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‘Iniziativa Udc sbagliata, inefficace e pericolosa’

Il no del consigliere nazionale Farinelli (Plr) alla proposta democentrista per evitare una Svizzera a 10 milioni: ‘Sì alla regolazione, ma non alla chiusura’

Di Jacopo Scarinci

È il 20 marzo quando il presidente nazionale del Plr Thierry Burkart, in maniera prevedibile ma fino a un certo punto con questa verve, prende la mazza e fa a pezzi l’iniziativa popolare dell’Udc ‘No a una Svizzera da 10 milioni di abitanti’. A Berna, davanti alla stampa, Burkart prima lancia la campagna contro il testo democentrista, poi annuncia anche la bocciatura di qualsivoglia controprogetto: non otterrebbe la maggioranza alle Camere federali e quindi, avendo più volte la popolazione svizzera espresso il proprio favore alla via bilaterale con l’Unione europea, meglio affrontare l’iniziativa alle urne. Iniziativa con cui l’Udc fondamentalmente chiede di evitare che la popolazione residente in Svizzera superi i 10 milioni di abitanti prima del 2050. Con diverse misure da adottare, l’ultima è quella con più potenziali conseguenze: la disdetta dell’Accordo di libera circolazione, che farebbe cadere – come ogni volta che se ne è ventilata l’uscita da parte della Svizzera – tutto il castello degli Accordi bilaterali. Una settimana dopo, il consigliere nazionale e vicepresidente cantonale del Plr Alex

Farinelli a colloquio con ‘laRegione’ segue a ruota Burkart: «Questa iniziativa dell’Udc propone una soluzione sbagliata, inefficace e pericolosa per il futuro del nostro Paese».

In che senso?

L’iniziativa parte da una preoccupazione comprensibile, vale a dire la crescita della popolazione e le sfide legate all’infrastruttura, all’ambiente e all’identità. Ma propone, come detto, una soluzione molto problematica. Imporre un tetto rigido alla popolazione, legandolo in modo diretto all’immigrazione, significherebbe bloccare uno degli elementi su cui si fonda il nostro benessere: la possibilità per l’economia svizzera di accedere a manodopera qualificata. Una chiusura in questo senso metterebbe a rischio il funzionamento di settori vitali, pensiamo solo alla sanità, alla ricerca, al turismo e all’industria. E comprometterebbe la capacità della Svizzera di innovare, crescere e garantire servizi alla sua popolazione. Il Plr nazionale ha giustamente scelto una posizione chiara: non si nega che servano regole e controlli più efficaci, ma dire no a questa iniziativa significa difendere l’equilibrio tra apertura e responsabilità che ha sempre caratterizzato la nostra politica migratoria.

In Ticino però storicamente c’è una sensibilità diversa... basti pensare al 9 febbraio. Lei come spiegherà ai ticinesi la sua contrarietà a questa iniziativa?

È vero, in Ticino la sensibilità sul tema dell’immigrazione è particolarmente marcata, e sarebbe un errore non tenerne conto. Ma proprio per questo è importante distinguere tra le paure legittime e le soluzioni populiste che non risolvono i problemi, ma spesso li aggravano. Quella del 9 febbraio 2014, da lei ricordata, è stata una votazione dettata da un contesto preciso: la pressione del frontalierato, la percezione in parte fondata che la libera circolazione non fosse accompagnata da misure efficaci a tutela del mercato del lavoro locale. Nel frattempo sono stati introdotti correttivi, come le misure d’accompagnamento o il nuovo regime di tassazione dei nuovi frontalieri che ha fatto in modo che un dipendente residente in Italia si è visto di fatto raddoppiare l’imposizione passando ad esempio da 15mila a 30mila franchi di imposizione su un salario di 80mila franchi: questo diminuirà molto la pressione sui salari e gli effetti positivi si sono già manifestati nel primo anno di applicazione. In questo senso, il nostro compito come esponenti ticinesi del Plr è spiegare che respingere questa iniziativa non significa sottovalutare i problemi, e che è importante disporre di ulteriori strumenti come la clausola di salvaguardia e un rafforzamento dei contratti collettivi di lavoro. Bloccare l’immigrazione tout court non farà sparire né i frontalieri né le sfide occupazionali. Servono invece strumenti efficaci per garantire concorrenza leale, valorizzare le competenze locali e rafforzare la formazione.

In materia di immigrazione, e andando ancora più nel concreto, quale deve essere l’approccio liberale radicale in un cantone di frontiera come il nostro?

Un approccio liberale e radicale parte da un principio semplice: l’apertura non è un valore in sé, ma funziona solo se accompagnata da regole chiare, applicate in modo efficace. In un cantone come il Ticino, che vive quotidianamente le sfide della prossimità con un’area densamente popolata come la Lombardia, dobbiamo coniugare apertura e tutela. Questo significa vigilare con determinazione contro gli abusi, ma senza cadere nella tentazione del protezionismo che finirebbe per danneggiare anche le nostre imprese e quindi la popolazione residente. Come liberali, crediamo nella responsabilità individuale, nella libertà economica, ma anche nella capacità dello Stato di fissare le regole del gioco. Le aziende devono poter assumere le persone di cui hanno bisogno, ma a condizioni corrette. L’obiettivo dev’essere quello di rafforzare la competitività del nostro territorio, investendo nella qualità, nell’innovazione e nella formazione della nostra manodopera. E allo stesso tempo, combattere in modo mirato il dumping salariale e gli abusi nei contratti. Da ultimo non bisogna dimenticare, perché questo è il sentimento di una parte della popolazione, che l’immigrazione talvolta pone anche problemi a livello di frizioni culturali: tuttavia, un tetto quantitativo non è nemmeno in questo caso una soluzione efficace.

Questa iniziativa mette a rischio ancora una volta i rapporti con l’Ue, in tempi di Bilaterali III soprattutto. La preoccupa?

Mi preoccupa molto. Non possiamo permetterci di tornare a mettere in discussione i rapporti tra la Svizzera e l’Unione europea, proprio in un momento in cui siamo finalmente tornati al tavolo delle trattative. Dopo anni di incertezza, abbiamo ora una reale possibilità di consolidare le relazioni bilaterali con l’Ue, che rappresenta di gran lunga il nostro principale partner in ambito commerciale ma non solo. D’altra parte, prescindendo da qualsiasi considerazione politica, è la geografia a dirci che dobbiamo, nel nostro interesse, avere strette relazioni con l’Europa. Non dimentichiamo che già in passato le tensioni con questo partner hanno avuto un impatto diretto su ambiti strategici come la ricerca, la formazione e l’accesso ai mercati. Rimettere tutto in discussione oggi, proprio mentre si costruisce un possibile accordo per i Bilaterali III, sarebbe un errore grave. Dobbiamo scegliere: vogliamo una Svizzera che si chiude in una logica difensiva, oppure una Svizzera capace di affrontare le sfide della crescita con pragmatismo, competenza e visione? Come Plr, la nostra risposta è chiara. Sì alla regolazione, no alla chiusura.

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2025-03-28T07:00:00.0000000Z

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