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Emergenza camici bianchi, crepe sempre più evidenti

In provincia di Como mancano ancora specialisti

Di Marco Marelli

È il segno meno a confermare l’emergenza camici bianchi in provincia di Como. Mancano 293 medici di famiglia, mancano 55 medici specialisti e mancano 350 infermieri. Un modello che, nonostante fino a qualche anno fa venisse considerato d’eccellenza, oggi mostra crepe sempre più evidenti. È il quadro della sanità comasca delineato da Lucas Radice, segretario provinciale di Sinistra italiana e Alleanza Verdi e Sinistra Como, che denuncia una crisi strutturale e un progressivo indebolimento del settore pubblico.

A parlare sono i numeri regionali: nel 2025, a fronte di oltre 37 milioni di prestazioni prescritte in Lombardia, poco più della metà è stata effettivamente presa in carico dal sistema sanitario pubblico. Una tendenza confermata dal Country Report 2026 della Commissione europea, secondo cui nel 2024 il 9,9% degli italiani ha rinunciato a cure necessarie (in netto aumento rispetto al 6,3% del 2019), indicando nelle liste d’attesa la causa principale. A ciò si aggiunge il calo nazionale dei medici di base, ridottisi del 13% nell’ultimo decennio, con oltre la metà dei professionisti in servizio che ha già superato il massimale di assistiti (2mila rispetto ai 1’500 previsti dagli accordi nazionali).

Crisi strutturale e progressivo indebolimento

Nel territorio lariano l’emergenza assume contorni ancora più critici rispetto alla media. Nell’ultimo bando regionale per l’assegnazione degli ambiti carenti sono risultati scoperti ben 293 posti da medico di medicina generale in provincia di Como. Presso l’Asst lariana mancano all’appello 350 infermieri e 55 medici specialisti nelle discipline più gravose e meno remunerative, dal pronto soccorso all’anestesia, fino alla psichiatria e alla medicina trasfusionale, per un fabbisogno complessivo che supera le cinquecento unità nel settore pubblico (anche da quello privato ci sono segnali negativi). Un vuoto organico che ha costretto l’azienda sanitaria a ricorrere a gettonisti in libera professione con compensi fino a 1’400 euro a turno pur di garantire la copertura dei servizi al Sant’Anna.

Peggiorano le condizioni lavorative in pronto soccorso

Ancora a luglio 2026 i sindacati hanno registrato un peggioramento delle condizioni operative in pronto soccorso, con turni sguarniti e assunzioni insufficienti. Su questo scenario pesa (e non è una novità) la vicinanza con il Canton Ticino, dove gli stipendi sono più vantaggiosi e alimentano la fuga del personale sanitario locale. Fuga che continua e che non è per nulla frenata dalla nuova fiscalità dei frontalieri che, per gli assunti dopo il 18 luglio 2023, prevede una tassazione più alta.

Tempi d’attesa e sanità privata, il pubblico arranca

I tempi d’attesa regionali (fino a 720 giorni per una colonscopia) spingono la spesa privata. “Serve un cambio di rotta netto, che rimetta al centro la sanità pubblica e il diritto universale alla cura attraverso un piano straordinario di assunzioni e valorizzazione del personale, con incentivi specifici per i territori di confine come Como per contrastare la fuga verso la Svizzera”, sostiene Lucas Radice. “È necessario – prosegue – il rafforzamento della sanità territoriale con case e ospedali di comunità pienamente operativi e una riduzione strutturale delle liste d’attesa tramite gestione pubblica centralizzata delle agende. Bisogna inoltre superare le distorsioni organizzative rafforzando il ruolo delle Asst, le Associazioni socio sanitarie territoriali, investire nella prevenzione, nella medicina di base e nell’assistenza domiciliare, garantendo una programmazione basata sui bisogni reali e coinvolgendo enti locali e cittadini”.

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2026-08-24T07:00:00.0000000Z

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