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Panchine inclusive tra simbolo e dibattito

A un anno e mezzo dalla posa delle strutture rosse pensate per le persone in carrozzina, i commenti si dividono tra apprezzamenti e critiche

Di Katiuscia Cidali

Sono rosso vivo e hanno una forma insolita. A un anno e mezzo dalla posa delle panchine inclusive, regalate dal club Soroptimist Bellinzona e Valli, progettate per accogliere anche le persone che si muovono in sedia a rotelle, abbiamo raccolto alcune impressioni e opinioni. E il dibattito resta aperto: c’è chi le apprezza e chi, invece, ne farebbe volentieri a meno. In una presa di posizione inviata alla redazione si sottolinea come queste panchine siano pensate per consentire alle persone con disabilità di sedersi una accanto all’altra, quando forse sarebbe preferibile immaginare soluzioni che permettano di stare frontalmente, favorendo maggiormente il dialogo. Anche alcune famiglie con bambini piccoli segnalano aspetti problematici: lo spazio vuoto centrale impedisce di sedersi vicini ai figli e, inoltre, l’assenza di braccioli aumenta il rischio di cadute. Abbiamo quindi chiesto un parere alla consigliera comunale Denise Carniel, che si muove in città in carrozzina. La sua posizione è chiara: «Ci tengo a sottolineare che non si tratta soltanto di panchine, ma di un simbolo. E, come tale, permettono di aprire un dibattito». Secondo Carniel, si tratta di un’installazione capace di stimolare la riflessione: «Mi piace che ce ne siano diverse, distribuite in punti strategici della città e dei quartieri. Anche i turisti che non le hanno mai viste possono fermarsi e interrogarsi sul loro significato». Quanto alla critica sul fatto che non consentano di guardarsi in faccia, la consigliera ribalta la prospettiva: «Per una volta non dobbiamo stare ai lati, ma abbiamo la possibilità di scegliere. Possiamo decidere se utilizzare una panchina tradizionale, restando ai margini, oppure questa, che permette anche di stare al centro. La vera accessibilità è anche questo: avere libertà di scelta». Per Carniel, queste strutture rappresentano inoltre un invito a ripensare lo spazio urbano: «Siamo abituati a vedere la città in un certo modo, ma introdurre elementi nuovi educa lo sguardo e ci aiuta a guardare oltre noi stessi. Lo spazio urbano deve evolvere insieme alla società ed essere accogliente per tutti». Le chiediamo allora se Bellinzona sia davvero una città accessibile alle persone con disabilità. «Negli ultimi anni ho notato un cambio di passo, anche se il processo è ancora troppo lento. Allo stesso tempo però si parla molto di più di accessibilità, anche nelle scuole, e questo è fondamentale: informare significa crescere cittadini più consapevoli e attenti alle diversità». Carniel non nasconde però che il lavoro da fare sia ancora molto: «Dal mio punto di vista siamo ancora ai piedi della scala. Una scala che però – concedetemi l’ironia – andrebbe trasformata in rampa».

Accessibilità a metà

Vivendo quotidianamente la città, Carniel individua un ambito che richiederebbe interventi prioritari: l’accessibilità dei castelli. «Vorrei che fossero completamente accessibili, perché oggi l’accessibilità è frammentaria: si arriva fino a un certo punto e poi diventa difficile proseguire. Ed è un peccato, perché spesso basterebbe poco». Il riferimento è soprattutto a Castelgrande: «Una persona in sedia a rotelle può utilizzare l’ascensore, ma poi la strada è troppo ripida e piena di ciottoli. Io aggiro il problema passando da piazza Orico, ma anche lì, una volta arrivati in cima, la salita continua. Il percorso resta sconnesso sia con la carrozzina manuale sia con quella elettrica. Il paradosso è che solo negli ultimi cento metri circa il fondo diventa davvero liscio». Un limite che rende l’esperienza incompleta: «È un peccato, soprattutto perché il museo all’interno è molto accessibile. Per questo parlo di ‘accessibilità a pezzi’, ed è una situazione che riguarda un po’ tutto il Ticino». La sensazione, racconta, può diventare frustrante: «Ti permettono di arrivare fino a un certo punto e poi scopri che devi fermarti. Ed è quasi peggio dell’assenza totale di accessibilità». Le difficoltà non riguardano solo i castelli. Carniel cita anche le mostre allestite all’ex Convento di Monte Carasso, dove alcune barriere architettoniche rendono complicato l’accesso. «Si potrebbe pensare a un’esperienza alternativa dedicata a chi fatica a raggiungere gli spazi espositivi. Ad esempio coinvolgendo scuole come la Csia nella realizzazione di video sulle opere, da proiettare in un’area facilmente accessibile. Sarebbe un modo per permettere a tutti di vivere un vernissage o un finissage senza troppe difficoltà». Infine, Carniel lancia una proposta concreta: «Mi piacerebbe che venisse creato una sorta di ufficio, o un’antenna sul territorio, dove i cittadini possano segnalare marciapiedi troppo alti o infrastrutture poco accessibili. E soprattutto che queste segnalazioni vengano poi prese sul serio». Perché l’inclusione non dovrebbe essere un percorso a ostacoli né un traguardo simbolico, ma una normalità quotidiana.

BELLINZONA E VALLI

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2026-05-27T07:00:00.0000000Z

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https://epaper.laregione.ch/article/281638196863429

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