‘La ricerca è più veloce e aiuta a ridurre i costi’
L’evoluzione degli studi svolti in ambito clinico permette di rendere più efficienti, e meno onerose, certe cure. Stathis (Eoc): ‘Ma va anche finanziata’
Di Giacomo Agosta
C’è la prima domanda, che vuole capire quali meccanismi sono alla base di una determinata malattia e come sia possibile curarla. E poi c’è la seconda domanda, che vuole capire come rendere il più efficace possibile quella cura. A queste domande contribuiscono, con ruoli diversi, sia la ricerca accademica sia quella dell’industria farmaceutica. Quest’ultima ha un ruolo fondamentale nello sviluppo di nuovi medicamenti e nel portarli, attraverso le diverse fasi della sperimentazione, fino all’approvazione e alla disponibilità per i pazienti. La ricerca accademica, sia preclinica sia clinica, cerca invece anche di comprendere sempre meglio i meccanismi delle malattie e di capire come utilizzare in maniera ottimale i nuovi medicamenti, rispondendo anche a domande che non necessariamente rientrano negli obiettivi dello sviluppo industriale. «Sono entrambe molto importanti e rispondono a una necessità», afferma il professor Anastasios Stathis, responsabile del Servizio Ricerca dell’Area Formazione medica e Ricerca Eoc, nonché caposervizio di Ematologia all’Istituto Oncologico della Svizzera italiana.
Temi, quelli della ricerca, al centro della Giornata della Ricerca e dell’Innovazione in Medicina Umana della Svizzera Italiana che si tiene proprio oggi all’Università della Svizzera italiana. L’evento si sviluppa attorno a un principio fondamentale: si cura meglio dove si fa ricerca.
«Sono un oncologo e in questo momento mi occupo soprattutto di tumori del sistema linfatico – racconta Stathis. In questo ambito negli ultimi anni abbiamo visto come la ricerca abbia permesso di sviluppare e rendere disponibili nuovi farmaci molto efficaci. Si tratta di medicamenti che, in alcune malattie, permettono di ottenere guarigioni e, in altre, di prolungare significativamente la sopravvivenza rispetto a quanto fosse possibile non molti anni fa».
Un aspetto che non può essere ignorato è però quello dei costi. Alcuni nuovi medicamenti hanno prezzi molto elevati e questo rappresenta una sfida crescente per la sostenibilità del sistema sanitario. Diventa quindi ancora più importante capire non soltanto se un farmaco funziona, ma quale sia il suo reale beneficio clinico, quali pazienti possano beneficiarne maggiormente e come utilizzarlo nel modo più appropriato.
In questo ambito la ricerca accademica ha un ruolo importante. «La ricerca accademica – spiega Stathis – cerca di comprendere sempre meglio come utilizzare un determinato medicamento: quali pazienti possano beneficiarne maggiormente, in quale fase della malattia sia più opportuno utilizzarlo, con quali altri trattamenti possa essere associato e quali dosi e modalità di somministrazione consentano di ottenere il miglior rapporto possibile tra efficacia e tossicità. In altre parole, non si tratta soltanto di sapere se un farmaco funziona, ma di capire come utilizzarlo nel modo migliore per il paziente».
Questo perché, ricorda il responsabile del Servizio Ricerca, «ogni trattamento deve essere valutato considerando insieme efficacia e possibili effetti collaterali. L’obiettivo è ottenere il massimo beneficio clinico possibile limitando, per quanto possibile, la tossicità per il paziente».
Un lavoro che va a beneficio innanzitutto del paziente, ma che ha conseguenze anche sui costi della salute sostenuti dalla collettività. «I nuovi farmaci e le nuove cure possono avere costi molto importanti. Capire quali pazienti beneficiano realmente di una terapia ed evitare trattamenti non necessari o di beneficio marginale significa quindi utilizzare meglio anche le risorse disponibili». Detto in altre parole: la ricerca può contribuire anche alla sostenibilità del sistema sanitario, perché permette di individuare non semplicemente più terapie, ma terapie realmente utili e di utilizzarle nel modo più appropriato.
E qui si arriva a un nodo centrale: chi finanzia questa ricerca? «La Svizzera, e il Ticino con i suoi centri di ricerca non è assolutamente in seconda fila, ha una quantità di conoscenza e di ricerca molto importante», rimarca il professore. «Sarebbe un peccato non finanziare a dovere, attirando ricercatori sul territorio. Si tratta di figure professionali che portano valore aggiunto». C’è poi un altro aspetto da considerare: negli anni è aumentata enormemente la velocità con cui la ricerca riesce a tradursi in nuove possibilità terapeutiche. Ovvero? «Quando ho iniziato a lavorare, 20 anni fa, i ritmi erano molto diversi. Il percorso che dalla ricerca preclinica portava un nuovo trattamento fino al paziente poteva richiedere anche molti anni. Oggi, in alcuni casi, riusciamo a farlo in tempi molto più brevi. Questo perché le conoscenze si sommano, abbiamo strumenti migliori per selezionare precocemente le terapie più promettenti e anche la sperimentazione clinica è diventata più efficiente.
Anni fa in oncologia avevamo a disposizione soprattutto la chemioterapia, insieme ad alcuni anticorpi monoclonali e alle prime terapie a bersaglio molecolare. Oggi lo scenario è profondamente cambiato: parliamo di terapie a bersaglio molecolare, anticorpi monoclonali, immunoterapia e terapie cellulari, cioè strategie terapeutiche che 10-20 anni fa erano soltanto agli inizi o, in alcuni casi, difficilmente immaginabili nella pratica clinica quotidiana».
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