‘Curare la persona non solo la malattia’
Valentino Lepori da inizio anno ha preso il posto di Werner Schmid quale medico di montagna: ‘Il rapporto umano rimane fondamentale’
Di Sebastiano Storelli
Quando gli è stato proposto di assumere l’incarico di medico condotto della Val Morobbia, non ha avuto molti dubbi. «In fondo ho sempre fatto il medico di campagna», racconta il dottor Valentino Lepori, che da quasi trent’anni esercita la professione e che oggi raccoglie un’eredità che affonda le radici nei primi decenni del Novecento e che gli è stata lasciata in primis dal dottor Werner Schmid, il quale, dopo un ventennio di attività, lo scorso 31 dicembre ha lasciato l’incarico per raggiunti limiti d’età.
Una figura, quella del medico di montagna, che sembra appartenere a un’altra epoca, ma che continua a esistere grazie alla legge sanitaria cantonale del 1997, pensata per evitare che le regioni periferiche restassero prive di un punto di riferimento sanitario. Un servizio che in Ticino, un tempo, era presente in tutte le principali vallate e che oggi sopravvive solo in pochi casi.
Il dottor Lepori ricorda con affetto i racconti dei suoi predecessori, il dottor Luchessa e il dottor Schmid. Tempi in cui le strade erano meno frequentate e la popolazione molto meno mobile e di conseguenza maggiormente bisognosa di un servizio medico in loco. «Luchessa saliva una o due volte alla settimana. A Carena visitava i pazienti addirittura nel ristorante del paese, dove la gerente raccoglieva le richieste. D’inverno arrivava infreddolito, accendeva il camino, si toglieva le scarpe e scaldava i piedi al fuoco prima di iniziare le visite». Storie che testimoniano una medicina profondamente intrecciata con la vita quotidiana delle comunità di montagna.
Medico di campagna nell’anima
Quando ha aperto il suo studio nel 1998, l’approccio era ancora quello del medico di famiglia tradizionale. «Seguivo i bambini dalla nascita all’età adulta, mi occupavo di un po’ tutto. Mi sentivo davvero un medico di campagna. Ed è anche per questo motivo che quando mi è stato offerto l’incarico ho accettato con piacere. Per motivi familiari mi sono stabilito sul piano, ma fosse stato per me sarei potuto andare a esercitare in una valle».
Il legame con la Val Morobbia, in realtà, esiste da molto tempo. Da oltre vent’anni ha in cura pazienti della valle e ricorda ancora una donna di Paudo, nata nel 1917, che viveva sola e che raggiungeva regolarmente a domicilio. «Una volta ci sono andato in bicicletta. Sono arrivato tutto sudato e lei mi disse: “Dottore, ma lei è matto”, porgendomi un asciugamano». Le visite a domicilio, però, oggi hanno assunto un significato diverso. Vengono riservate soprattutto alle persone anziane e fragili che non sono più in grado di spostarsi. «Non si tratta di una visita di cortesia. È un servizio destinato a chi non può più raggiungere lo studio medico e rappresenta un complemento importante anche al lavoro svolto dallo Spitex».
Garanzia per la popolazione anziana
La domanda, quindi, è inevitabile: serve ancora un medico condotto? Il dottor Lepori ammette che i bisogni sono cambiati. «Praticamente tutti gli abitanti della valle hanno già un medico curante. In questi mesi sono stato poco sollecitato e spesso, in caso d’urgenza, entra prima in gioco il medico di picchetto del distretto». Nonostante ciò, la presenza di questa figura continua a rappresentare una garanzia per una popolazione anziana e per chi vive nelle zone più discoste.
Anche la telemedicina e le nuove tecnologie hanno modificato profondamente il lavoro quotidiano. «Il telefono è diventato uno strumento essenziale e, in un certo senso, ha reso questa figura un po’ anacronistica». Ma c’è un aspetto che nessuna innovazione può sostituire. «Il rapporto umano rimane fondamentale. Se c’è qualcosa da vedere, preferisco andare di persona».
Secondo Valentino Lepori, la vera differenza tra periferia e grandi centri riguarda il modo stesso di intendere la professione. «Sempre più persone si rivolgono ai centri medici e agli specialisti. Ma nei grandi agglomerati si tende a curare la malattia; nella medicina di famiglia si accompagna il paziente».
È una filosofia costruita in quasi trent’anni di attività. «Ho famiglie che seguo da decenni, anche per cinque o sei generazioni. A volte basta aprire la cartella clinica per capire immediatamente determinate situazioni. Si crea una conoscenza reciproca che va oltre la singola patologia».
Un rapporto che rischia di perdersi con la crescente mobilità della popolazione e con una professione che sta cambiando anche nelle aspettative delle nuove generazioni. «Oggi si cerca, giustamente, un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata ed è sempre più difficile trovare medici indipendenti disposti a sacrificare l’aspetto personale per quello professionale. Ma questo porta la medicina a diventare sempre più un lavoro d’ufficio, una volta chiuso lo studio c’è il pronto soccorso».
Lepori appartiene invece a una generazione cresciuta con il dogma della reperibilità continua. «Un tempo se c’era bisogno dei tuoi servizi uscivi, andavi sul posto, se necessario allertavi l’ambulanza, seguivi tutto in prima persona. Era più stressante, ma anche più coinvolgente».
‘Non una missione ma un piacere’
La passione, nonostante la fatica, è rimasta intatta. «Fare il medico non è una missione. Lo fai perché ti piace. Io ho scelto medicina quasi per caso (prima a Friborgo, poi a Basilea, ndr) ed è una professione che negli anni, nonostante le difficoltà, non ha mai smesso di appassionarmi. La medicina di primo ricorso non è mai una routine. Dopo tanti anni mi diverte ancora».
Quanto alla figura del medico condotto, il suo destino appare segnato. «Probabilmente fra dieci o vent’anni scomparirà. È un peccato, ma è cambiata la società e con essa è cambiata anche la medicina». Resta però una convinzione maturata in una vita trascorsa accanto ai pazienti: «Il medico non cura soltanto una malattia. Cura una persona. E questo non dovrebbe mai andare perso».
BELLINZONA E VALLI
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