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Acqua per l’Italia Domande per il governo

L’Udc al governo: ‘Tra restrizioni e divieti domandiamoci se la risorsa idrica di cui disponiamo è gestita in modo efficace’. Infrastruttura, perdite...

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Il Ticino ‘svuota’ di 10 centimetri il Ceresio. L’Udc invece mette in dubbio la gestione idrica

Temperature roventi e soprattutto niente (o scarsissima) pioggia. C’è tuttavia chi si domanda, e domanda, se restrizioni e divieti circa l’uso dell’acqua siano l’unico rimedio per fronteggiare periodi prolungati di siccità, come quelli che stiamo vivendo, o se invece non convenga riflettere su come gestire al meglio la risorsa idrica a disposizione. Evitando per esempio l’impiego di acqua potabile “dove non serve“. Perché, certo, “non possiamo decidere quando pioverà: possiamo però decidere come utilizzare l’acqua che abbiamo e come prepararci ai periodi nei quali essa è meno facilmente disponibile”. Parole della deputata dell’Udc Lara Filippini che in un’interrogazione – sottoscritta dai colleghi di partito e di Gran Consiglio Alain Bühler, Raide Bassi e Tiziano Galeazzi – pone al Consiglio di Stato una serie di quesiti sul tema. Negli anni in Ticino, si ricorda nell’atto parlamentare, “sono stati fatti importanti investimenti e sono state sviluppate interconnessioni tra acquedotti”. La nuova Legge sulla gestione delle acque “rafforza inoltre la pianificazione cantonale e comunale in questo settore”. Ma per Filippini e cofirmatari dell’interrogazione bisognerebbe chiedersi se non vi siano ulteriori margini di miglioramento.

A cominciare dal capitolo infrastrutture. “Quando un Comune si trova costretto a limitare i consumi, sarebbe interessante capire se il problema sia effettivamente la mancanza di acqua oppure, almeno in alcuni casi, la capacità di captarla, accumularla e distribuirla”, annota Filippini. C’è poi “il tema delle perdite delle reti, che oltre a rappresentare uno spreco della risorsa comportano anche costi per l’acqua che viene captata, eventualmente trattata e immessa nella rete senza arrivare all’utente finale”. Non solo. “Oggi utilizziamo acqua potabile anche per molti scopi per i quali, di fatto, non sarebbe necessaria acqua con caratteristiche adatte al consumo umano: pensiamo allo scarico dei Wc, all’irrigazione dei giardini e alla pulizia di determinate superfici, ma pure a taluni utilizzi tecnici o industriali”. Anche in questi ambiti “potrebbe essere interessante valutare in quale misura l’impiego di acqua potabile sia effettivamente necessario e dove, invece, possano trovare spazio sistemi alternativi, di recupero o di riutilizzo”.

Recupero di quella piovana

Aggiungono i deputati democentristi: “Il recupero dell’acqua piovana e il suo impiego per determinati scopi potrebbero, ad esempio, essere maggiormente considerati nelle nuove costruzioni, nelle ristrutturazioni importanti, nei grandi complessi immobiliari, negli edifici pubblici o nelle zone industriali”. In alcuni casi “potrebbero essere previste capacità di accumulo maggiori o semplicemente impianti interni che permettano di non utilizzare acqua potabile quando non è necessario”. Lo stesso principio “potrebbe valere per sistemi che consentano, laddove ciò sia tecnicamente ed economicamente sostenibile, il recupero, il trattamento e il riutilizzo dell’acqua all’interno dello stesso processo o della stessa struttura, riducendo così il fabbisogno di nuova acqua potabile”.

