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Ritom, salvi per miracolo alcuni operai di Aet e Ffs

Fino a poco prima dell’esplosione due stavano lavorando insieme alle vittime e quattro in quei drammatici istanti erano in pausa: tre all’interno e uno fuori

Di Marino Molinaro, Stefano Guerra e Katiuscia Cidali

Nella cultura popolare potrebbero essere definiti come dei miracolati. Parliamo degli operai che la mattina del 9 settembre, quando alle 9.38 si è verificata l’esplosione nella vecchia centrale del Ritom a Piotta, erano impegnati in varie operazioni predisposte nel cantiere per la realizzazione del nuovo impianto idroelettrico, edificato accanto a quello d’inizio ’900. In quest’ultimo, al piano -1, hanno perso la vita l’apprendista 18enne Damiano Braga di Dalpe e l’elettricista Luca Pianezza di 55 anni domiciliato a Bironico. Entrambi dipendenti dell’Azienda elettrica ticinese (Aet), sono stati investiti dall’esplosione mentre stavano posando canaline metalliche necessarie alla cablatura elettrica di collegamento fra i due impianti.

Dirottati su altre mansioni

Stando ad alcune testimonianze raccolte da ‘laRegione’, emerge che quella mattina nei medesimi spazi dove hanno perso la vita il 55enne e il 18enne sarebbero stati presenti in tutto quattro operai di Aet. Due sono rimasti incolumi essendo stati dirottati poco prima su altre mansioni, e al momento dello scoppio si trovavano infatti all’esterno. Oltre a loro ci risulta che un gruppo di quattro operai delle Ffs stava invece svolgendo la pausa caffè di metà mattina. Tre si trovavano in un apposito locale situato dentro la vecchia centrale: non sono rimasti feriti ma se la sono vista molto brutta.

Telefonata provvidenziale

Un’altra nostra fonte riferisce che uno di loro in quel preciso istante si trovava all’esterno per fare una telefonata privata. Udita la deflagrazione, ha interrotto la chiamata e ha allertato Polizia cantonale e Pompieri, indirizzando poi i mezzi di soccorso una volta giunti sul posto. A quel punto però si è sentito male ed è stato a sua volta accudito dai sanitari di Tre Valli Soccorso. Gli operai rimasti incolumi hanno subìto un forte choc, sia per quanto vissuto all’interno della vecchia centrale, sia per la perdita dei loro colleghi. Perciò si è reso necessario per tutta la squadra il sostegno psicologico offerto dal Care Team.

Da Zurigo in cerca della causa

L’inchiesta in corso vede coinvolta la Polizia scientifica e gli ingegneri di Aet e Ffs (proprietarie del manufatto e azioniste della Ritom Sa rispettivamente al 25% e al 75%) per capire l’origine della detonazione. Coinvolti anche gli specialisti della Scientifica di Zurigo. Il giorno dopo la tragedia i tecnici del Centro chimico cantonale di Bellinzona, muniti di maschere e bombole d’ossigeno, hanno appurato l’assenza in quel momento di una perdita di gas esplosivo. La quale, visti i danni ingenti subiti dall’infrastruttura fra crolli, incendio, fumo e finestre e porte divelte dall’onda d’urto, è tuttora indicata come una possibile causa, magari innescata da scintille generate da una smerigliatrice usata per la posa appunto delle canaline metalliche. Questo, immaginando una possibile perdita, sebbene i gas usati per il raffreddamento di determinate apparecchiature elettriche siano inermi, ossia inesplosivi. Vi erano altri gas in circolazione? È quanto stanno cercando di capire gli inquirenti. Gli stessi specialisti di Zurigo, ci risulta, non riescono ad arrivarne a una e settimana prossima riprenderanno le verifiche sul posto.

‘Verifiche sulla presenza di più squadre’

Sullo stesso piano delle ipotesi, il comandante del Corpo pompieri di Biasca Corrado Grassi, sentito da ‘laRegione’ il giorno della sciagura, citava l’eventualità che la detonazione – gas o non gas in circolazione – sia stata originata da un cortocircuito verificatosi all’interno di un settore o di un macchinario di grosse dimensioni, laddove vi è corrente elettrica ad alta tensione. Dal canto suo Aet preferisce al momento non esprimersi, nemmeno sul fatto che due suoi collaboratori siano salvi: «Anche questo elemento fa parte degli accertamenti in corso, che mirano a ricostruire nel dettaglio la presenza di più squadre di operai impiegate simultaneamente in più lavorazioni all’interno del complesso idroelettrico», dichiara il portavoce Pietro Jolli interpellato dalla redazione. No comment, per gli stessi motivi, anche dalle Ferrovie federali.

‘Nessuna presenza di gas’

Interpellato nei giorni scorsi da ‘laRegione’, il comandante del Corpo pompieri Alta Leventina Moreno Caverzasio al momento non se la sente di avanzare ipotesi sulle possibili cause: «L’inchiesta permetterà di fare chiarezza». Ad ogni modo quando è giunto alla vecchia centrale con i militi del suo Corpo non ha ravvisato la presenza di gas: «Sul posto le nostre apparecchiature ci garantivano i parametri di sicurezza per poter intervenire». Il Corpo pompieri dispone infatti di appositi apparecchi per effettuare le prime misurazioni, mentre per analisi più approfondite ci si può avvalere del Centro chimico di Bellinzona, dotato di strumentazione più sofisticata. Una volta giunti sul posto, i pompieri hanno dovuto innanzitutto mettere in sicurezza l’area. «Eravamo completamente equipaggiati, anche perché vi era un principio di incendio in corso. La nostra priorità era garantire la nostra sicurezza e poi poter eseguire il salvataggio delle persone coinvolte». Al momento dell’allarme era infatti stato segnalato che due operai mancavano all’appello.

‘Disponiamo di tutti gli aiuti del caso’

L’intervento ha mobilitato sin dall’inizio i due gruppi di picchetto del Corpo pompieri Alta Leventina, basato ad Airolo, cui si è ben presto aggiunto il sostegno del Corpo pompieri di Biasca. Sul fronte della sicurezza elettrica invece, tutti i necessari disinserimenti sono stati effettuati dal personale delle Ffs presente sul posto, permettendo ai pompieri di accedere alla centrale in condizioni di sicurezza. «Questo ci ha permesso di intervenire rapidamente per raggiungere i due operai purtroppo deceduti». Un intervento particolarmente delicato anche dal punto di vista umano dunque, al quale i pompieri hanno potuto far fronte contando sugli strumenti di sostegno messi a disposizione a livello cantonale. «Negli anni queste tematiche sono state debitamente sviluppate e perciò disponiamo di tutti gli aiuti del caso», conclude il comandante.

Dinamite presente fino a 5 anni fa

Un altro capitolo – non è dato sapere se anch’esso da verificare – riguarda infine anche l’eventuale presenza di esplosivo. Stando a nostre fonti sembra infatti che fino a cinque anni fa ne fosse stoccata una quantità proprio nei sotterranei della vecchia centrale. Motivo apparente, il fatto che durante la seconda guerra mondiale e la guerra fredda l’Esercito svizzero abbia equipaggiato oltre duemila infrastrutture strategiche, a partire dal massiccio del Gottardo, con cariche nascoste pronte all’uso. Strategia difensiva con lo scopo di far saltare i collegamenti alpini in caso di invasione straniera, isolando il Paese e blindando le fortezze sotterranee militari.

BELLINZONA E VALLI

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2026-09-19T07:00:00.0000000Z

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