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Aspettando il Seghezzone: ‘Finora qui nessun reclamo’

Aspettando il Seghezzone: a cinque mesi dall’inaugurazione, bilancio positivo del Centro polivalente cantonale dove sono ospitati più di cento migranti

Di Marino Molinaro

Il direttore del nuovo Centro polivalente cantonale, che ospita attualmente poco più di cento richiedenti l’asilo, traccia un bilancio positivo dei primi cinque mesi di attività.

Aumento di furti, taccheggi e problemi d’ordine pubblico. Lo rilevava nel 2023 la Polizia di Chiasso citando il Centro federale di asilo Pasture dove alloggiano centinaia di richiedenti. Superato il picco di 648 interventi resisi necessari in un solo anno, nel 2025 la flessione si è assestata attorno ai 400. Cifre indicative della pressione sul territorio di confine. L’ultimo arrivato fra la ventina di strutture d’accoglienza sparse in Ticino è il Centro polivalente di Camorino gestito dal Cantone: in funzione dallo scorso 1° ottobre accanto allo svincolo autostradale, ha una capacità di 164 posti di cui 104 attualmente occupati, mentre nelle prime settimane erano una settantina. In crescita dunque, con obiettivo circa 150.

A un chilometro in linea d’aria, sul terreno del Seghezzone di Giubiasco, arriveranno presto i prefabbricati voluti dal Cantone per alloggiare fino a 88 migranti. Com’era successo per la popolazione di Camorino, anche in questo caso sarà organizzata a breve una serata pubblica, sollecitata dal Municipio di Bellinzona e dal comitato dell’Associazione di quartiere. Se nel Basso Mendrisiotto il problema è molto percepito anche dal tessuto urbano, nel Borgo il presidente del quartiere Athos Ambrosini indica l’assenza di problemi. Ciò che fa ben sperare per il Seghezzone, soluzione provvisoria pianificata per tre/quattro anni. A ogni modo il comitato dell’associazione è stato franco durante l’incontro fra le parti tenutosi questo lunedì: nessuna opposizione a patto che si chiuda l’alloggio per migranti presente da tre anni in paese e che non si approfitti della marginalità del Seghezzone per riempirlo di migranti problematici. Pasture, insomma, è un monito.

‘Ambiente sicuro e protetto’

Nel frattempo come vanno le cose a Camorino? La polizia viene sollecitata? La gente del posto (le prime abitazioni sono a mezzo chilometro) si è fatta sentire? Il direttore del Centro polivalente, Federico Chiesa, traccia un bilancio positivo dei primi cinque mesi. «Non abbiamo ricevuto reclamazioni dalla popolazione. Né vi sono stati episodi che abbiano richiesto misure drastiche». Diversi i fattori che concorrono a una situazione dunque positiva, fra cui anche il fatto che i bambini ospitati frequentano la scuola comunale attrezzatasi per offrire un’integrazione ottimale. Una situazione peraltro caratterizzata da una struttura architettonica che appare molto rigorosa dal profilo della sicurezza, insieme a un regolamento interno assai rigido. Tutto forse eccessivo? L’interrogativo era stato sollevato già al momento dell’inaugurazione. «Di primo acchito può sembrare così – risponde Chiesa – e la percezione iniziale degli ospiti è in effetti quella di essere finiti in una struttura ‘securizzata’. Ma reti e protezioni sono necessarie considerato il contesto in cui è stata edificata la struttura (traffico veicolare intenso) e la presenza al suo interno di persone vulnerabili che meritano di poter vivere in un ambiente sicuro e protetto. Col passare delle settimane la percezione cambia e il centro diventa per loro una vera casa, una struttura ‘protetta’. Una situazione dunque vissuta positivamente dagli utenti, almeno secondo la loro opinione da noi raccolta, che indica una soddisfazione generale». Tre le tipologie di migranti accolte: permessi B che hanno lo statuto di rifugiato e beneficiano dunque di un processo integrativo; F con ammissione provvisoria concessa a persone con decisione d’asilo negativa, ma il cui rinvio è impossibile per la pericolosità del Paese d’origine; N con procedura in corso. Trasferiti

altrove i cosiddetti Nem (Non entrata in materia) che negli anni scorsi venivano alloggiati nel contestato bunker sotterraneo, gestito dal Dss, sopra il quale è sorto il Centro polivalente.

Aggiunta la possibilità di rientrare dopo

Fra i temi sensibili vi sono l’integrazione e l’occupazione del tempo. «La sera – dettaglia Chiesa – la maggior parte degli ospiti rimane nella struttura. Nel frattempo abbiamo aggiunto la possibilità di richiedere il rientro entro l’una di notte anziché le 23, limite questo voluto anche per garantire la quiete a chi riposa, nell’insieme delle regole che vogliono anche essere educative e preparare a vivere nella nostra società». Una deroga all’orario dunque prevista «sia per favorire chi magari svolge uno stage ad esempio nella ristorazione, sia per consentire di trascorrere delle serate altrove, magari con degli amici, senza l’assillo dell’orario. Riteniamo importante, su questo punto, il concetto di ‘chiedere l’autorizzazione’. E direi che funziona abbastanza bene. I riscontri diretti dicono che gli ospiti non si sentono controllati. Nemmeno nel periodo del Carnevale vi sono stati problemi o reclamazioni dal vicinato. I rapporti del nostro servizio di sicurezza non ravvisano fino a oggi alcuna situazione problematica».

La fase diurna prevede una presa a carico sociale integrativa che il governo ha affidato alla Croce Rossa. Una parte degli ospiti, specialmente nella prima parte d’integrazione, è occupata in attività formative come stage in aziende e apprendimento dell’italiano; altri svolgono attività lavorative tout court: «Per esempio, in regime di piano occupazionale, un team assiste i nostri custodi nella logistica della struttura, mentre in primavera inizieranno le attività sul territorio. Questo per coloro che si trovano nella condizione psicofisica adatta per farlo, considerato che talune persone provengono da contesti molto difficili e hanno un passato traumatico. Vi sono poi le attività di utilità pubblica, di almeno sei mesi, impostate con una mira più integrativa e verso uno sbocco professionale. Infine insieme a enti e associazioni promuoviamo attività facoltative che possono essere dei Caffè d’incontro, cucito e altro ancora». E il personale. «Qui nemmeno gli agenti di sicurezza indossano la divisa ma lavorano con abiti civili – sottolinea Federico Chiesa – risultando così, anche nell’approccio, persone cui rivolgersi in caso di bisogno. Insieme ai sorveglianti sono sempre a disposizione: operano non per reprimere, se non in casi estremi, ma per aiutare e supportare in caso di eventi particolari, diventando punti di riferimento in qualsiasi evenienza».

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