Tentato omicidio confermato, trentotto mesi ma sospesi
Condannato un 62enne italiano per cinque coltellate
Di Sebastiano Storelli
La Corte delle Assise criminali, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta (giudici a latere Renata Loss Campana ed Emilie Mordasini) ha condannato a 36 mesi un cittadino italiano di 62 anni, nato e cresciuto a Bellinzona. Lo ha ritenuto colpevole di tentato omicidio per dolo eventuale nei confronti di un amico/conoscente, pure lui bellinzonese, al quale la sera del 5 dicembre 2020 aveva inferto cinque coltellate, colpendolo due volte al collo e pure alle mani (verosimilmente alzate a protezione del volto). Tuttavia, la Corte ha deciso di sospendere interamente la pena così da permettere all’imputato di proseguire la terapia ambulatoriale già iniziata e che il dispositivo della sentenza ha reso obbligatoria.
Il giudice Pagnamenta, dopo aver qualificato come «non credibili» le affermazioni dell’uomo in merito a un secondo e minore capo d’imputazione (tentato furto per aver infranto la vetrina di un salone da parrucchiera), nel commento alla sentenza si è concentrato sull’accusa principale, quella di tentato omicidio, per la quale la procuratrice pubblica Valentina Tuoni aveva richiesto una pena di 36 mesi (6 da scontare e 30 sospesi per due anni per non dover interrompere la terapia ambulatoriale). E ha rilevato come «la giurisprudenza sia costante nel ritenere che fendenti portati alla parte alta del corpo e possibilmente al collo costituiscano un reato di tentato omicidio, a prescindere dal fatto che la vita della vittima non sia mai stata in pericolo (come nel caso in esame, ndr)».
Non è però stato possibile stabilire se le coltellate siano state prodotte cogliendo la vittima alle spalle o di fronte, «per cui va accolta la versione più favorevole all’imputato, vale a dire che l’aggressione sia avvenuta frontalmente. Ciò nonostante, per il solo fatto di portare fendenti a casaccio, l’uomo doveva essere consapevole di poter provocare la morte».
L’accusa di tentato omicidio, unita a quelle per furto, danneggiamento e infrazione alla legge federale sugli stupefacenti (il 62enne ha avuto una vita contraddistinta da abuso di droga e alcol), avrebbe comportato una pena attorno ai 5 anni e 6 mesi. La Corte ha però tenuto in considerazione una scemata imputabilità di grado lieve, la collaborazione fornita, il tempo trascorso dai fatti e la buona condotta tenuta in questi anni. Così, si è giunti a una condanna a 3 anni e 8 mesi integralmente sospesi, ai quali si è aggiunto l’obbligo di una terapia ambulatoriale e quello dell’astensione dall’uso di droghe e alcol. Infine, la Corte ha ritenuto congrua la somma di 8’000 franchi da versare alla vittima quale risarcimento per torto morale.
In mattinata, il 62enne italiano si era detto pentito. La sera del 5 dicembre 2020, dopo un primo alterco nell’appartamento di un amico, presso il quale la vittima viveva, era tornato a casa e, senza nemmeno sapere il perché, aveva preso un coltello da cucina per poi scendere in strada, dove aveva incontrato la vittima e l’aveva aggredita. «Non era mia intenzione ucciderla, volevo solo fargliela pagare per lo sgarbo commesso nei miei confronti quando mi aveva buttato fuori da un appartamento non suo, con la falsa accusa di aver fatto la cresta sulla spesa, per la quale lui stesso mi aveva dato il denaro». L’avvocato difensore, Samuele Scarpelli, ha ricordato come al momento dell’arrivo della polizia, la vittima avesse cercato di coprire l’amico, affermando che non era successo nulla di grave. Soltanto in un secondo tempo aveva chiamato l’ambulanza per farsi trasportare in ospedale. Siccome l’imputato in quel momento non era lucido ma in preda ai fumi dell’alcol, non si sarebbe reso conto della gravità del suo gesto. Motivo per cui l’accusa di tentato omicidio non era applicabile, al massimo si poteva parlare di lesioni semplici qualificate. Aveva così chiesto il proscioglimento, o in subordine una pena detentiva non superiore ai 24 mesi, interamente sospesi.
Sempre in mattinata, la procuratrice pubblica Valentina Tuoni, pur riconoscendo alcune attenuanti, aveva sottolineato come, alla luce delle ferite riportate e della dinamica dell’aggressione, «soltanto per un caso fortuito non ci troviamo qui oggi a parlare di un omicidio compiuto».
BELLINZONA E VALLI
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