Violenza domestica, intervento e presa a carico più specializzati
È quanto prevede il progetto pilota attivo da settembre
“A differenza di quanto avveniva in precedenza, le vittime di violenza domestica vengono ora ascoltate da personale selezionato, specificamente formato e con comprovata competenza nella materia”. È questo il nuovo approccio introdotto tramite progetto pilota lo scorso 1° settembre dalla Polizia cantonale. Una nuova strategia di gestione dei casi di violenza domestica, frutto di un’analisi operativa interna approvata dalla direzione di polizia, che porta con sé non pochi accorgimenti. Si tratta infatti di un cambiamento, illustrato dal governo in risposta a un atto parlamentare di Tamara Merlo e Maura Mossi Nembrini di Più Donne, che “consente di ridurre il rischio di vittimizzazione secondaria (evitando che siano poste domande nella maniera sbagliata che facciano sentire in colpa la vittima), così come di garantire un clima maggiormente accogliente, favorendo in tal modo la fiducia delle vittime”.
Procedura orientata alla specializzazione della presa a carico
Il modello adottato, illustra quindi il Consiglio di Stato, prevede un intervento in due tappe: “Una prima fase, garantita 24 ore su 24 dai reparti di Gendarmeria, e una seconda fase nella quale l’inchiesta e la verbalizzazione vengono assunte dal Servizio violenza domestica (Svd)”. La nuova procedura, aggiunge poi il governo sollecitato sulle modalità di intervento e presa a carico, viene definita da un ordine di impiego dettagliato, predisposto dal capo area della Gendarmeria, ed è “orientata alla specializzazione della presa a carico di queste delicate inchieste mediante l’impiego di personale dedicato e specificamente formato nella materia”. Le pattuglie dei reparti di Gendarmeria assumono quindi ora un ruolo diverso, ma – dice il governo – “comunque centrale, garantendo durante l’intervento un’analisi più accurata e strutturata della situazione”. Rispetto al passato, continua la risposta, “è stato infatti introdotto un protocollo definito per l’assunzione delle informazioni e per la valutazione del rischio”. Una fase che “implica il coinvolgimento di un quadro della Gendarmeria e, qualora necessario, il successivo coinvolgimento dell’intera catena di comando, fino a raggiungere l’Ufficiale di reparto o di picchetto”. A restare invariate sono invece “le competenze degli agenti per la messa in sicurezza immediata della situazione. Così come restano chiaramente riservate le immediate misure di urgenza atte a ripristinare la sicurezza delle persone coinvolte”. Non solo. “Nei casi particolarmente gravi o delicati– precisa l’Esecutivo – è prevista l’immediata presa a carico della situazione, inclusa la redazione dei verbali e degli atti necessari”.
La ‘piramide del rischio’
Scendendo nel dettaglio, se il primo intervento di polizia resta di competenza dei reparti operativi, a essere cambiata da settembre è la raccolta delle informazioni che, grazie all’introduzione di uno strumento operativo di valutazione precoce dei fattori di rischio, è diventata più accurata. Parliamo della cosiddetta ‘piramide del rischio’, uno strumento validato dall’Istituto svizzero di polizia che consente di “raccogliere informazioni sull’autore (comportamenti, precedenti), sulla vittima (vulnerabilità, percezione) e sul contesto (presenza di armi, decisioni delle autorità)”. Non si tratta, indica il governo, di “una checklist rigida, bensì di un ausilio che permette agli agenti di prendere distanza, analizzare la situazione e trasmettere gli elementi rilevanti al Centro competenze violenza per l’analisi e in seguito eventualmente al Gruppo gestione minacce”. Dal lancio del progetto pilota, gli agenti appositamente formati all’utilizzo di questo strumento “sono ora chiamati a concentrarsi in misura più strutturata sulla raccolta di dettagli rilevanti, al fine di orientare adeguatamente la successiva presa a carico del caso”. La seconda novità procedurale, rileva poi il Consiglio di Stato, “consiste nel fatto che, nella maggior parte dei casi, l’inchiesta è attualmente affidata ad agenti specialisti del Svd”. In base all’esperienza maturata nei primi tre mesi di fase pilota, il governo non rileva in tal senso variazioni significative nelle tempistiche procedurali. In questo contesto la presenza di agenti specialisti del Svd costituisce inoltre “un’ulteriore garanzia rispetto ai diritti delle vittime, affinché le stesse possano essere adeguatamente e sistematicamente informate dell’esistenza del Servizio per l’aiuto alle vittime di reati e delle possibilità d’aiuto”.
CANTONE
it-ch
2026-02-03T08:00:00.0000000Z
2026-02-03T08:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281586657027441
Regiopress SA