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Seghezzone, per ridare dignità alle persone

Aperta la nuova struttura modulare di accoglienza per migranti. A disposizione 88 letti. I primi arrivi previsti nella settimana del 17 agosto

Di Sebastiano Storelli

Solidarietà, accoglienza e, soprattutto, rispetto e conoscenza reciproci. È su queste basi che sabato mattina ha aperto le sue porte il centro migranti del Seghezzone, a Giubiasco. Una giornata delle porte aperte alla quale ha presenziato un centinaio di persone che hanno potuto scoprire con i loro occhi quella che sarà la struttura nella quale verranno ospitati i migranti nei prossimi anni. Alla cerimonia hanno presenziato il direttore del Dipartimento della sanità e della socialità, Raffaele De Rosa, il responsabile del Dicastero opere pubbliche di Bellinzona, Henrik Bang, i quali hanno ricordato l’importanza di trovare soluzioni che ridiano dignità a persone reduci da esperienze spesso molto traumatiche, e il presidente dell’Associazione di quartiere di Giubiasco, Athos Ambrosini.

Ha preso la parola anche Debora Banchini Fersini, direttrice della sezione Sottoceneri della Croce Rossa, sezione alla quale il Cantone ha affidato la gestione del Seghezzone. E con la quale ci siamo soffermati per fare il punto sulla nuova struttura e, più in generale, sul tema della migrazione.

‘L’integrazione parte dalle cose più semplici’

Il centro è aperto e i primi arrivi sono previsti a breve. «I primi migranti giungeranno al Seghezzone a partire dalla settimana del 17 agosto. Si tratta soprattutto di famiglie con bambini, i quali avranno in tal modo l’opportunità di adattarsi alla nuova realtà prima dell’inizio del nuovo anno scolastico».

La tipologia degli ospiti che occuperanno la nuova struttura del Seghezzone non cambierà rispetto a quella già presente negli appartamenti gestiti dalla Croce Rossa a Giubiasco. «Accoglieremo famiglie e persone sole, non minori non accompagnati, che vengono invece inseriti nei foyer – spiega Debora Banchini Fersini –. Dal 17 agosto i primi ospiti arriveranno direttamente dalla struttura di Viale Stazione. Il nuovo centro dispone di 88 posti letto, ma questo non significa che saranno sempre tutti occupati: non metteremo, ad esempio, un estraneo in una camera da quattro posti dove vive già una famiglia di tre persone. Non siamo noi a scegliere chi ospitare: è la Confederazione che, dopo l’accoglienza nei centri federali, ripartisce i richiedenti l’asilo tra i Cantoni. Circa il 4% viene assegnato al Ticino e la tipologia delle persone accolte sarà la stessa già presente negli altri centri gestiti dalla Croce Rossa».

Per chi arriva in Ticino il primo obiettivo è costruire una nuova quotidianità, imparando a conoscere il territorio e le sue regole. «L’integrazione parte dalle cose più semplici: accompagnare i figli a scuola, orientarsi, utilizzare i mezzi pubblici, instaurare relazioni. Per fare tutto questo è indispensabile conoscere la lingua». Per questo la Croce Rossa organizza corsi di italiano destinati agli adulti, considerati il primo passo verso l’autonomia e l’inserimento professionale. «La conoscenza della lingua permette di aprire una finestra sul mondo del lavoro. Acquisite le necessarie nozioni di italiano, i nostri ospiti possono partecipare ad attività di utilità pubblica e a stage in azienda, esperienze che in alcuni casi sfociano in un impiego a tempo determinato o indeterminato».

Ognuno ha i suoi tempi

Non tutti, però, sono pronti fin da subito ad affrontare un’esperienza lavorativa. Molte delle persone accolte arrivano infatti da situazioni di forte fragilità e necessitano di un percorso graduale. «Per loro abbiamo creato atelier interni alla Croce Rossa, che consentono di riavvicinarsi al lavoro senza doversi confrontare immediatamente con il mondo esterno». Tra questi vi è il progetto Umamy, nato per favorire l’integrazione attraverso quello che Debora Banchini Fersini definisce «il linguaggio universale del cibo». Affiancati da due chef professionisti e da specialisti dell’integrazione socio-professionale, i partecipanti imparano a preparare piatti delle loro tradizioni culinarie, perfezionano l’italiano e acquisiscono competenze nel settore della ristorazione. «Il buffet servito sabato durante l’inaugurazione è stato preparato proprio grazie a questo progetto». Accanto alla cucina trovano spazio anche altri atelier, come quello di sartoria, tutti pensati per chi ha bisogno di più tempo prima di affrontare un impiego sul territorio. «Sono attività che permettono di rafforzare la lingua, recuperare fiducia e ritrovare le energie necessarie per rimettersi in gioco». L’integrazione passa anche dalla scuola. I bambini vengono inseriti negli istituti del territorio in collaborazione con le autorità scolastiche. «Con le scuole lavoriamo per individuare la soluzione migliore per ogni famiglia. I più piccoli, tra l’altro, hanno una capacità di adattamento straordinaria e in poco tempo iniziano una vita del tutto simile a quella dei loro coetanei».

Anche sul fronte dell’inserimento professionale la risposta del territorio viene definita positiva. «Possiamo contare su un gruppo di job coach che organizza gli stage e segue i nostri ospiti durante tutto il percorso. Le aziende dimostrano una disponibilità che ci colpisce sempre: spieghiamo loro il progetto e di norma troviamo grande apertura».

‘Diffidenza figlia della scarsa conoscenza’

Una disponibilità che, secondo Debora Banchini Fersini, nasce soprattutto dalla conoscenza reciproca. «La diffidenza è spesso figlia della scarsa conoscenza. Quando si ha l’opportunità di incontrare queste persone, ascoltare le loro storie e vedere come vivono, molte paure vengono meno. Giornate come quella delle porte aperte permettono proprio questo: ricordano che dietro la parola “migrante” ci sono uomini, donne e bambini costretti a lasciare il loro Paese. Noi lavoriamo ogni giorno per creare occasioni di incontro e, nella maggior parte dei casi, troviamo una popolazione pronta ad aprirsi al dialogo».

L’auspicio è che lo stesso accada anche al Seghezzone. «Con la popolazione di Giubiasco ci eravamo confrontati durante la serata pubblica organizzata in primavera. L’inaugurazione ci ha permesso di riallacciare quel dialogo. Chi ha visitato la struttura ha potuto vedere con i suoi occhi come si vive in un centro di accoglienza e comprendere che non si tratta semplicemente di offrire un letto, ma di costruire percorsi di accompagnamento e integrazione. Sono convinta che possano nascere collaborazioni e sinergie interessanti, come è già accaduto in altre realtà».

Il tema dell’accoglienza continua comunque a dividere l’opinione pubblica. «È una discussione che deve proseguire e un lavoro da portare avanti – conclude Debora Banchini Fersini –. Sia con le persone che accogliamo, spesso segnate da esperienze difficili e bisognose di sostegno, sia con la popolazione, che ha sensibilità e opinioni differenti e che vanno rispettate. Tuttavia, la migrazione è una realtà con la quale siamo chiamati a confrontarci. Il nostro compito è fare in modo che la convivenza funzioni e che l’accoglienza rappresenti davvero un’opportunità per ricominciare, un valore grazie al quale chi giunge in Svizzera possa trovare la forza per ripartire. Chi affronta un viaggio così lungo e difficile lo fa perché nel suo Paese non vede più alcuna prospettiva di futuro».

BELLINZONA E VALLI

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2026-08-10T07:00:00.0000000Z

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