‘Bisogna rompere il muro di omertà e farsi avanti’
Il padre di Cristina, la 47enne vittima di femminicidio a Gnosca, lancia un appello: ‘Chi sa, o ragionevolmente sospetta, chieda aiuto. I servizi di consulenza ci sono’
Di Katiuscia Cidali
Dopo una tragedia il pensiero torna inevitabilmente a ciò che è accaduto prima. Ai segnali, alle persone che forse hanno visto o intuito. E alla domanda più difficile: si sarebbe potuto fare qualcosa? A Gnosca, dopo il femminicidio di Cristina, 47 anni, strangolata dal marito nella notte del 13 febbraio, quella domanda è rimasta sospesa. Poco dopo averla uccisa, il 57enne si è tolto la vita con un’arma da fuoco.
Renato Rossini, padre di Cristina, oggi non pretende di avere una risposta. «Non sapevo assolutamente niente della loro situazione», premette, accettando di parlare del tema con la volontà di lanciare un messaggio. Conosceva il marito della figlia solo superficialmente: era stato al matrimonio e lo aveva incontrato tre, forse quattro volte. Cristina non gli aveva raccontato che la relazione era diventata problematica. Quando lui le chiedeva come andasse la relazione, riceveva risposte rassicuranti. «Evidentemente per non farmi preoccupare, diceva che tra loro le cose andavano bene. In realtà la situazione era molto critica». Anche il fatto che il marito soffrisse di problemi legati all’alcol, il suocero l’avrebbe saputo soltanto dopo la tragedia. «A quanto pare in paese lo sapevano un po’ tutti», racconta. Lui, però, viveva lontano e quelle voci non gli erano mai arrivate. Poi, dopo la morte della figlia, ha cominciato a ricostruire una realtà che non aveva conosciuto.
‘Cercavano un modo per aiutarla’
«Cristina aveva delle care amiche con cui si confidava. Delle amicizie vere e molto preziose per lei. Loro però erano preoccupate per mia figlia, a tal punto da essersi rivolte alla polizia. Non hanno ritenuto di tradire una confidenza. Al contrario cercavano un modo per aiutarla». Avevano scelto la strada della denuncia e il padre non conosce nei dettagli cos’abbiano riferito agli agenti; sa soltanto che quella segnalazione non ha avuto – per quanto gli risulta – seguito. Ed è proprio qui che nasce il suo appello rivolto a chi sta attorno. «Sono convinto che rarissimamente aggressore e vittima vivano la loro traumatica relazione in totale isolamento, senza che nessuno sappia niente. Quasi certamente i famigliari, alcuni amici e forse persino vicini di casa, ne sono al corrente o almeno sospettano qualcosa». Il suo accorato appello è quindi quello di rivolgersi al Gruppo prevenzione e negoziazione della Polizia cantonale e al numero telefonico 142, introdotto lo scorso primo maggio. «Entrambi sono servizi di consulenza e non di denuncia. La denuncia va fatta alla polizia, la quale prenderà i provvedimenti che s’impongono una volta accertati i fatti. Durante una consulenza invece si riferisce una situazione, si cerca di capire le implicazioni e la pericolosità, e si valutano insieme i passi successivi, spesso necessari, che si devono intraprendere e soprattutto l’anonimato del segnalante è garantito», spiega Rossini.
L’anonimato un punto a favore
Nel caso di Cristina una rete esisteva, c’erano le amiche, ma anche sua figlia sapeva che la relazione non funzionava, perciò ripeteva alla madre di lasciare quell’uomo. «Nel grande dolore, è convinta d’aver fatto il possibile», racconta il nonno. È un pensiero che, per il padre di Cristina, ha un’importanza enorme. Perché dopo una morte così resta anche il senso di colpa di chi si chiede continuamente se avrebbe potuto fare di più. «In situazioni simili ci si chiede in effetti se si sarebbe potuto fare diversamente. Me lo chiedo spesso», ammette. Ma il suo obiettivo è un altro: fare in modo che la prossima persona che si trovi davanti a una situazione simile sappia che esiste una possibilità intermedia tra il non fare nulla e presentarsi direttamente alla polizia con una denuncia: è la consulenza. Il padre insiste molto su questa distinzione. Il 142 e il Gruppo prevenzione e negoziazione sono, spiega, servizi ai quali ci si può rivolgere per raccontare una situazione, capire che cosa sta succedendo e valutare insieme quali passi intraprendere. «La denuncia e la consulenza sono due cose molto diverse», sottolinea. E c’è un altro elemento che considera fondamentale: l’anonimato. Perché a frenare chi vede o sospetta una situazione di violenza può esserci anche la paura, quella di sbagliarsi, di intromettersi o semplicemente di diventare a propria volta un bersaglio.
Rompere il muro di silenzio
«Siamo in una società individualista, dove ognuno tende a farsi i fatti suoi. Ma di fronte a fatti o segnali evidenti, come frequenti liti in casa, urla o cose di questo tipo, deve prevalere un altro ragionamento: nessuno ha il diritto di prevaricare sull’altro, di sottomettere al proprio volere un’altra persona». A quel punto bisogna trovare il coraggio di rompere il muro di omertà e chiedere aiuto. E consulenza e anonimato possono essere due strumenti decisivi per superare quella barriera. Non significa che ogni litigio sfoci in una tragedia. Ma esiste, dice, un limite oltre il quale l’indifferenza non può più essere una giustificazione. Da quanto si è appreso, il marito di sua figlia quando beveva poteva diventare violento. Il padre non aveva mai visto segni sul corpo di lei riconducibili a percosse e nemmeno sa dire quali fossero esattamente le violenze o le minacce che Cristina aveva rivelato alle amiche.
Il possibile movente: voleva lasciarlo?
Anche sul possibile movente il padre parla con cautela. Non conosce ancora una ricostruzione ufficiale completa e riferisce soltanto la propria convinzione: Cristina aveva deciso di separarsi e il marito non avrebbe accettato la sua decisione. Non sa però quando sua figlia lo abbia comunicato al marito, se quella sera stessa o già in precedenza. Un aspetto che potrebbe essere chiarito con la conclusione dell’inchiesta, coordinata dalla procuratrice Veronica Lipari e ormai alle battute finali. Secondo quanto riferito dal padre, il procedimento dovrebbe concludersi verosimilmente con un decreto d’abbandono, dal momento che anche il 57enne, autore del femminicidio, è deceduto.
Un bilancio da brividi
In Svizzera si registrano in media circa 20-30 femminicidi all’anno, con una frequenza stimata di circa una donna uccisa ogni due settimane. «Se grazie a questi strumenti, come il 142, si riuscisse nel tempo a ridurre il numero delle persone maltrattate e dei femminicidi, vuol dire che qualcosa inizia a funzionare».
Cristina aveva delle amiche con cui progettava una vacanza e aveva programmato di incontrarle proprio nei giorni del Carnevale. Aveva una figlia che cercava di convincerla a lasciare quella relazione. E un padre che, come tanti genitori, pensava che le cose fossero sotto controllo perché era ciò che sua figlia gli raccontava.
Ora, mentre l’inchiesta si avvia alla sua conclusione, resta soprattutto una domanda che riguarda chiunque – davanti a una relazione che appare violenta o pericolosa – si chieda se sia davvero affar suo. Il padre di Cristina ha una risposta: «Chi sa, o ragionevolmente sospetta, è importante che si faccia avanti». Se non per denunciare, almeno per chiedere aiuto.
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