che altrettanto importante per l’autonomia della giustizia è la partecipazione» della magistratura «alla formazione delle norme concernenti le competenze e l’organizzazione delle autorità giudiziarie, rispettivamente le procedure che le stesse sono chiamate ad applicare». Una partecipazione che però «non può limitarsi alla possibilità di esprimersi sul progetto». Dovrebbe invece «tradursi nel coinvolgimento effettivo» delle autorità giudiziarie, «affinché si tenga conto delle loro competenze ed esperienze specifiche». Il che, nella fattispecie, non è avvenuto. L’affondo: «Devo constatare che sono state parole un po’ al vento». Il monito: «Capisco che si avvicina la campagna elettorale, ma credo che non debba essere fatta sulla pelle della magistratura. Non è una buona cosa, perché rischia di creare confusione e di delegittimare il potere giudiziario» e di minare «la fiducia dei cittadini in questo potere».

Veniamo al contenuto dell’iniziativa. «Leggo di esami scritti e orali, multidisciplinari, inclusa la gestione del personale e la gestione manageriale»: esami, cui sottoporre gli aspiranti magistrati, organizzati e valutati «da istituti altamente qualificati della Svizzera interna». E ancora: «Leggo di assessment effettuati da istituti specializzati fuori cantone». Tuttavia «leggo che la graduatoria (dei candidati, ndr) stilata sulla base dei risultati non sarà vincolante per l’autorità di nomina, ovvero per il Gran Consiglio. Ma siamo certi di tutto questo? Mi sembra che nemmeno per eleggere i giudici del Tribunale federale siano previste simili esigenze». Se le misure suggerite da Dadò e Speziali si realizzano, «vi è il rischio concreto di allontanare potenziali profili interessanti». Non solo: «I tempi della procedura di nomina rischiano di allungarsi non di poco», avverte il presidente uscente del Tribunale d’appello. Mentre «è certo che aumenteranno i costi». Ergo: «Ha senso spendere per tutto questo se le graduatorie poi non saranno vincolanti» e se l’attesa per le nomine si dilaterà? «Forse – prosegue il giudice – vi sono soluzioni più semplici, meno costose» per migliorare. Come quella, per esempio, di inserire nella Commissione di esperti, tenuta a esprimersi, all’indirizzo del parlamento, sull’idoneità del candidato a ricoprire la carica, anche «profili non giuridici». Ossia periti in grado di valutare altri aspetti, oltre a quello della preparazione giuridica, dell’aspirante magistrato (carattere ecc.).

Ciò che «va evitato sono le polemiche a ogni elezione di magistrati e l’eccessiva durata delle procedure di nomina, ma sono problemi che deve gestire la politica», a maggior ragione nel sistema vigente, che assegna al Gran Consiglio il compito di designare pp e giudici. Avverte Tattarletti: «Non sono gli esami e gli assessment che fanno i buoni candidati. I buoni candidati devono essere già presenti» nel momento in cui decidono di partecipare ai concorsi: «Bisogna quindi creare le condizioni per attirare buoni profili e assumersi la responsabilità di scegliere».

‘Sarebbe un’inaccettabile ingerenza’

Non è tutto. Perché l’iniziativa parlamentare di Dadò e Speziali chiede anche l’abrogazione del diritto di opzione per i giudici d’Appello. Tattarletti: «Il diritto di opzione non permetterebbe al Gran Consiglio di individuare il candidato migliore per la funzione messa a concorso: sarebbe questo il motivo della proposta. Rammento che il diritto d’opzione è la possibilità data a un giudice d’Appello di andare a occupare il posto di un collega partente. Ora, considerato che il Tribunale di appello è per legge tenuto a indicare all’autorità di nomina, prima della messa a concorso del posto, in quale Sezione o Camera il nuovo giudice sarà attivo principalmente, non vedo dove stia il problema». E quindi non si capisce come si faccia a sostenere che il parlamento non possa individuare il candidato migliore. Se per contro la proposta di sopprimere il diritto d’opzione è da intendersi come la volontà di «congelare i giudici d’Appello in una precisa posizione, bloccando così questa minima possibilità di mobilità interna e soprattutto la facoltà del Tribunale d’appello di organizzarsi entro i limiti di legge, come ritiene più opportuno, allora si tratterebbe di una vera e propria ingerenza nell’autonomia amministrativa e dunque nell’indipendenza dalla giustizia, peraltro in contrasto con gli indirizzi formulati nel 2024 dalla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’, dal Gran Consiglio e dal Consiglio di Stato. Sarebbe un chiaro passo del gambero da respingere». Di qui l’invito di Tattarletti a discutere queste e altre proposte «in un gruppo di riflessione apposito nel quale la magistratura possa essere adeguatamente rappresentata: a volte anche i tanto vituperati gruppi di lavoro servono a qualcosa».

Stefani: ma la commissione senta i candidati

Difende il diritto di opzione anche il nuovo presidente del Tribunale d’appello, il giudice Damiano Stefani: «Non si può pretendere che un giudice si occupi della stessa materia per decenni: se a un certo punto non è più motivato, ma le sue capacità come magistrato sono fuori discussione e ha voglia di nuove sfide, ritengo sia corretto dargli l’opportunità di trattare un’altra materia e pertanto di passare a un’altra Camera del Tribunale». Anche Stefani, in veste soprattutto di presidente del Consiglio della magistratura, si sofferma, nel suo intervento, sulla procedura di nomina. Lo fa esortando la commissione ‘Giustizia e diritti’, presente in sala, «ad audizionare i candidati, a sentirli». Cosa che oggi non avviene, nonostante le spetti il compito di proporre al plenum del Gran Consiglio i candidati da eleggere.

Zali: candidati trattati come figurine Panini

La riforma del sistema di reclutamento delle toghe è sul tavolo (anche) del consigliere di Stato Claudio

Zali, responsabile in governo del dossier giustizia. Parlando all’apertura dell’anno giudiziario non anticipa nulla. «Una proposta di modifica del sistema sarà oggetto di un messaggio che sottoporrò al Consiglio di Stato nel corso di quest’autunno», ribadisce Zali. E sottolinea: «Occorre spoliticizzare e oggettivare l’attuale processo di designazione dei magistrati, in quanto le polemiche poco edificanti in occasione di una tornata di nomine sono diventate la regola. E quando le trattative fra partiti vengono rese pubbliche sui media, si consolida nella popolazione la percezione che ci si stia scambiando le figurine Panini, mentre si sta decidendo, con apparente deprecabile leggerezza, della carriera professionale di magistrati e aspiranti tali, che sono prima di tutto persone, le quali meritano il necessario rispetto e non devono essere trattate come merce di scambio. Riformare è facile a dirsi ma è difficile a farsi, visto che le modifiche proposte dal governo andranno discusse e votate da chi è parte del problema». Il Gran Consiglio.

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2026-06-02T07:00:00.0000000Z

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