Porno solo col documento, tra tutela dei minori e libertà
Il tema è sui banchi della politica federale. Londoño Aguilar (Zonaprotetta): ‘Lo strumento più efficace per proteggere i ragazzi resta l’educazione’
di Giacomo Agosta e Vittoria De Feo
Fornire le proprie generalità – attraverso la nuova carta d’identità elettronica – per accedere a siti che offrono contenuti pornografici. Dare nome, cognome e soprattutto età per non vedersi oscurare portali che fino a oggi (e proprio qui per alcuni sta il problema) sono liberamente accessibili a tutti. Minorenni compresi. A mettere il tema sul tavolo della politica è stato il consigliere nazionale del Partito evangelico Niklaus-Samuel Gugger che, attraverso un postulato, chiede al Consiglio federale “di esaminare e presentare in un rapporto entro quando e con quali misure legislative o normative si potrà garantire che i fornitori di pornografia online in Svizzera utilizzino sistemi di verifica dell’età vincolanti ed efficaci”. Gugger suggerisce di verificare in che modo l’identità elettronica (e-ID) – la cui introduzione è stata approvata a stretta maggioranza (50,4%) dal popolo svizzero lo scorso settembre – possa essere utilizzata come strumento conforme alla protezione dei dati per una conferma anonima dell’età. La proposta di Gugger – di condurre degli approfondimenti per capire se e come introdurre questo obbligo – ha trovato la condivisione del Consiglio federale, che propone di accogliere il postulato.
‘Un modo per vedere certi contenuti si trova sempre’
Il tema è di quelli che creano dibattito. Se da un lato l’intento è di tutelare i minorenni, dall’altro si introduce un obbligo anche per gli adulti. «Un obbligo di questo tipo potrebbe rendere più difficile l’accesso alla pornografia per i minorenni», riconosce Isabel Londoño Aguilar, operatrice dell’associazione Zonaprotetta che si occupa di prevenzione e sensibilizzazione su temi legati alla sessualità anche nelle scuole ticinesi. «Vedo però difficile trovare un modo di arginare completamente la fruizione di porno a chi ha meno di diciotto anni. I video possono essere condivisi anche attraverso altri modi, i ragazzi possono farsi prestare i documenti da un amico più grande e poi ci sono i social, dove molti contenuti sono esplicitamente erotici». Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno. «La strada da seguire, a nostro avviso è quella della sensibilizzazione e dell’educazione. Limitare le possibilità tecnologiche è estremamente difficile. Meglio dare ai ragazzi gli strumenti per distinguere la pornografia dalla realtà e comprendere concetti spesso distorti online, come il consenso, il piacere e il significato delle relazioni. Certamente – non nasconde Londoño Aguilar – si tratta di un’operazione più complessa che introdurre un semplice divieto, ma è il percorso che una volta compiuto offre maggiori garanzie». Oggi l’attività di Zonaprotetta nelle scuole medie è rivolta a ragazzi che frequentano le classi di terza e quarta. I giovani, però, spesso hanno in mano il cellulare anche a un’età inferiore. «Si potrebbe valutare la possibilità di anticipare gli incontri di sensibilizzazione ed educazione, per dare fin da subito gli strumenti adeguati ai ragazzi».
C’è la scuola, ma c’è anche la famiglia. «Non si può e non si deve pensare che tematiche intime come la sessualità vengano trattate solo dalla scuola», sottolinea l’operatrice di Zonaprotetta. «Il nucleo familiare deve essere il primo luogo di confronto e dialogo. Va fatto capire ai ragazzi che certi temi sono normali ed è giusto parlarne».
‘Per gli adulti il porno fa parte della sfera personale. È delicato intromettersi’
La possibilità di presentare un documento per accedere a siti pornografici toccherebbe però anche le persone maggiorenni, che da un giorno all’altro si troverebbero obbligate a presentare un documento. «È un aspetto delicato, perché ci si intromette nella sfera intima e nella libertà delle persone», fa notare Londoño Aguilar. «Per qualcuno la pornografia è un modo per vivere tranquillamente la propria sessualità, senza doversi esporre e giustificare perché ha certi interessi. Dover dare un proprio documento, quindi la propria identità, potrebbe spaventare qualcuno e spingerlo a rinunciare a qualcosa che invece, in libertà, apprezza».
Lodi (Pro Juventute): ‘Società impreparata ad affrontare questi temi’
L’idea di andare verso restrizioni di questo tipo non sorprende il direttore di Pro Juventute Svizzera italiana Ilario Lodi. «Al di là della loro eventuale efficacia o meno – osserva –, sono proposte che mettono fondamentalmente in evidenza quanto come società non siamo preparati a trattare questi temi, al punto che deleghiamo ad articoli di legge aspetti educativi molto importanti per la crescita del bambino e del giovane». Stando a Lodi non si tratta tuttavia di un fenomeno nuovo: «A oggi in Svizzera la protezione è la strada maestra. Mi spiego: nel nostro Paese, ed è scritto anche nella Costituzione, l’educazione dei bambini e dei giovani è fondamentalmente una questione privata: lo Stato non deve in altre parole mettere il becco nelle questioni familiari per quel che riguarda l’educazione dei propri figli». Il problema, rimarca però, «è che le famiglie non sono in grado di far fronte a problemi così grossi. E quindi cosa fa lo Stato? Purtroppo comincia con i divieti». Per Lodi è in tal senso «singolare che in una società che ha permesso una sua totale ‘sessualizzazione’ in virtù di principi di libertà, ci si renda conto ora di cosa tutto ciò comporti». Il rischio, mette in guardia, «è che dell’educazione dei bambini si impossessi il mercato: sappiamo benissimo che dietro alla frequentazione di siti per adulti da parte di ragazzi c’è una commercializzazione dei dati».
CANTONE
it-ch
2026-03-06T08:00:00.0000000Z
2026-03-06T08:00:00.0000000Z
https://epaper.laregione.ch/article/281608131927574
Regiopress SA