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Ritom, il giallo della polvere nera

Resta da chiarire perché la sostanza fosse presente nella centrale

di Katiuscia Cidali

È stata la presenza di polvere nera, un miscuglio esplosivo, a determinare la deflagrazione che lo scorso 9 settembre aveva provocato la morte di due operai nella vecchia centrale del Ritom, a Quinto. Come precisa il Ministero pubblico in un comunicato stampa, nelle ultime settimane è stata disposta una serie di complessi approfondimenti tecnici finalizzati a ricostruire l’origine e la dinamica dei fatti. Accertamenti che hanno compreso anche l’esame delle tracce prelevate dalla Polizia scientifica in collaborazione con il Forensisches Institut (For) di Zurigo. In particolare, sulla base della relazione preliminare trasmessa nei giorni scorsi dal For, è emerso che l’esplosione è riconducibile a un quantitativo di polvere nera ancora da determinare nel dettaglio. Anche la provenienza della sostanza dovrà essere chiarita. L’inchiesta coordinata dalla procuratrice pubblica Valentina Tuoni prosegue dunque con ulteriori verifiche. Individuata la causa dell’esplosione, restano aperti diversi interrogativi: occorrerà in particolare stabilire perché la sostanza si trovasse sul posto, da quanto tempo fosse presente e se qualcuno ne fosse a conoscenza. «Abbiamo appena appreso qual è la causa che ha determinato l’esplosione e attendiamo l’esito degli accertamenti ancora in corso. Al momento è difficile poter dire qualcosa in più: alcuni interrogativi rimangono aperti e dobbiamo quindi attendere gli ulteriori risultati dell’inchiesta», dichiara il portavoce di Aet, Pietro Jolli, interpellato dalla redazione.

Esplosivo presente fino a cinque anni fa?

Riguardo alla possibile presenza di esplosivo nella vecchia centrale, come avevamo riferito nell’edizione del 19 settembre, secondo informazioni raccolte dalla nostra redazione, fino a circa cinque anni fa nei sotterranei della struttura sarebbe stata stoccata una quantità di materiale esplosivo. Un’ipotesi che potrebbe essere verificata nell’ambito degli accertamenti in corso. La questione si inserisce nel contesto storico dell’impiego di cariche esplosive in alcune infrastrutture strategiche svizzere. Durante la Seconda guerra mondiale e nel periodo della Guerra fredda, infatti, l’Esercito aveva predisposto sistemi difensivi comprendenti anche cariche destinate, in caso di invasione, a interrompere collegamenti alpini e isolare determinate vie di accesso, a protezione delle fortificazioni militari sotterranee. Resta tuttavia da chiarire se e in quale misura questa storia sia collegata al materiale rinvenuto alla centrale del Ritom.

Restano interrogativi sulla presenza della sostanza

Sorpresa e prudenza emergono anche dalle parole di Corrado Grassi, comandante del Corpo pompieri di Biasca, interpellato sulla natura della sostanza individuata dagli inquirenti e sulle questioni di sicurezza che la sua presenza solleva. «Personalmente rimango un po’ stranito nell’apprendere questo aggiornamento sulla causa dell’esplosione», osserva, precisando di non conoscere nel dettaglio la vecchia centrale del Ritom né le sue caratteristiche strutturali. «Non so se vi fossero locali

appositi per lo stoccaggio di questo materiale e non ne comprendo l’utilizzo nel contesto delle attività svolte alla centrale».

In termini generali, Grassi sottolinea l’importanza che le sostanze esplosive siano conservate in condizioni adeguate e che la loro presenza sia nota a chi opera negli ambienti interessati. «Se sono presenti sostanze di questo tipo, devono essere stoccate in modo appropriato e riconoscibile, anche da parte di chi lavora all’interno della struttura, perché rappresentano un potenziale pericolo», afferma. Il comandante richiama quindi le precauzioni previste per la conservazione degli esplosivi in

altri contesti, come le cave e i cantieri. Si tratta, spiega, di materiali che richiedono luoghi di deposito definiti e misure specifiche, proprio per ridurre i rischi per i lavoratori. Nella regione di Biasca, aggiunge, esistono depositi situati al di fuori delle zone abitate. Grassi evita tuttavia di formulare valutazioni specifiche sul caso del Ritom, in attesa che siano chiarite le circostanze dell’accaduto. Saranno infatti gli ulteriori accertamenti dell’inchiesta a dover stabilire da dove provenisse la polvere nera, perché si trovasse nella vecchia centrale e quali fossero le condizioni della sua eventuale conservazione.

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2026-10-14T07:00:00.0000000Z

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