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I ‘tesori’ ticinesi dalla terra alla polvere

Degli oltre 60mila reperti rinvenuti sul territorio cantonale (gli ultimi a Losone), solo circa 2mila sono esposti e accessibili al pubblico

Di Sascha Cellina

Vasellame ceramico e vitreo e altri oggetti personali appartenenti a corredi funerari di epoca romana. Sono i “tesori” emersi dal sottosuolo nelle scorse settimane a Losone, dove il Servizio archeologia dell’Ufficio dei beni culturali è stato impegnato in un’indagine condotta in occasione dei lavori edili per la costruzione di una casa monofamiliare in via Papogna. La domanda di costruzione e i relativi lavori sono stati preavvisati e sono stati seguiti, fin dai primi movimenti di terra, dal competente servizio cantonale, in quanto il sedime è situato all’interno della Zona d’interesse archeologico denominata appunto Papögna. L’area non è infatti nuova a questo genere di ritrovamenti in quanto proprio lì si trova una delle due necropoli romane (l’altra è ad Arcegno) scoperte nel comune della sponda destra della Maggia.

«Già nel 1934 e poi ancora nel 1954 sono state ritrovate alcune tombe a inumazione nei sedimi accanto, per cui ci aspettavamo proprio di trovare una sorta di “continuazione” della necropoli romana ed è stato così – ci spiega Moira Morinini Pè, caposervizio archeologia presso l’Ufficio dei beni culturali del Cantone –. All’interno delle sepolture indagate sono stati rinvenuti dei corredi funerari (composti da vasellame ceramico e vitreo e da oggetti personali del defunto o della defunta) simili ai reperti scoperti il secolo scorso e che ci permettono di attribuire questi ritrovamenti a un periodo compreso tra il I e il III secolo d.C.».

Essendo la zona toccata dal progetto edilizio al momento completamente indagata e documentata dal punto di vista archeologico, è stato nel frattempo dato il via libera alla ripresa dei lavori edili, concludendo quella che è una sorta di collaborazione tra studiosi e operai… «Quando ci sono nuove costruzioni all’interno di perimetri di interesse archeologico monitoriamo l’area fin dai primi movimenti di terreno e se effettivamente c’è sostanza archeologica siamo presenti sul posto fin dall’inizio accompagnando i lavori. Nessuno vuole un blocco del cantiere, per cui nell’interesse di tutti lavoriamo fianco a fianco e cerchiamo di venirci incontro da ambo le parti. Non è sempre facile, anche perché siamo una piccola équipe e non possiamo essere presenti su più siti contemporaneamente». Una situazione che diventa problematica in particolare nei periodi di grande fermento edilizio, come quello attuale. «In caso di più cantieri o di uno molto grande, siamo costretti ad appaltare esternamente i lavori. In questo 2026 siamo molto attivi, anche se effettivamente negli ultimi anni il trend non è mai veramente rallentato. Abbiamo diversi cantieri aperti e altri stanno per partire, ma su tutti vanno citati i ritrovamenti effettuati negli scorsi mesi a Magliaso durante i lavori di scavo per la realizzazione della nuova scuola elementare, che hanno portato alla luce i resti (strutture murarie, pavimenti in pietra, accessi, parti di edifici e anche una piccola fornace, ndr) di un antico insediamento a carattere rurale appartenente a un periodo compreso tra il tardo romano e l’alto Medioevo».

La casa per l’archeologia ‘seppellita’ con il museo del territorio

Una fervente e complessa attività quella degli archeologi ticinesi, che purtroppo però rimane un po’ nell’ombra. Degli oltre 60mila reperti rinvenuti sul territorio cantonale dall’introduzione, nel 1909, della Legge sulla protezione dei beni culturali che regola la protezione e la valorizzazione dei beni culturali e ne promuove la conoscenza e il rispetto, solo una minima parte è infatti esposta e accessibile al pubblico. Il resto è conservato, in quanto proprietà dello Stato, nei depositi del Cantone... «L’80-90% dei reperti si trova a Palazzo Franscini dove ha sede l’Ufficio dei beni culturali e dove conserviamo anche gli archivi fotografici e grafici e tutta la documentazione di scavo. C’è pure qualche deposito esterno per questioni logistiche e in relazione alla dimensione dei reperti, mentre circa 2mila oggetti sono presenti in esposizioni a carattere archeologico più o meno permanenti. A Bellinzona, presso il castello di Montebello, con un recente riallestimento, e a Castel Grande, dove sono presentati i reperti emersi dalle indagini dell’omonima collina. Una parte numericamente più importante – tra cui anche alcuni corredi funerari della necropoli di Papögna rinvenuti il secolo scorso – sono invece attualmente esposti nelle vetrine del Museo civico e archeologico del Castello visconteo a Locarno. Poi ci sono alcuni reperti ospitati ad esempio in sale comunali, si tratta di oggetti del proprio territorio che ci vengono richiesti in prestito dai Comuni».

Stiamo parlando di «oggetti che vanno dal Mesolitico (i più antichi sono del 6000 a.C.) fino a qualche secolo fa, la stragrande maggioranza in ceramica, ma a dipendenza dei periodi anche materiale litico – dal cristallo di rocca alle selci – e poi, risalendo nel tempo, anche metalli (bronzo, ferro) e, a partire dall’epoca romana, il vetro». Reperti che raccontano la storia del nostro cantone (e non solo), ma ai quali in pratica hanno accesso solo il personale, i ricercatori, gli specialisti e gli studenti universitari di archeologia. L’idea di uno spazio (più) adeguato per i tesori del sottosuolo ticinese è infatti rimasta sepolta dopo l’affossamento (per questioni logistiche e finanziarie) una decina di anni or sono del Museo del territorio, progetto che prevedeva con una spesa di circa 50 milioni di franchi di coniugare gli aspetti naturalistici con quelli storico-archeologici (non solo la parte espositiva ma anche i depositi e i laboratori) in un’unica struttura cantonale interdisciplinare.

Da quel momento il Museo di storia naturale ha preso la strada per Locarno (la nuova sede, per la quale è in fase di preparazione la richiesta di licenza edilizia, sorgerà nel comparto Santa Caterina), mentre l’archeologia è rimasta ferma al palo. La speranza – confidataci anche da Raimondo Alberti, oggi in pensione ma che per anni ha lavorato per l’archeologia cantonale, tra l’altro proprio nella necropoli romana di Arcegno – è che una volta “sistemata” la storia naturale, si torni a pensare anche a una casa per l’archeologia ticinese, in grado di valorizzare un patrimonio comune e il lavoro di chi con passione e dedizione lo riporta alla luce.

LOCARNO E VALLI

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2026-06-30T07:00:00.0000000Z

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