Rapporto Galliani, il Tf ribacchetta i giudici ticinesi
Losanna rinvia la causa alla Commissione (per nuova decisione) che per due volte ha negato alla segretaria del Tpc ritenutasi mobbizzata l’accesso agli atti
Di Andrea Manna
Rinviata la causa alla Commissione di ricorso sulla magistratura (per una nuova decisione), che per due volte ha negato alla segretaria del Tpc ritenutasi mobbizzata l’accesso agli atti.
Seconda bacchettata, da Losanna, alla Commissione (ticinese) di ricorso sulla magistratura. Sullo sfondo c’è la richiesta della segretaria del Tribunale penale cantonale ritenutasi vittima di mobbing da parte di una collega della cancelleria – uno degli elementi che avevano scatenato il cosiddetto caos Tpc – di accedere agli atti della procedura disciplinare, in particolare al rapporto dell’avvocata e già procuratrice Maria Galliani incaricata a fine aprile 2024 dal Consiglio di Stato di svolgere degli accertamenti preliminari riguardanti il settore amministrativo del Tpc in seguito all’asserita situazione di mobbing. Ebbene, il Tribunale federale ha accolto anche il ricorso bis del legale della donna consideratasi mobbizzata, l’avvocato Andrea Bersani, contro la sentenza dello scorso 29 agosto con cui la Commissione di ricorso sulla magistratura aveva nuovamente negato l’accesso agli atti. Il verdetto dei giudici di Mon Repos è di qualche settimana fa: è datato 13 gennaio. Il Tf ha così annullato la sentenza dell’agosto 2025 e rispedito l’incarto alla Commissione per una nuova decisione.
Un po’ di cronistoria
Il primo niet della Commissione di ricorso sulla magistratura risale al 22 gennaio dell’anno passato, quando aveva sostanzialmente confermato la decisione dei vertici del Tribunale d’appello, ai quali il governo aveva trasmesso la perizia di Galliani e ai quali nell’ottobre del 2024 la segretaria del Tpc aveva chiesto, invano, di poter visionare gli atti della procedura disciplinare aperta nel settembre di quell’anno (e nel frattempo conclusasi) nei confronti della collega che aveva segnalato. Sempre per il tramite di Bersani, la donna aveva allora impugnato davanti al Tribunale federale il verdetto del gennaio 2025 della Commissione. Ottenendo ragione. Con sentenza dello scorso 7 luglio il Tf aveva infatti rinviato il dossier alla Commissione per una nuova decisione. Niente da fare: accesso agli atti nuovamente negato. Di qui il ricorso bis di Bersani. Che di recente i giudici di Mon Repos hanno, pure questo, accolto.
Le bordate dell’alta Corte
Il dossier torna dunque per la seconda volta sul tavolo della Commissione di ricorso sulla magistratura per, si legge nella sentenza del Tf, “una nuova decisione nel senso dei considerandi”. Quelli contenuti nel verdetto del 13 gennaio della prima Corte di diritto pubblico. La Commissione, scrivono fra l’altro i giudici, “ritiene in sostanza che il diritto di accesso agli atti deve essere fatto valere dalla ricorrente nel contesto di un procedimento in cui avrebbe qualità di parte, da avviare previamente. Tuttavia, già si è detto che l’invocato diritto può essere fatto valere anche al di fuori di un procedimento pendente, nella misura in cui la persona richiedente renda verosimile un particolare interesse degno di protezione”. Al riguardo, la giurisprudenza “ha già avuto modo di rilevare che l’intenzione di intentare una causa (nella fattispecie un’eventuale causa civile o penale della segretaria contro la collega che aveva segnalato, ndr) può giustificare un interesse degno di protezione per una consultazione degli atti”. D’altra parte in questa fase, annota Mon Repos, “la persona richiedente potrebbe ancora non avere deciso gli ulteriori, futuri, passi procedurali da intraprendere e, a dipendenza della valutazione complessiva effettuata sulla base di un esame degli atti, potrebbe anche rinunciare a compierli”. Aggiunge il Tribunale federale: “Quanto agli interessi pubblici e agli interessi legittimi di terzi, che osterebbero all’accesso agli atti”, la Commissione di ricorso sulla magistratura “li ha richiamati in modo generico e li ha ritenuti prevalenti in modo generale, negando integralmente la consultazione di ogni atto senza esporre al riguardo una motivazione puntuale”. La Commissione, osserva il Tf, “non ha in particolare preso in considerazione né si è confrontata con la possibilità di adottare eventualmente delle soluzioni intermedie che avrebbero se del caso permesso di proteggere la sfera privata delle altre persone (menzionate negli atti della procedura disciplinare, ndr) e conciliare i vari interessi in discussione”. Conformemente al principio della proporzionalità, prosegue la sentenza, “possono al riguardo per esempio entrare in considerazione una limitazione dell’accesso a una parte degli atti o una loro anonimizzazione”. E “laddove accenna all’art. 11 cpv. 1 Lpdp (la Legge cantonale sulla protezione dei dati personali, ndr), che disciplina le condizioni della trasmissione di dati personali a persone private”, la Commissione di ricorso “omette di considerare la citata possibilità di adottare delle misure di limitazione. Tali misure, volte a proteggere la personalità e la sfera privata delle persone interessate nel rispetto del principio della proporzionalità, potrebbero infatti consentire di rispettare la suddetta normativa, nella misura in cui fosse applicabile”.
In sostanza, rincara il Tribunale federale, la Commissione “ha negato globalmente, senza una giustificazione circostanziata, l’accesso agli atti”. Di più: “Non ha eseguito un’accurata ponderazione degli interessi conformemente ai considerandi della sentenza di rinvio (quella del 7 luglio scorso, ndr) di questa Corte e ha perciò nuovamente violato il diritto della ricorrente di essere sentita”. Ergo: “Spetterà all’autorità cantonale (la Commissione di ricorso sulla magistratura, ndr) esaminare ulteriormente nel merito la richiesta di accesso agli atti e statuire al riguardo con una decisione motivata in modo circostanziato, tenendo conto dei diversi interessi coinvolti”.
Vediamo cosa deciderà stavolta la Commissione. Finora la donna assistita dall’avvocato Bersani non ha avuto la possibilità di visionare gli atti, segnatamente il rapporto redatto da Galliani. Un documento del quale anche i cittadini, ai quali è costato 20mila franchi (tale l’importo del mandato assegnato dal governo all’avvocata ed ex magistrata), ignorano tuttora i contenuti.
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