‘Gli occhi della ’ndrangheta sono puntati sul boom turistico’
Così l’‘aggiunta’ della Procura di Milano Alessandra Dolci
Di Marco Marelli
Oltre che sulle tante risorse che non di rado arrivano da paradisi fiscali, gli occhi della ’ndrangheta sono puntati sul boom turistico comasco, che negli ultimi anni ha scalato vette impensabili, grazie soprattutto agli stranieri. “Dove esiste una grande espansione del settore turistico ci sono anche interessi mafiosi. E questo è quanto sta succedendo a Como dove negli ultimi anni la criminalità organizzata si è accaparrata diversi locali pubblici”. Lo afferma Alessandra Dolci, ‘aggiunta’ della Procura e a capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, che negli ultimi vent’anni ha coordinato le più importanti inchieste sulla criminalità organizzata che hanno certificato il radicamento della ’ndrangheta in Canton Ticino. Affermazione contenuta in un podcast (in uscita a febbraio) sulla presenza della criminalità organizzata nel Comasco, una delle province lombarde in cui maggiore è la presenza delle organizzazioni mafiose, a partire dalla ’ndrangheta.
In questi giorni si sono conosciute alcune anticipazioni del podcast, realizzato con Paolo Moretti, cronista di nera e giudiziaria del quotidiano comasco ‘La Provincia’. Un lavoro interessante, che merita parecchia attenzione, in quanto non ci sono solo conferme, ma anche novità. Prima tra tutte l’interesse della ’ndrangheta sul turismo comasco che lo scorso anno, stando alle anticipazioni, ha fatturato oltre 5 miliardi di euro (l’83% è generato da turisti stranieri ammaliati dal lago di Como). Innanzitutto, si ha la conferma che il territorio lariano continua a essere quello che più dà da lavorare alla Dda milanese. Sostiene Dolci: “Sì, il territorio comasco in questo momento continua a essere oggetto delle nostre maggior attenzioni. Il Comasco è proprio in cima alle nostre attenzioni”. Come spiega Dolci l’attrattività del territorio lariano per la criminalità organizzata? “Il fatto che è un territorio ricco, un territorio con un tessuto di piccole imprese, che consente loro di trovare più facilmente una convergenza con gli industriali. E poi il fatto che sia una zona di confine, con il Canton Ticino dove la ’ndrangheta si è radicata. A questo proposito, nonostante gli ottimi risultati ottenuti con operazioni, come ‘Cavalli di razza’, sottolineo che i traffici di droga ci sono sempre. Aggiungo anche che la Lombardia, provincia di Como in primis, continua a essere uno dei principali crocevia dei grossi traffici di stupefacenti. I traffici di droga restano il motore finanziario per avere il capitale da investire, poi, nell’economia legale”. Per la procuratrice antimafia di Milano la ’ndrangheta ha inoltre cercato di infiltrarsi nei lavori stradali per le Olimpiadi di Milano-Cortina. E sul boom turistico comasco? Risponde Dolci: “A Como ci sono realtà che si stanno muovendo molto velocemente e con tante risorse. Ci stiamo riflettendo...”.
Nel podcast si fa poi riferimento a quando si è iniziato a parlare di infiltrazioni mafiose in Lombardia. È accaduto dalla metà degli anni 50. Il primo insediamento fu a Fino-Mornasco, nella periferia di Como, composto da persone provenienti da Giffone. Con l’arrivo di sorvegliati speciali, interessati ai traffici illeciti con il Ticino, in particolare quello delle armi. Un radicamento che negli anni 70 ha dato vita alla stagione dei sequestri di persona a scopo di estorsione, tra i quali quello di Cristina Mazzotti, studentessa 18enne rapita a Longone e mai tornata a casa, nonostante il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 50 milioni di lire (pari a circa 5 milioni di euro di oggi). Chiusa la drammatica stagione dei sequestri di persona, la criminalità organizzata ha cambiato strategia, soprattutto da una decina di anni a questa parte, infiltrandosi nel tessuto economico: logistica, ristorazione, discoteche e locali pubblici sono i settori di interesse maggiore. Tirando le somme emerge un quadro sempre più allarmante, che pone non pochi interrogativi, primo fra tutti quello che molti si pongono: esistono anticorpi che non siano giudiziari? Risponde ancora Dolci: “L’attività di prevenzione delle prefetture, indubbiamente. Oppure l’azione per la confisca dei beni della criminalità. O, ancora, le amministrazioni giudiziarie delle imprese. Ma il vero nodo è il problema etico che riguarda il mondo imprenditoriale, il mondo delle professioni, i politici. Se non ci sarà un aumento della soglia etica, non sono ottimista per il nostro futuro”. Insomma, c’è molto su cui riflettere.
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2026-01-15T08:00:00.0000000Z
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