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‘Fortezza non rappresenta la storia dei nostri Castelli’

I referendisti lanciano la raccolta firme: schierati come Robin Hood contro ‘decisioni calate dall’alto’, difendono la necessità di ‘far votare la gente’

di Marino Molinaro

Ne sono convinti i referendisti che in una giornata ventosa hanno esposto sulle pendici di Sasso Corbaro i motivi secondo loro validi per non cambiare nome al patrimonio Unesco.

All’urlo di «Abbattiamo la Fortezza e salviamo i Castelli», cosciente che «Siamo soli contro i cosiddetti partiti di peso» e dichiarandosi «I Robin Hood che vogliono salvare i Castelli dalla mediocrità politica di Bellinzona», il gruppo referendario misto formato da Noce, Partito comunista e ‘Avanti con Ticino & Lavoro’ ha dato ieri il via ufficiale alla raccolta firme del referendum contrario a tre temi contenuti nel progetto di rilancio culturale e turistico votato il 9 marzo dal Consiglio comunale con un impegno di 19 milioni (prima fase realizzativa e progettazione della seconda fase) suddiviso fra Città e Cantone.

Approvazione implicita nel 2021

In sé i temi in ‘tempo utile’ sarebbero due, perché il primo riguardante la denominazione ufficiale era già stato implicitamente evaso (senza ricorsi né referendum) nella seduta di un altro 9 marzo, quello del 2021, quando il Legislativo aveva votato il messaggio municipale per il credito di progettazione prima tappa pari a 1,82 milioni. In quel messaggio di fine 2020 era stata per la prima volta inserita ufficialmente – in un documento politico sottoposto a decisione del plenum – la denominazione ufficiale Fortezza senza suscitare alcuna rimostranza né prima, né durante e né dopo il dibattito avvenuto a Palazzo civico. Tutto liscio quindi nei successivi cinque anni fino al 2026, quando il Noce in Cc si smarca: prima propone gli emendamenti durante la seduta di Cc (bocciati), poi lancia il referendum contestando la denominazione, l’entrata a pagamento degli spazi pubblici e dei percorsi murari e (tema contestato in Cc dal Partito comunista) la gestione affidata a una Fondazione mista Città-Cantone-Otr.

Se ne parlava già nel 2015

La denominazione Fortezza, seppur in modo non ufficiale, aveva fatto la sua comparsa già nel 2015 quando il Municipio insieme alla società lucernese Erlebnisplan, incaricata l’anno prima, avevano presentato in conferenza stampa il progetto di massima. Il successivo studio di fattibilità, elaborato fra il 2017 e il 2019 coinvolgendo alcuni storici e addetti ai lavori, ha poi rafforzato il concetto di Fortezza confluito, motivato e dettagliato in un’altra conferenza stampa, convocata il 28 marzo 2019, e nel già citato messaggio municipale del 2020 per la progettazione. Oggi, infine, la protesta dei referendisti cui viene l’orticaria a sentir parlare di Fortezza. Come mai? Che differenza fa? Non è forse una questione di lana caprina a fronte dell’importante impegno finanziario previsto e di un progetto che mira a trasformare la visita ai tre Castelli turriti in una delle maggiori attrattive sul piano nazionale?

‘Banalizza la nostra storia secolare’

