Esplosione in centrale dovuta a ‘polvere nera da mina’
In passato sarebbe stata usata per scavi in roccia e condotte. Verifiche per capire quanta ce ne fosse ancora nella cantina della vecchia centrale
di Marino Molinaro e Stefano Guerra
Stando a una fonte de ‘laRegione’ in passato era custodita in sacchi di juta nel piano -2 usato come magazzino e dove il 9 settembre stavano lavorando i due dipendenti di Aet morti. ‘Polvere nera da mina’ usata in passato per scavi in roccia nella regione del Ritom e Piora nell’ambito della realizzazione di condotte d’acqua montane, sistemazione e deviazione di torrenti e messa in sicurezza idrologica di punti instabili su pendii. Sarebbe questa, stando a una nostra fonte, la “polvere nera” citata il 13 ottobre in un comunicato stampa dagli inquirenti impegnati nella ricerca della causa all’origine dell’esplosione verificatasi il 9 settembre nella vecchia centrale del Ritom a Piotta. Centrale costruita un secolo fa dalle Ffs e dove hanno perso la vita due dipendenti dell’Azienda elettrica ticinese di 18 e 55 anni intenti a posare canaline metalliche, nelle quali far passare dei cavi, al ‘piano’ meno 2, una sorta di corridoio molto lungo e stretto usato soprattutto come deposito di materiale e macchinari.
Istituto forense di Zurigo al lavoro
Il Ministero pubblico nella nota stampa diffusa questo martedì spiegava che “nel corso delle ultime settimane è stata disposta una serie di complessi approfondimenti tecnici finalizzata a ricostruire l’origine e la dinamica dei fatti. Approfondimenti scanditi anche dall’esame delle tracce prelevate dalla Polizia scientifica in collaborazione con il Forensisches Institut di Zurigo. In particolare, alla luce della relazione preliminare trasmessa nei giorni scorsi da parte del For, è emerso che la causa dell’esplosione è riconducibile a un quantitativo ancora da determinare nel dettaglio di polvere nera, la cui provenienza dovrà essere ugualmente approfondita. L’inchiesta coordinata dalla procuratrice pubblica Valentina Tuoni prosegue con ulteriori verifiche”.
Stoccata in sacchi di juta
Ebbene, chi conosce molto bene la vecchia centrale del Ritom e la sua storia, ci spiega che con ogni probabilità quella “polvere nera” indicata dagli inquirenti sarebbe stata stoccata a lungo in sacchi di juta all’interno di qualche locale, in cantina, col preciso scopo di venire all’occorrenza usata per innescare brillamenti controllati di dimensioni più o meno ridotte nelle montagne circostanti, laddove si è reso necessario eliminare rocce pericolanti o ricavare lo spazio per posare condotte d’acqua. Non è dato sapere per quanto tempo e fino a quando i sacchi sarebbero rimasti sul posto ed esattamente in quali locali stoccati, con ogni probabilità appunto il lungo corridoio al piano -2; né se a innescare l’esplosione il 9 settembre possa essere stata una quantità significativa o, invece, soltanto dei residui. A ogni modo la tesi più accreditata è che almeno delle tracce di ‘polvere nera da mina’, se non quantitativi più importanti, sarebbero state raggiunte da scintille provocate da qualche utensile (trapani, smerigliatrici, trancia lamiere eccetera) usati dall’operaio e dall’apprendista. Ignari, evidentemente, del pericolo.
Disposizioni rispettate?
Dal profilo tecnico, allo stato attuale l’inchiesta mira a stabilire con esattezza il quantitativo di polvere nera stoccato in passato, quello rimasto in qualche punto della centrale ancora negli ultimi tempi e le modalità di conservazione, come pure il dispositivo di sicurezza deciso e approntato a suo tempo per evitare che la sostanza venisse a contatto con persone non abilitate all’utilizzo; o in ogni caso con lavorazioni – come poi successo tragicamente il mese scorso – in grado di innescare un’esplosione.
Negligenza o volontarietà
Il passo successivo, dal profilo giuridico e penale, mirerà a stabilire se vi siano stati atti volontari nello stoccare la polvere da sparo in modo inadeguato; oppure negligenza, con la consapevolezza o meno (distinguo importante ai fini di stabilire il grado di colpa) che un giorno o l’altro quella presenza avrebbe potuto generare un pericolo, e più precisamente causare una deflagrazione con vittime e importanti danni alla struttura. Sempre stando a nostre fonti, nella vecchia centrale sarebbe stato presente in passato anche del carburo di calcio, sostanza chiara usata per produrre acetilene, il liquido presente nelle vecchie lampade di minatori e speleologi in grado di generare una luce intensa. Gli inquirenti tuttavia nel loro comunicato di questa settimana non hanno citato la presenza di carburo, limitandosi alla sola “polvere nera”.
Salvi altri sei operai di Ffs e Aet
L’esplosione, ricordiamo, oltre alle due vittime ha provocato danni ingenti alla vecchia centrale, attualmente ancora sotto sequestro per consentire agli specialisti di ultimare i rilievi. Come abbiamo riferito il 19 settembre, stando ad alcune testimonianze raccolte da ‘laRegione’ emerge che quella mattina nei medesimi spazi dove hanno perso la vita il 55enne e il 18enne sarebbero stati presenti in tutto quattro operai di Aet. Due sono rimasti incolumi essendo stati dirottati poco prima su altre mansioni, e al momento dello scoppio si trovavano infatti all’esterno. Oltre a loro ci risulta che un gruppo di quattro operai delle Ffs stava invece svolgendo la pausa caffè di metà mattina. Tre si trovavano in un apposito locale situato dentro la vecchia centrale: non sono rimasti feriti ma se la sono vista molto brutta. Uno era invece uscito a telefonare a un familiare.
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