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Nell’archivio delle intimità piccoli mondi festivalieri

‘Piazza nostra’ apre a Casorella e nelle vie della città

Di Davide Martinoni

Come va a volte il mondo: il giovane Cyril Cordoba, dell’Università di Friborgo, si ritrova nel 2020 a scartabellare negli archivi del Locarno Film Festival. Lo fa per un motivo: la stesura di un libro (nel frattempo uscito) intitolato “Désaccords à Locarno”, ovvero “una storia politica del Festival internazionale del film” dal 1945 al 1991. Roba tosta, insomma, da ricercatore. Mentre consulta il materiale, Cyril riflette proprio sul senso stesso degli archivi, sul loro limite di racconto prettamente istituzionale rispetto al respiro più ufficioso, personale, intimo che potrebbero assumere se le fonti fossero le persone, i dipendenti della rassegna, con le loro esperienze legate al Festival.

Detto, fatto: parte la ricerca di chi per decenni ha lavorato al Festival, facendolo crescere ed evolvere, ognuno con un approccio diverso, personalizzato, dettato dal proprio personalissimo contributo: chi in qualità di segretaria, chi come autista, chi come tecnico; e poi operatori culturali, residenti, visitatori, piccoli imprenditori eccetera. Nel frattempo sul treno è salita anche Joséphine Métraux, storica, che con Cyril lavora alla raccolta dati tramite 50 videointerviste che messe tutte assieme sono oggi qualcosa come circa 100 ore di girato. In buona sostanza, tante storie di Festival che ne compongono una sola.

In cabina e nelle strade

Oggi questo preziosissimo materiale, questo archivio parallelo, è la spina dorsale di un progetto, “piazza nostra”, che dal 6 agosto ’26 al 10 gennaio ’27 si divide in due: una parte nella corte di Casorella; l’altra per le vie della città. A Casorella la particolarità è la presenza della vecchia cabina di proiezione di Ulmi e Boillat, che attraverso foto d’archivio e filmati restituisce sguardi di Festival finora inediti; in città, invece, è stata allestita una specie di caccia al tesoro dislocata in alcuni punti strategici – Largo Zorzi fra il Kursaal e l’Ubs, Palacinema, Piazza Grande zona Sopracenerina, Piazza Sant’Antonio fra la chiesa e Casa Rusca, viale Verbano in zona debarcadero, viale Balli sul ponticello di fronte alla partenza della funicolare per Orselina – tutti ben riconoscibili grazie a delle impronte festivaliere sul selciato, ognuna con un codice Qr che rimanda a video su temi come l’organizzazione del Festival (pianificare, negoziare, viaggiare), la magia della Piazza, l’ecosistema dei 10 giorni della rassegna, la scala locale e internazionale del Festival, nonché luoghi e incontri sorti attorno alla rassegna. Il patrocinio della Città è stato testimoniato dal direttore dei Servizi culturali e dei Musei di Locarno, Sébastien Peter, che ha parlato di “piazza nostra” come di «una preziosa pluralità di sguardi ed esperienze», notando che «sono sempre le persone che fanno la cultura».

Paravento ‘porto franco’

Cordoba ha poi inquadrato la vecchia cabina di proiezione sistemata a Casorella come «un simbolo del Festival e della sua evoluzione nel corso

di 50 anni», ma anche come «uno strumento per inoltrarsi nei corridoi del Festival, fra oggetti e storie finora sconosciuti». Métraux ha invece ricordato il metodo di lavoro per allestire questo «archivio alternativo fatto di fonti orali». Ovvero: trovare le persone, invitarle al Teatro Paravento (luogo perfetto, con Luisa Ferroni e Miguel Cienfuegos, per restituire lo spirito dell’iniziativa, poiché «rappresentativo del punto di vista della ricerca») e lì conoscersi e darsi poi appuntamento per i cicli di videointerviste svolti fra Locarno, Berna e Lucerna. Il risultato è almeno duplice: da una parte un mosaico di testimonianze che rispecchiano la multiforme immagine del Festival; e dall’altra la creazione di nuove relazioni che si stanno mantenendo nel tempo. Proprio a proposito di continuità, negli esercizi pubblici sono stati o verranno distribuiti 5’000 sottobicchieri “incaricati” di perpetuare a futura memoria alcune pillole di Festival che restituiscono scampoli di pensieri o affermazioni che nella loro apparente semplicità contengono piccoli mondi festivalieri: “Raccontami un film”, “Locarno è Locarno”, “Cosa rappresenta Locarno per te?”, “Ci sono lavori che non si vedono”, “Montare è più divertente che smontare”. Infine, vale la pena di tornare a bomba al libro di Cyril da cui tutto è nato. Cinque anni dopo, come detto, la pubblicazione è lì. «Racconta in sostanza – ci ha spiegato l’autore – delle polemiche e degli scandali montati attorno ai film dell’Europa dell’Est giunti al Festival nel periodo della guerra fredda. Ma anche delle perduranti difficoltà del Festival a essere considerato un’istituzione culturale». Roba tosta bis, visto che parliamo del Dna stesso del Locarno Film Festival. Peccato che “Désaccords à Locarno” sia scritto in francese. Così si cercano finanziamenti per una (senz’altro necessaria) traduzione in italiano.

LOCARNO E VALLI

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2026-08-05T07:00:00.0000000Z

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https://epaper.laregione.ch/article/281621017143205

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