Non si tratta, si tiene a chiarire nell’interrogazione, “di immaginare soluzioni faraoniche o di trasferire sui Comuni nuovi obblighi e costi senza valutarne l’effettiva utilità”. Si tratta piuttosto di capire se, di fronte a un problema, quale la siccità, che periodicamente si presenta, “vi siano investimenti e accorgimenti che permetterebbero nel tempo di ridurre la necessità di intervenire con divieti e limitazioni” dell’utilizzo dell’acqua. “Una corretta pianificazione assume inoltre rilievo anche sotto il profilo finanziario – si sottolinea nell’atto parlamentare –. Gli interventi sugli acquedotti possono comportare investimenti molto importanti sull’arco di diversi decenni. Una programmazione tempestiva da parte dei Comuni permetterebbe di distribuire questi investimenti nel tempo e di evitare, per quanto possibile, di dover intervenire quando la situazione è ormai urgente. Questo anche nell’interesse del Cantone, laddove è chiamato a partecipare finanziariamente agli interventi”.

Numerose le domande al governo. Ne citiamo alcune. Il Cantone “dispone di una visione complessiva dello stato e delle perdite delle reti di distribuzione dell’acqua potabile nei diversi Comuni?”. Il Consiglio di Stato “ritiene che vi sia un margine per favorire maggiormente, d’intesa con i Comuni, il recupero e l’accumulo dell’acqua piovana e il suo utilizzo per scopi non potabili, in particolare nelle nuove costruzioni, nelle ristrutturazioni importanti, nei grandi complessi immobiliari, negli edifici pubblici e nelle zone industriali?”. Il Consiglio di Stato “ritiene opportuno sviluppare, insieme ai Comuni, una strategia di medio e lungo periodo che affianchi alla sicurezza dell’approvvigionamento anche un uso più razionale dell’acqua potabile, con l’obiettivo di ridurre progressivamente la necessità di ricorrere a limitazioni e divieti durante i periodi di scarsità?”. «Le misure che alcuni Comuni adottano sono comprensibili e necessarie, ma non si può andare avanti in eterno con limitazioni o divieti – dice alla ‘Regione’ Lara Filippini –. Sollecitiamo perciò il Cantone, d’intesa con i Comuni, a promuovere una gestione più efficace delle risorse idriche».

Dieci centimetri all’Italia

Per aiutare le coltivazioni del Nord Italia, in particolare quelle di riso, il Ticino ha deciso di ‘aprire i rubinetti’ del Lago Ceresio. Lo rende noto il Dipartimento del territorio. La misura, che durerà 10 giorni, è la seguente: a Ponte Tresa l’erogazione d’acqua salirà da 3 a 8 metri cubi al secondo. Considerato il collegamento idrografico tra i due laghi, il maggiore deflusso raggiungerà naturalmente il Lago Maggiore e di conseguenza aumenterà la portata d’acqua verso l’Italia. Per il Ticino questo cambiamento comporterà un abbassamento di circa 10 centimetri del Lago di Lugano. La misura è stata decisa in una riunione d’urgenza dell’Organismo bilaterale italo-elvetico di Consultazione sulla regolazione dei livelli del Lago Maggiore e sulla gestione delle risorse idriche del relativo bacino. Una riunione convocata dal Ministero italiano dell’ambiente. «Questa misura è quanto il Ticino può fare in questo momento senza che ci siano conseguenze gravi», afferma Laurent Filippini, capo dell’Ufficio dei corsi d’acqua. «Stiamo entrando in una fase molto delicata per la coltura del riso in Italia. Allo stesso tempo, però, anche la situazione ticinese va tenuta in considerazione». Mette infatti in chiaro il Dipartimento del territorio nella sua comunicazione alla stampa: “Anche il versante svizzero è confrontato con una situazione di allerta per siccità dovuta alle scarse precipitazioni. Le riserve d’acqua nei bacini idroelettrici ticinesi si situano infatti al limite inferiore dei valori registrati negli ultimi dieci anni. Non sussistono pertanto le condizioni per ulteriori rilasci, anche alla luce della necessità di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico. Il margine di intervento del Cantone – evidenzia sempre il Dt – è inoltre limitato dal quadro giuridico vigente: una parte importante delle acque è sottoposta a concessioni attribuite a operatori privati sui quali il Cantone non dispone di un’autorità diretta”. La situazione verrà in ogni caso rivalutata tra dieci giorni. Nel frattempo, su entrambi i lati della frontiera, si spera di veder arrivare la pioggia.

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