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Omicidio Cristina Mazzotti, due ergastoli e un’assoluzione

La Corte d’Assise di Como si è pronunciata ieri

Di Marco Marelli

Due ergastoli e una assoluzione per non aver commesso il fatto. Questa in estrema sintesi la sentenza della Corte d’Assise di Como, presieduta da Carlo Cecchetti, dopo una Camera di consiglio durata due ore, anche perché giudici togati e popolari avevano avuto l’occasione di analizzare i numerosi faldoni del processo a carico di tre presunti rapitori materiali di Cristina Mazzotti, 18enne studentessa milanese, rapita la notte del 30 giugno 1975 a Eupilio, sopra Erba, a due passi dalla casa in cui stava trascorrendo le vacanze, dopo gli esami di maturità. Cristina era poi stata ritrovata morta, grazie alle confessioni fatte al delegato di polizia di Lugano Gualtiero Medici dal ticinese Libero Ballinari, uno dei carcerieri della ragazza, il 1° settembre successivo in una discarica di Galliate, in provincia di Novara. Il corpo di Cristina era stato rinvenuto sotto una carrozzina, così come aveva disegnato su un foglio bianco Ballinari, e poi consegnato a Polizia e Carabinieri di Como. All’ergastolo sono stati condannati Demetrio Latella, 72enne reggino, residente nel Novarese – reo confesso anche perché sua era l’impronta trovata dalla Polizia scientifica di Roma nel 2007 sulla carrozzeria della Mini Minor sulla quale Cristina, assieme al fidanzatino e all’amica del cuore, compagna di scuola, viaggiava la notte del rapimento –, e Giuseppe Calabrò, 75enne reggino di San Luca, residente a Bovalino. È stato invece assolto Antonio Talia, 74enne di Africo. Nel corso del dibattimento processuale

Calabrò e Talia hanno sempre negato la loro partecipazione al rapimento di Cristina. Al primo, i giudici di Como non hanno creduto, al secondo sì. Sul banco degli imputati doveva esserci anche Giuseppe Morabito, 80enne, appartenente alla ’ndrina Morabito, residente nel Varesotto, considerato uno degli organizzatori dei numerosi sequestri di persona messi a segno nelle province pedemontane di Como e di Varese, negli anni Settanta e Ottanta. Cecilia Vassena, pm della Dda di Milano, che nel processo a Como ha rappresentato l’accusa, aveva chiesto la condanna all’ergastolo per tutti gli imputati. La Corte d’Assise ha disposto il risarcimento al fratello e alla sorella di Cristina che si sono costituiti parte civile. Per conoscere le motivazioni della sentenza occorre attendere novanta giorni.

Già da ora però si può dire che il processo non è finito con il pronunciamento dei giudici della Corte d’Assise di Como, in quanto i difensori dei due condannati hanno già fatto sapere che ricorreranno in Appello. Si tornerà, quindi, a parlare ancora del primo rapimento di una donna in Lombardia. Un rapimento organizzato dalla ’ndrangheta e gestito da una banda di strani personaggi, che non sono stati in grado di occuparsi del sequestro della studentessa che, in teoria, secondo i piani non avrebbe dovuto essere uccisa. Una volta pagato il riscatto (un miliardo e cinquanta milioni di lire), la diciottenne milanese sarebbe dovuta tornare a casa. Così aveva stabilito la ’ndrangheta, o meglio la cosca Morabito che aveva organizzato il sequestro. Tenuta prigioniera in condizioni disumane per un mese, Cristina morì per i tranquillanti che i suoi aguzzini le somministravano per placare i pianti e la paura. La ragazza fu infatti uccisa dalla “reiterata somministrazione di calmanti e sonniferi” di cui i suoi carcerieri, scrivono i giudici della sentenza di primo grado, non avevano la minima cognizione. Il ticinese Libero Ballinari, uno dei suoi carcerieri, le fece ingerire quattro pillole di quattro diversi colori; il capo della banda, Giuliano Angelini, in un solo giorno le diede 60 gocce di Valium (ansiolitico), due pastiglie di Megadon (ipnotico), una compressa di Optalidon (analgesico) a cui a poche ore di distanza si aggiunsero ulteriori 80 gocce di psicofarmaco sciolte nell’acqua da Loredana Petroncini, la donna di Angelini.

Il rapimento mezzo secolo fa tenne con il fiato sospeso un’intera nazione, poi sgomenta per la tragica fine della studentessa.

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