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‘Attenzione, una scuola più medicalizzata porta insidie’

Piezzi (Plr): ‘Evitare diagnosi a ogni difficoltà’

Di Jacopo Scarinci

Una scuola “sempre più medicalizzata” porta a “insidie”, e quindi serve “una scuola capace di sostenere chi ne ha bisogno, evitando però che ogni difficoltà sfoci in una diagnosi”. A esserne convinto è il deputato del Plr Aron Piezzi che sul tema ha inoltrato un’interrogazione al governo. Partendo da un presupposto: “Negli ultimi anni la scuola ticinese si trova ad affrontare questioni sempre più complesse: difficoltà di apprendimento, di attenzione, comportamentali, relazionali o di gestione delle emozioni. Le diagnosi di Dsa, Adhd, spettro autistico e altre condizioni sono strumenti importanti che, se necessari, permettono di comprendere meglio i bisogni di bambini e ragazzi, garantendo loro un aiuto adeguato”.

Ciò detto, però, “occorre porsi una domanda fondamentale: per ricevere un sostegno scolastico, deve sempre essere necessaria una diagnosi medica? Una difficoltà può essere reale e profonda anche senza essere catalogata come una patologia. Spesso l’origine di un disagio può dipendere, almeno in parte, dalle modalità di insegnamento, dalle dinamiche della classe, da una delicata fase della crescita oppure da particolari situazioni vissute a casa”.

Per Piezzi, “il rischio concreto è che, se determinate misure di supporto sono accessibili più facilmente solo in presenza di una certificazione medica, famiglie e scuole siano spinte a cercare un’etichetta clinica pur di ottenere l’aiuto necessario. Una scuola autenticamente inclusiva dovrebbe invece saper riconoscere il bisogno educativo prima ancora della diagnosi, intervenendo tempestivamente con i propri strumenti didattici e pedagogici, riservando la valutazione specialistica ai casi in cui è realmente indispensabile”. In questo senso, concede il deputato liberale radicale, “è positivo che il Decs abbia più volte ribadito l’importanza di considerare il funzionamento concreto dell’allievo nel suo contesto, specificando che una diagnosi non fa scattare automaticamente una misura specifica”.

Tuttavia, avverte il granconsigliere del Plr, “è necessario vigilare perché l’eccessiva tendenza alla medicalizzazione della scuola, in atto sempre di più, arrischia di provocare più danni che benefici”. In particolare, secondo lui, occorre evitare le seguenti conseguenze negative: “Il rischio di delega della funzione educativa: delegare la gestione delle difficoltà ordinarie al solo ambito medico-clinico, riducendo lo spazio di intervento e l’azione pedagogica di docenti e famiglie; l’indebolimento della resilienza scolastica e della capacità all’impegno personale: un sistema che tutela l’allievo esclusivamente per via clinica rischia di non valorizzare gli strumenti pedagogici necessari per insegnare ai ragazzi come affrontare e superare gradualmente gli ostacoli quotidiani; l’errore di focalizzazione: trattare come disturbi congeniti e strutturali quelli che, in contesti differenti, si rivelerebbero disagi ambientali o sociali (come la solitudine, l’abuso di tecnologie, la privazione del sonno) o, semplicemente, normali varianti dello sviluppo individuale e di crescita; la ‘corsa alla diagnosi’ come scorciatoia: la diagnosi clinica come strategia difensiva, bypassando la fatica dell’apprendimento o la gestione delle frustrazioni; l’eccessiva burocratizzazione: il pericolo di nascondersi dietro a rigidi protocolli clinici e adempimenti amministrativi che appesantiscono il lavoro quotidiano dei docenti, sottraendo tempo ed energie preziosi alla loro primaria missione educativa; l’incontrollato aumento dei costi e il moltiplicarsi delle figure professionali: tutto ciò si rivela alla lunga insostenibile e inattuabile, e si arrischia di deresponsabilizzare il ruolo, centrale, del docente titolare”.

Nelle sue domande, Piezzi chiede al governo come si è evoluto negli ultimi 10 anni il numero di diagnosi mettendolo in relazione con le risorse erogate, quali forme di supporto pedagogico e didattico possono essere attivate con la sola osservazione del docente e, soprattutto, se “il governo ritiene che oggi in Ticino la diagnosi sia considerata unicamente uno strumento per comprendere meglio l’allievo, o rischia di trasformarsi nel ‘passaporto’ indispensabile per avere diritto a un aiuto?”

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2026-10-12T07:00:00.0000000Z

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