Una metamorfosi che interpella il lavoro
L’analisi e l’appello di Venturelli (ex Ustat): ‘Più dati sulla dinamica del mercato degli impieghi, per individuare potenzialità e capire se siamo in un vicolo cieco’
Di Cristina Pinho
«Non siamo venuti in Ticino per il clima, per l’offerta di alloggi interessanti, per facilitazioni fiscali, per gli asili nido, per le proposte culturali. No. Siamo venuti perché c’erano opportunità di lavoro interessanti e ben retribuite. Come me e mia moglie, sono pure rientrati più o meno tutti i miei compagni di studi, allettati anche loro dalle condizioni offerte sia dal settore pubblico che da quello privato. Ora la situazione è molto diversa». A cinquant’anni di distanza, Elio Venturelli – già direttore per 30 anni dell’Ufficio di statistica del Cantone Ticino (Ustat) – torna sul proprio vissuto per affrontare un tema che gli sta a cuore: quello dei giovani che partono dal Ticino per studiare o lavorare e che non tornano. Di recente i Giovani del Centro hanno riportato l’attenzione sul tema inoltrando a una quarantina di Municipi ticinesi un’interrogazione dal titolo ‘Fuga dei giovani e attrattività fiscale: quali margini di intervento per il Comune’, seguita da un’altra interrogazione al Consiglio di Stato, ‘Fuga e (non) rientro dei giovani: qual è la posizione politica?’, allestita dal granconsigliere del Centro Claudio Isabella a nome del proprio gruppo parlamentare. Un fenomeno che però, secondo Venturelli, per essere davvero compreso e affrontato richiede una conoscenza molto più approfondita delle dinamiche del mercato del lavoro cantonale.
Un passato dalle opportunità allettanti
Torniamo momentaneamente indietro. «Dopo gli studi a Ginevra, ultimati nel 1970 – riprende Venturelli – ho cercato lavoro per diversi mesi a Ginevra e dintorni, senza successo». Da giovane laureato in economia ha quindi deciso di sondare le opportunità nel suo cantone d’origine, il Ticino. «Siccome non mi interessava il settore bancario, in piena espansione, ho concorso per un posto nell’amministrazione cantonale. Con mia grande sorpresa mi furono offerte ben tre opportunità». Venturelli ha optato per l’Usr, «l’Ufficio studi e ricerche, diretto dal compianto Franco Lepori, inizialmente come responsabile della statistica scolastica e, successivamente, della pianificazione scolastica». Economicamente era un’opportunità allettante, rileva, «tanto più che anche mia moglie venne subito assunta come responsabile della biblioteca dell’Usr. Le condizioni salariali erano ottime. Ci veniva pure compensato regolarmente il caro vita e mi ricordo che il primo anno, in quest’ambito, ricevemmo l’equivalente di un 14esimo stipendio».
La quantificazione del fenomeno
Già, ma oggi? «Dove è il Ticino degli anni 70-80?», si chiede Venturelli che sull’argomento ha pubblicato diverse analisi. Nel 2015, nel contributo apparso sull’Archivio Storico Ticinese ‘Vivere sempre più a lungo in una società in via di estinzione. Tre decenni di demografia in Ticino’, Venturelli segnalava questa inversione di tendenza quantificando per la prima volta l’esodo dei giovani, definito poi successivamente “fuga dei cervelli”.
