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‘L’intelligenza artificiale? Sempre più magistrati la usano’

Lo scrive il Cdm. Padlina: ma in prospettiva norme chiare

Di Andrea Manna

È un tema, quello dell’IA, da cui non si può più prescindere. E che investe anche un ambito delicato come l’amministrazione della giustizia. Tant’è che “l’intelligenza artificiale generativa (ChatGpt, Grok, Gemini, Claude ecc.) è ormai entrata nella quotidianità di una parte crescente dei magistrati: il suo impiego come supporto alla redazione di testi e al riassunto di documenti complessi è in progressiva diffusione”, scrive il Consiglio della magistratura nella relazione 2025.

Secondo l’autorità che vigila sul funzionamento dell’apparato giudiziario ticinese, “è realistico prevedere che, nel prossimo futuro, un numero sempre maggiore di magistrati ne farà un uso abituale per alleggerire il carico di lavoro”. Allo stato attuale, spiega il Cdm, i risultati prodotti dall’IA “devono tuttavia essere sempre verificati e rielaborati manualmente, poiché tali sistemi si basano su modelli linguistici probabilistici che generano risposte in funzione della coerenza statistica del testo e non sulla verifica delle fonti o dei fatti. Ne derivano le cosiddette ‘allucinazioni’ (hallucinations), ossia informazioni apparentemente plausibili ma in realtà inesatte o inventate: il fenomeno è contenuto nei compiti semplici, ma può assumere dimensioni rilevanti nei ragionamenti complessi”. In ambito giudiziario, avverte il Consiglio, “ciò si traduce in particolare in citazioni errate, rinvii a decisioni inesistenti o richiami normativi inconferenti”. Nonostante questo, l’intelligenza artificiale “potrà verosimilmente essere utilizzata in un prossimo futuro per accelerare l’analisi degli atti, riassumere gli allegati, individuare le questioni controverse e fornire un primo supporto strutturale alla riflessione giuridica”. A tal fine, sottolinea il Consiglio presieduto dal giudice d’Appello Damiano Stefani, “sarà indispensabile disporre di strumenti affidabili di anonimizzazione e protezione dei dati, in modo da consentire l’impiego di queste tecnologie nel rispetto del segreto d’ufficio, della protezione dei dati personali e dei diritti delle parti”.

Pertanto “investire in questo settore, anche mediante collaborazioni intercantonali e soluzioni condivise, appare una scelta lungimirante”. Del resto, aggiunge il Cdm, “in un contesto di crescente pressione sui tribunali e di limitate possibilità di rafforzamento degli organici (per via del precario stato di salute delle finanze del Cantone, ndr), strumenti idonei a semplificare e velocizzare il lavoro dei magistrati e dei loro collaboratori potranno contribuire in modo concreto alla riduzione degli arretrati e al miglioramento delle condizioni operative”. Poiché l’evoluzione tecnologica “è irreversibile, questa appare una direzione da intraprendere sin d’ora. I grandi studi legali ne hanno già colto da tempo le potenzialità”.

Nel campo dell’intelligenza artificiale, osserva a sua volta, contattato dalla ‘Regione’, Gianluca Padlina, ex presidente dell’Ordine ticinese degli avvocati, «i progressi sono incredibilmente rapidi. E allora tutto dipende da come si intende e si intenderà impiegare l’IA nella giustizia». L’intelligenza artificiale, continua il legale e deputato del Centro al Gran Consiglio, «è certamente un valido ausilio per avvocati e magistrati ad esempio nella ricerca rapida di informazioni sulla giurisprudenza oppure nella verifica, altrettanto rapida, della sostenibilità di tesi o argomentazioni giuridiche. Ma spingersi oltre, con gli operatori del diritto – in particolare i giudici, i quali hanno l’ultima parola sull’esito delle vertenze – che sottopongono gli atti di causa all’analisi dell’IA, lo ritengo oggi altamente problematico. Cosa ne farebbe poi l’intelligenza artificiale dei dati concernenti le persone coinvolte nelle cause e di altre informazioni sensibili contenute nei relativi atti giudiziari? Dove andrebbero a finire quei dati personali? Sono interrogativi che già ora si impongono in altri ambiti soprattutto se applicativi e piattaforme sono in mano ad aziende straniere». Interrogativi che «dovrebbero essere preliminarmente affrontati e risolti con l’adozione di norme dettagliate e chiare sull’uso che i magistrati dovrebbero poter fare dell’IA nell’esercizio delle loro funzioni. Condivido quindi, soprattutto in prospettiva, la necessità richiamata dal Consiglio della magistratura di disporre di strumenti a protezione dei dati. Occorre però lavorare appunto da subito a basi legali specifiche ed efficaci».

L’impiego dell’intelligenza artificiale nel settore giudiziario, tiene a puntualizzare Padlina, «non è oggetto del progetto di digitalizzazione della giustizia svizzera, denominato ‘Justitia 4.0’, che mira alla digitalizzazione delle procedure e, in particolare, a rendere possibile lo scambio elettronico degli atti fra le parti di un procedimento. Si tratta di un progetto che, per il momento, si limita a realizzare le basi dell’infrastruttura digitale della giustizia». Altra cosa insomma è l’intelligenza artificiale. «In ogni caso – chiosa Padlina – non vorrei che si finisca per delegare competenze decisionali all’IA. Il potere di apprezzamento di un giudice in carne, ossa e soprattutto cervello, deve restare imprescindibile per il giudizio nelle singole procedure».

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2026-02-26T08:00:00.0000000Z

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