S’infervora il capofila Brenno Martignoni Polti (consigliere comunale del Noce), che a cavallo dei due secoli aveva seguito in prima persona, allora in qualità di municipale e capodicastero Turismo e cultura, l’iter per il riconoscimento Unesco, schierandosi peraltro sempre allora, in veste di liberale anomalo, con i referendisti contrari alla vendita, poi sfumata nell’urna, dell’Azienda municipalizzata Amb: «A parte il fatto – attacca – che il termine Fortezza non figura negli atti originali di Unesco formalizzati nel dicembre 2000, a noi pare che la denominazione non renda giustizia alla storia secolare di Bellinzona, e anzi la banalizzi». Un cambiamento di nome a suo dire «calato dall’alto e deciso da pochi senza consultare la popolazione molto legata ai suoi tre Castelli. Una mera operazione di marketing da rispedire al mittente» perché i tre manieri «non sono solamente delle fortificazioni o dei baluardi militari, ma sono state anche delle residenze ducali, come ad esempio Sasso Corbaro dove ci troviamo oggi. Quindi autentici castelli, peraltro confluiti nel 2011 (ndr: quando lui era ancora sindaco) nel progetto transfrontaliero giustamente chiamato ‘Castelli del Ducato’». In ogni caso, prosegue, l’investimento per ora di quasi 20 milioni «merita una consultazione popolare, che è sicuramente una cosa positiva, non negativa come vogliono far credere i cosiddetti partiti di peso». A ogni modo nessuno dei referendisti – Tuto Rossi a parte – si è scagliato contro il progetto generale di rilancio.

‘Ticketing una cambiale in bianco’

Secondo tema contestato, il ticketing di cui si parla nel messaggio municipale. Entrata a pagamento voluta per chiamare alla cassa i visitatori e necessaria a co-finanziare la gestione corrente dell’offerta museale, culturale e turistica che sarà decisamente migliore dell’attuale, ormai ferma al secolo scorso. Rispetto a oggi, che già si paga per accedere ad alcuni spazi esterni, il biglietto permetterà di visitare la sottomurata che sale dalla città (sarà dotata di sistemi multimediali) e la corte interna di Castel Grande. Dal canto suo il Municipio si è detto pronto a garantire la gratuità per domiciliati, giovani, studenti e scolaresche. Ma ai referendisti questo non basta. «Il ticketing pesa come un macigno», dettaglia Martignoni Polti: «Si tratta di una cambiale in bianco emessa a favore di una Fondazione che imporrebbe la riscossione di una tassa contraria al sacrosanto principio di gratuità delle corti e degli spazi aperti».

‘Si esternalizza il potere decisionale’

Terzo tema la governance. «Ne siamo certi, la Fondazione mista sfuggirebbe al controllo del Consiglio comunale e in fondo del nostro sistema democratico», premette Martignoni Polti. Rincara la dose

Adam Barbato Shoufani, co-coordinatore di Gioventù comunista: «Di fatto affidare la gestione a una Fondazione di diritto privato, sebbene con rappresentanza pubblica, significa esternalizzare il potere decisionale sui prezzi. Inoltre il Consiglio di fondazione potrebbe cooptare membri esterni che nulla hanno a che vedere con la governance pubblica, il tutto senza più rispondere al Legislativo».

‘Fuga in avanti di un Municipio mediocre’

Soffia sul fuoco della polemica Tuto Rossi, fino a pochi giorni fa consigliere comunale Udc e tutt’oggi granconsigliere: «In Parlamento voterò contro il messaggio governativo sulla partecipazione finanziaria del Cantone. Perché questo progetto non è altro che una fuga in avanti di un Municipio mediocre, privo di buone idee, che ha reso Bellinzona un mortorio e che ora pretende di mettere 20 milioni dei cittadini in un progetto vuoto. Abbattiamo quindi la Fortezza per dare una vera vita ai Castelli. E diciamo no a una Fondazione nella quale troveranno posto i soliti galoppini». L’ultima parola spetta al consigliere comunale Orlando Del

Don (Noce) che durante la seduta di Cc (assente Martignoni Polti) ha difeso invano gli emendamenti: «I Castelli nel corso dei secoli hanno difeso i bellinzonesi, ora bisogna che i bellinzonesi difendano i loro Castelli». Appuntamento al mercato del sabato con la bancarella per la raccolta delle firme (ce ne vogliono 3’000 entro l’11 maggio). Se ne vedranno delle belle, in linea con la conferenza stampa convocata in una giornata di «vento surreale» nel boschetto di Sasso Corbaro, quasi fosse la Foresta di Sherwood dove Robin Hood si narra rubasse ai ricchi per dare ai poveri.

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