La sintesi delle sue varie riflessioni l’ha poi proposta in uno scritto pubblicato da ‘laRegione’ nell’ottobre del 2023 dal titolo ‘Un Ticino ostaggio della frontiera?’, in cui evidenzia che il nodo centrale per comprendere le difficoltà del Ticino resta il mercato del lavoro, strettamente legato alla sua collocazione geografica di confine. È qui, sostiene, che si concentra la principale incognita per il futuro del cantone. Da sempre, infatti, l’economia ticinese si caratterizza per la presenza di aziende a basso valore aggiunto, attratte dalla possibilità di produrre a costi inferiori rispetto al resto della Svizzera e attive soprattutto nei segmenti meno qualificati della catena produttiva. Un modello che, osserva Venturelli, ha retto nel tempo ma che pone limiti evidenti: molte imprese, se confrontate con salari più elevati, non sarebbero più competitive e rischierebbero di chiudere o trasferirsi altrove. In questo quadro, aggiunge, la dipendenza dalla frontiera è diventata via via più marcata. I bassi salari che in passato garantivano competitività non sono più sufficienti, e oggi oltre un terzo della forza lavoro è costituito da frontalieri. Non si tratta però solo del settore privato: anche il settore pubblico è fortemente dipendente da questa manodopera. Ambiti cruciali come la sanità, in cui la formazione di personale locale è stata insufficiente per decenni, si reggerebbero difficilmente senza il contributo dei lavoratori provenienti da oltreconfine.
«Serve a poco pagare i giovani affinché ritornino, finanziare le aziende affinché diventino ad alto valore aggiunto. Non è con queste misure che si riesce a far uscire il Ticino economico da quello che sembrerebbe, a prima vista, un vicolo ceco», considera Venturelli, appoggiandosi su due eloquenti rappresentazioni grafiche da lui elaborate (v. infografica). «Da un lato mostrano la profonda metamorfosi dei flussi migratori dei giovani svizzeri in questi ultimi decenni, i cui saldi sono passati dai valori positivi degli anni 80 a saldi fortemente negativi negli ultimi decenni – mette in luce –. L’esodo dei giovani è iniziato nel 1992 con poche decine di unità, per aumentare gradatamente fino a raggiungere l’apice di -854 unità nel 2024. D’altro canto mostrano chiaramente la forte dipendenza dall’immigrazione dall’estero, in particolare di italiani, attirati dalle aziende ticinesi, senza dimenticare il forte incremento del numero di frontalieri passati da 27’000 nel 2000 a quasi 80’000 nel 2025. Senza l’apporto dall’estero la popolazione ticinese sarebbe in caduta libera».
‘Non basta osannare l’innovazione’
Nessuno nega, precisa Venturelli, che vi siano in Ticino importanti centri di eccellenza come Usi, Supsi, Irb. Nessuno nega che vi siano aziende innovative e ad alto valore aggiunto. «Si tratta però di realtà, pur importanti, ma marginali, relative a qualche migliaio di occupati, oltretutto in gran parte stranieri o lavoratori frontalieri, su un totale di 180’000 attivi, senza contare i frontalieri. Non basta quindi osannare un Ticino dell’innovazione. E nemmeno sottolineare l’importanza delle aziende attive sul territorio», commenta. Per capire come siamo messi, afferma l’ex direttore dell’Ustat, «dovremmo disporre di un’informazione dettagliata sulla dinamica del mercato del lavoro ticinese: chi va e chi viene, quali aziende assumono e quali licenziano, quali qualifiche sono richieste, quali le mansioni e con quali condizioni, chi sostituisce residenti con frontalieri e altro ancora. Malgrado i numerosi e importanti indicatori pubblicati dall’Ustat, non disponiamo purtroppo ancora di un quadro statistico così dettagliato – ribadisce Venturelli –. La legge sull’armonizzazione dei registri amministrativi permetterebbe di ottenerlo, ma con un costo non indifferente e, per questo, potrebbe scontrarsi con i difensori del “decreto Morisoli”, per i quali, contrariamente a quanto diceva Einaudi (“conoscere per deliberare”), l’aspetto finanziario è prioritario».
Certo, un quadro statistico dettagliato non risolve comunque i problemi, Venturelli ne è consapevole. «Permetterebbe però di meglio capire la complessità della realtà socio-economica cantonale, e di contestualizzare i vari approcci ideologici o di categoria. Sarebbe inoltre più facile individuare le potenzialità della nostra economia e capire se ci troviamo in un vicolo cieco, con un Ticino ostaggio della frontiera, o se invece è ipotizzabile un Ticino più competitivo, attrattivo per i giovani e per aziende ad alto valore aggiunto».
CANTONE
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2026-05-13T07:00:00.0000000Z
2026-05-13T07:00:00.0000000Z
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