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Maduro in cella, Venezuela nel limbo

Interim alla vice Delcy Rodríguez dopo l’intervento americano, Trump la marca stretto

di Emiliano Guanella

È successo di tutto e il contrario di tutto nel fine settimana in Venezuela e ora molti si chiedono se ci sarà davvero una rivoluzione sotto il cielo di Caracas. Ci sono stati i missili di venerdì notte sulle basi militari e la cattura cinematografica di Nicolas Maduro, fin troppo perfetta (nonostante le vittime: 80, secondo il ‘New York Times’) per non destare il sospetto che si sia trattato di una resa negoziata o, perlomeno, di un’incursione facilitata da qualche alto tradimento nei palazzi del potere del chavismo. Poi le dichiarazioni di Trump, che ha spiegato al mondo che gli Usa vogliono installarsi nel Paese sudamericano per garantire una transizione sicura verso la democrazia, leggi un governo amico che tuteli gli interessi americani, a iniziare dal petrolio. Infine, la doccia fredda sulle speranze fin troppo affrettate dell’opposizione, con il segretario di Stato Marco Rubio a spiegare che è troppo presto per parlare di elezioni, che tutto dev’essere fatto con calma e che ci vorranno mesi per organizzare un passaggio di poteri come si deve. In mezzo, abbiamo visto Maduro sbarcare a New York in manette e il giorno dopo augurare “Happy New Year” ai fotografi che lo hanno ritratto mentre entrava nella casa circondariale di Brooklyn dove resterà in attesa del processo.

A Caracas, nel frattempo, si riorganizzano i tasselli del potere seguendo la prassi istituzionale ma con un occhio alle mosse americane. Delcy Eloina Rodríguez Gomez, per tutti Delcy, è diventata presidente ad interim della Repubblica Bolivariana seguendo quando stabilito dell’articolo 234 della Costituzione scritta da Hugo Chavez. Il padre del socialismo venezuelano ha sempre diffidato della sua corte e per questo il Venezuela è uno dei pochi Paesi delle Americhe dove il vicepresidente non viene eletto in tandem con il presidente, ma viene nominato da quest’ultimo. In questo modo si evita la tentazione del Giuda, il tradimento al capo. Quando il presidente viene a mancare al vice spetta solo sbrigare le pratiche correnti fino a nuove elezioni, questo sarebbe il compito della Rodríguez se non fosse che il chavismo non ha nessuna voglia di andare al voto perché sa che senza brogli perderebbe sonoramente alle urne.

Un’apprezzata ‘chavista’

La presidente ad interim è un’avvocata formata nella prestigiosa Università Centrale del Venezuela con studi successivi a Londra e Parigi e con il pedigree della combattente, già che suo padre era un militante socialista morto in carcere negli anni Settanta del secolo scorso. È entrata in politica nel 2003, quando Hugo Chavez aveva più dell’80% di consenso popolare. La sua carriera è stata brillante, deputata e poi ministra delle Comunicazioni, degli Esteri (parla quattro lingue) e presidente dell’Assemblea Nazionale e poi dal 2018 vicepresidente. Dal 2024 ricopre anche lo strategico Dicastero degli idrocarburi, che controlla la compagnia petrolifera statale Pdvsa.

Con il fratello Jorge, oggi a guida del Parlamento, compone l’ala politica del chavismo, che viene spesso vista come alternativa a quella militare guidata invece da Diosdado Cabello, il Rasputin di Caracas. Maduro la preferiva a Cabello perché non si fidava al 100% di quest’ultimo e non aveva tutti i torti, già che Diosdado ha costruito il suo potere sulle forze più oscure del movimento chavista, a iniziare dalla polizia politica e dai servizi segreti. Trump ha indicato Rodríguez come la persona ideale per guidare la transizione e non solo perché adesso è lei la presidente in carica. Alla Casa Bianca ritengono che sia la persona giusta perché sa negoziare e ha la capacità di interloquire con tutti, a iniziare dai russi che a Caracas hanno un ruolo di primo piano.

Il sospetto di un piano

Molti analisti, non solo in America Latina, credono che l’offensiva trumpiana sul Venezuela sia stata in qualche modo negoziata con Putin e per questo c’è bisogno di una guida chavista meno intransigente e più aperta a una nuova fase dopo 26 anni di granitico potere bolivariano. La Rodríguez ha subito convocato un gabinetto di crisi per ribadire la sua fedeltà al movimento che l’ha vista crescere, ha chiesto l’immediata liberazione di Maduro e detto chiaramente che il Venezuela non è una colonia e che il chavismo non si piegherà mai alla volontà della Casa Bianca. Parole che smentirebbero quanto detto da Trump a Mar-a-lago, ma che potrebbero anche essere una dichiarazione dovuta per non smascherare un piano che avrà bisogno di tempo e gradualità per essere messo in pratica. Non si può, in sostanza, cambiare pagina da un giorno all’altro, nonostante la minaccia sulla testa della maggiore potenza militare del pianeta.

Premio Nobel fuori gioco

Ieri a parlare è stato invece il segretario di Stato Marco Rubio, le cui dichiarazioni hanno gelato le speranze dell’opposizione, a iniziare dalla Nobel per la Pace Maria Corina Machado che da mesi si dice pronta a prendere il potere. Rubio ha ribadito la volontà da parte della Casa Bianca di organizzare una lenta e graduale transizione e non ha escluso la possibilità che siano proprio gli eredi di Maduro, Rodríguez in testa, a guidarla. Rubio ha escluso la possibilità di elezioni a corto raggio, ha ipotizzato un periodo di almeno sei mesi per “sistemare le cose” in Venezuela ed è chiaro che per gli Usa è più facile far fare questo a un chavismo soft rispetto a risolvere tutto con le armi.

Il passato ormai è andato, il futuro va disegnato con molta calma. Tutti sanno che Maduro non tornerà in Venezuela, il suo futuro sarà in un penitenziario Usa, la Rodríguez deve gestire una fase complicatissima, a iniziare dalla presenza dei collaboratori stranieri che da anni affiancano i militari venezuelani. Rubio ha detto chiaramente che l’obiettivo degli Usa è prendere il controllo del petrolio venezuelano e ha chiarito che per arrivare a questo il Paese sudamericano dev’essere epurato dalla presenza di agenti cubani, cinesi, russi, iraniani.

Nessuna grande protesta

Nelle strade di Caracas e delle principali città venezuelane c’è un clima di calma e nervosismo allo stesso tempo. Chi ha brindato in sordina per la fine del regime adesso si trova a fare i conti con una fase inedita. I parenti emigrati sono scesi in strada a festeggiare, ma a Miami o Madrid non ci sono gli agenti del regime a vigilare ogni movimento sospetto. Nel 2012 il chavismo seppe resistere alla morte del suo fondatore perché contava ancora sull’appoggio delle masse popolari. La dittatura di Maduro ha resistito fino a oggi con la forza della repressione. Delcy Rodríguez, la nuova leader, si trova a fare i conti con l’improbabile compromesso tra le esigenze imperiali di Trump e la permanenza dello status quo di una casta iper-corrotta che ha paura che tutto le crolli addosso.

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