laRegione

Negli aridi alpeggi ‘perdite ingenti’

La prolungata siccità mette in crisi anche l’economia alpestre: mucche senza erba e acqua, poco latte, meno formaggio. E si scende al piano molto prima

Di Numa Cariboni

La forte siccità in quota preoccupa anche i gestori delle capanne

Dopo la florida stagione alpestre dello scorso anno, l’eccezionale caldo e la siccità record stanno mettendo a dura prova gli alpigiani ticinesi. Le scarse precipitazioni e la misera erba ormai ingiallita non stanno permettendo alle mucche di alimentarsi adeguatamente. A tal proposito sono già una mezza decina gli alpeggi ticinesi che, in largo anticipo rispetto al consueto, sono stati scaricati o sono prossimi a farlo. Tra questi abbiamo intercettato Guerino Celio, presidente della Corporazione Boggesi Alpe Prato di Ambrì. In tono rammaricato e con qualche timore per il futuro ci confida che quest’anno perderà due settimane abbondanti di alpeggio in alta Leventina. Il che ricadrà inevitabilmente in modo negativo sulla produzione dell’azienda da lui presieduta. Secondo Alessandro Corti, vicepresidente della Società ticinese economia alpestre (Stea), entro la fine di agosto toccherà la stessa sorte a circa la metà delle attività storicamente presenti in quota. Anche le restanti, già abituate a scaricare più tardi rispetto ai colleghi, dovranno scendere al piano verosimilmente con qualche settimana di anticipo. «La produzione di latte è minima e la penuria d’acqua causa due problematiche maggiori: la scarsa crescita dell’erba e la difficoltà nell’abbeverare le bovine», specifica Corti dicendosi preoccupato dalla spietatezza delle previsioni: «Quest’anno ci sarà circa il 30% di perdita di volume di produzione rispetto a una stagione nella media». Il deficit è primariamente riconducibile al minor numero di giornate che verranno trascorse in alpeggio e secondariamente all’inferiore quantità di foraggio naturale presente.

‘Non è stata una villeggiatura’

Sulla stessa linea troviamo il Caseificio del Gottardo, ad Airolo, che ritira e trasforma una parte significativa del latte prodotto in Ticino, specialmente quello proveniente dal fondovalle ma non solo: guardando avanti ai prossimi mesi, prevede di disporre quasi certamente di meno latte. Questo a causa della scarsa quantità e qualità della stagione foraggera: «Un po’ ovunque e alle varie quote il foraggio – ci viene spiegato – è di scarsa qualità e le mucche hanno mangiato e stanno mangiando poco. Insomma quest’anno in alpeggio non è stata una villeggiatura».

‘Prati invecchiati rapidamente’ Paolo Cominelli

Dal canto suo – da oltre due decenni responsabile pastore dell’Alpe Pian Segno al Lucomagno – afferma che «la qualità dell’erba non è per niente buona: i fiori, solitamente abbondanti, sono invece rari e il tipo d’erba ricco di proteine è molto scarso; inoltre i prati sono invecchiati più rapidamente ed è come se ci trovassimo già a inizio settembre».

‘Il sapore non ne risentirà’

Tuttavia per quel che riguarda la qualità rimane un po’ di ottimismo. Si pensa infatti che le attuali condizioni proibitive non andranno a intaccare in modo significativo il rinomato sapore dei pregiati prodotti caseari ticinesi. «Un deficit qualitativo avviene piuttosto nella situazione inversa, ovvero quando le precipitazioni sono molto abbondanti, poiché in quel caso è più complicato mantenere un’elevata igiene nelle varie fasi di lavorazione», dettaglia Corti.

Rincaro del foraggio

Volgendo gli occhi verso il futuro il quadro non sembra essere dei più rosei. Negli ultimi decenni è abbastanza innegabile che questo tipo di problematiche si stia intensificando, presentandosi con più frequenza. Il tutto mentre il numero di alpeggi caricati sta via via diminuendo (attualmente in Ticino se ne contano quasi un centinaio). D’altra parte è altamente probabile che durante il prossimo inverno le riserve di foraggio potrebbero non bastare, costringendo i titolari all’acquisto da terzi. Tuttavia, essendo la situazione analoga in gran parte dell’Europa, il rischio è quello di assistere a un incremento dei prezzi, il quale aggraverebbe ulteriormente la condizione degli allevatori, costretti a barcamenarsi fra costi di gestione sempre più pesanti. Allevatori che potrebbero dunque dover ricorrere a decisioni drastiche come l’abbattimento di bestiame, già avvenuto recentemente in alcune località d’oltralpe.

‘E anche se piove ormai è tardi’ Michele Dazio,

responsabile dell’Alpe Campo la Torba in Val Lavizzara, illustra la mancanza di foraggio: «Dal primo taglio di giugno abbiamo conseguito una perdita di un terzo rispetto alla norma, mentre abbiamo deciso che a inizio settembre non faremo l’usuale secondo taglio, poiché scendendo prima dall’alpe le vacche dovranno pascolare in quelle medesime superfici». In basso, dove le vacche hanno già mangiato, «l’erba è secca, bruciata, e anche se dovesse finalmente iniziare a piovere… ormai è tardi per sperare che cresca. Dunque non potremo ritornare in queste zone e la stagione alpestre si ridurrà così di almeno una quindicina di giorni, causando una perdita di diversi quintali di formaggio». A risentire della situazione sono gli animali stessi: «Questo caldo non è ideale per le bovine che, prediligendo temperature più miti, si trovano più assetate e maggiormente stressate», conclude Dazio.

Un appello alla politica

Dunque, come uscirne? O quanto meno, come parare il colpo contenendo, per quanto possibile, il danno? Interrogativi che vanno inevitabilmente a sollecitare l’ente pubblico. Attualmente, rileva Corti, sono al vaglio varie misure potenzialmente applicabili. Fra le ipotesi figura la possibilità di posticipare di qualche tempo il rimborso dei crediti agricoli ricevuti, oppure di prolungare la durata degli stessi prestiti. Inoltre la speranza di alcuni alpigiani è di poter ricevere degli aiuti per far fronte all’acquisto di foraggio e ai maggiori costi che andranno sostenuti. Ciononostante al momento non sono ancora state attuate disposizioni certe e concrete. Corti rimane però fiducioso e confida che le parti trovino una soluzione confacente. Dal canto suo Simone Tabacchi – fresco titolare dell’azienda agricola familiare all’Alpe Zaria, sopra Fusio, che pure prevede di scaricare con un paio di settimane d’anticipo – lancia un monito: «Per il futuro la speranza è che la politica possa aprirsi un po’ di più alle nostre richieste». A questo riguardo la Stea, presieduta dal consigliere nazionale Alex Farinelli, potrebbe giocare un ruolo di peso rappresentando un settore economico indelebilmente legato al territorio ma alle prese con parecchie situazioni problematiche.

PRIMA PAGINA

it-ch

2026-08-14T07:00:00.0000000Z

2026-08-14T07:00:00.0000000Z

https://epaper.laregione.ch/article/281595247358860

Regiopress SA